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Intervista. Buffa e il 'suo' Bryant: vi racconto la notte del Mamba, la sua musica e quello che ho tenuto per anni nel cassetto

6 Febbraio 2026

Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo italiano, è tra i più celebri storyteller di Sky Sport, definito da Aldo Grasso un “narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni”. Ha raccontato Platini, Maradona, Alì e tanti altri personaggi, non solo dello sport. Lunedì sera sarà sul palco del teatro dell’Aquila di Fermo (sabato 7 a Pesaro) con ‘Vita e morte di un Mamba’.

di Raffaele Vitali

FERMO - Federico Buffa, perché ha deciso di raccontare Kobe Bryant?

“Non avrei mai pensato di fare qualcosa su di lui. È morto prima del Covid, per due anni è come se lo avessi chiuso in un cassetto. La sua morte mi aveva colpito, come quella di Gaetano Scirea. Ma Kobe al suo fianco aveva l’adorata figlia Gianna. Ho cercato di non farmi coinvolgere, volevo farmi lasciare scorrere la vicenda addosso. Bryant era un argomento enorme, un 42enne che aveva il destino segnato fin da piccolo. Non sapevo come affrontarlo, poi ho trovato nella musica la parte evocativa fondamentale”.

La musica è quindi cruciale?

“C’è un particolare poco noto della sua vita: Kobe, quando qualcuno o qualcosa lo stimola o lo interessa, prendeva il telefono e chiamava. Del resto, tutti gli davano il numero, e lui chiamava. Così fece con John Williams, il più grande compositore di Hollywood (da Lo squalo a Star Wars). Lo chiamò e, siccome stava cambiando modo di giocare, gli chiese di insegnargli a dirigere un’orchestra. E così, sul palco con me ci saranno il maestro Alessandro Nidi (pianoforte) con due dei suoi tre figli, Sebastiano (percussioni) e Filippo (trombone). Insieme faranno vivere al pubblico le epiche colonne sonore di Williams, evocando con immagini i momenti clou della vita di Bryant”.

Chi si fa chiamare “The Chosen One”, chi “The Answer”. Per Kobe invece “Black Mamba”. Cosa pensa del suo soprannome?

“Dedico uno spazio centrale alla notte in cui lui cambia identità e numero. Lo spettacolo ruota attorno all’incipit: la partita del 2010, gara 7 contro Boston, in cui si decide se è un vincente o no, e termina con l’ultima partita che gioca e il tributo che dedica a Magic”.

Il successo era il suo motore?

“Senza dubbio, in maniera spasmodica. Questo lo ha assorbito da Jordan, ma era così anche quando non sapeva chi fosse MJ. Di lui assorbe il modo di stare in campo, ma Kobe è nato in una situazione in cui ogni giorno era il suo compleanno. Michael invece è cresciuto senza una vita agiata: aveva motivi per essere così aggressivo, Kobe no. E invece, dopo aver visto il modo in cui Jordan desiderava la vittoria, ha voluto fare ancora di più”.

Secondo lei l’Italia ha influito sulla crescita di Bryant?

“Senza dubbio, quando va alle superiori non ha nessuna conoscenza del mondo afroamericano: i ragazzi parlano in slang, lui sorride ma non sa cosa dicono. È diverso da loro e dal mondo che lo aspetta. È così diverso che poi sposerà una messicana contro la volontà della famiglia. Quello che voleva fare, lo faceva”.

Della Nazionale USA era l’incubo dei compagni ma anche il leader: più temuto o rispettato?

“Entrambi. Il problema è che quando nasce il Redemption Team, dopo la sconfitta di Atene contro l’Argentina – la prima vera sconfitta della storia, dopo quella dell’88 contro l’Unione Sovietica – il dirigente Colangelo gli dice: “Io ti conosco, ma non devi fare il primus inter pares”. Lui risponde: “Mi comporterò come serve”. Ma la partita di finale a Pechino la vince lui: il gioco da quattro punti su fallo di Fernández cambia tutto. Dieci punti nell’ultimo quarto…”.

Cosa scopriremo che non si sa?

“Mi piace raccontare quello che si conosce meno. Williams, la 'notte del Mamba'. Cose che avevo nei miei file e che per fortuna ho tenuto per anni. C’ero di persona ai primi tre titoli e ho commentato il quarto e il quinto”.

Buffa, parole e musica sono un format vincente a teatro?

“Non vedo alternative, almeno per me. Non sono un attore. Se si sentisse solo la mia voce, che ha dei limiti, visto che posso parlare solo in un modo e senza grandi ondulazioni, sarebbe noioso. Così invece è l’incrocio perfetto”.

Lei racconta spesso campioni stranieri, perché il basket italiano non riesce a far emergere personaggi?

“Non è un problema solo del basket. Il calcio ha creato personaggi? Tolti Totti o Del Piero, la gioventù italiana non produce volti. Mentre accade nei nuovi sport: sci e tennis in particolare. Generano figure. È vero che il personaggio si crea, ma serve l’occasione per un racconto. Il calcio, che è lo sport del popolo, non genera storie. Il basket sta ancora peggio, visto che soffre la concorrenza della pallavolo. Oggi, tra i giovani atleti, se c’è talento fisico la prima scelta è il volley. Vediamo in futuro”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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