
*di Yari Lepre Marrani
A pochi giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il conflitto ha assunto una forma militare ben precisa: bombardamenti strategici, attacchi missilistici e raid aerei mirati contro infrastrutture militari, sistemi di difesa e centri di comando della Repubblica islamica. La guerra, almeno per ora, si combatte prevalentemente nel cielo del Medio Oriente.
L’amministrazione americana guidata da Donald Trump sembra convinta che questa strategia sia sufficiente. Il presidente statunitense ha dichiarato che un’invasione di terra dell’Iran sarebbe una “perdita di tempo”, sostenendo che Teheran avrebbe già subito perdite decisive, tra cui la distruzione della sua marina e di molte capacità militari.
Dall’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha reagito con una sfida aperta. In un’intervista a NBC News con il giornalista Tom Llamas, il capo della diplomazia di Teheran ha dichiarato che l’Iran è pronto ad affrontare un’invasione di terra e che, anzi, le forze iraniane “stanno aspettando” un eventuale sbarco americano.
Questo scambio di dichiarazioni mette in luce il vero nodo strategico della guerra: i bombardamenti possono logorare l’Iran, ma difficilmente possono distruggere il regime teocratico che governa il Paese.
Il limite strutturale della guerra aerea
La storia militare degli ultimi decenni mostra con chiarezza un principio fondamentale: le campagne aeree possono paralizzare uno Stato, ma raramente riescono da sole a rovesciarne il sistema politico.
La guerra moderna ha conosciuto numerosi esempi. Dalla Serbia di Milošević nel 1999 all’Iraq del 2003, i bombardamenti strategici hanno avuto successo solo quando sono stati seguiti da operazioni terrestri capaci di occupare il territorio e distruggere l’apparato politico-militare del regime.
Nel caso iraniano, questa dinamica è ancora più evidente. L’Iran non è uno Stato fragile o isolato: è un Paese di quasi novanta milioni di abitanti, con una geografia immensa e complessa, fatta di catene montuose, altipiani e grandi città difficili da controllare dall’alto.
I bombardamenti possono colpire aeroporti militari, basi missilistiche, depositi logistici e centri di comunicazione. Possono ridurre la capacità operativa delle forze armate iraniane. Ma non possono occupare il territorio né smantellare le strutture politiche del potere teocratico.
Il cuore del sistema: i Pasdaran
Il vero pilastro del regime iraniano non è tanto l’esercito regolare quanto il corpo delle Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran. Questa struttura militare e ideologica controlla vasti settori dell’economia, della sicurezza interna e della politica.
Distruggere alcune basi militari o affondare unità navali non significa eliminare questo apparato. I Pasdaran sono radicati nel territorio e nelle città, dispongono di milizie e reti di sicurezza interna, e soprattutto operano in modo decentralizzato.
Per questo motivo la sopravvivenza del regime non dipende esclusivamente dalla sua capacità militare convenzionale. Dipende soprattutto dalla capacità di mantenere il controllo politico e repressivo sulla popolazione. Questo tipo di controllo non può essere spezzato da bombardamenti aerei.
Il dilemma strategico di Washington
La posizione di Trump riflette un dilemma tipico della strategia americana contemporanea. Dopo le guerre lunghe e costose in Iraq e Afghanistan, l’opinione pubblica statunitense è diventata fortemente diffidente verso le invasioni di terra su larga scala.
Una campagna esclusivamente aerea offre vantaggi evidenti: riduce le perdite tra i soldati americani, limita i costi logistici e consente di colpire rapidamente obiettivi strategici.
Ma questa strategia comporta un rischio politico: trasformare la guerra in un conflitto di logoramento senza un obiettivo finale chiaro.
Se l’obiettivo dichiarato è soltanto indebolire militarmente l’Iran, la guerra aerea può bastare. Se invece l’obiettivo implicito è la caduta della Repubblica islamica, la strategia attuale appare insufficiente.
Senza truppe di terra non esiste “regime change”
Nella teoria militare classica esiste una distinzione netta tra distruzione militare e conquista politica.
Un regime cade solo quando perde il controllo del territorio, delle città e delle istituzioni. Questo tipo di risultato richiede inevitabilmente la presenza di forze terrestri: truppe capaci di occupare centri amministrativi, neutralizzare le milizie locali e sostenere eventuali movimenti interni di opposizione.
Senza questa fase, il rischio è che il regime sopravviva anche dopo gravi perdite militari.
Anzi, in alcuni casi i bombardamenti esterni rafforzano il potere interno dei governi autoritari, perché permettono loro di mobilitare il nazionalismo e reprimere l’opposizione con il pretesto della guerra.
Una guerra ancora incompleta
La fase attuale del conflitto appare quindi come una guerra a metà. Gli Stati Uniti e Israele stanno infliggendo colpi duri all’apparato militare iraniano, ma non stanno ancora affrontando il nodo centrale del sistema politico della Repubblica islamica.
L’Iran, dal canto suo, sembra puntare proprio su questa contraddizione strategica. Le dichiarazioni di Araghchi sulla disponibilità ad affrontare un’invasione terrestre non sono solo propaganda: sono anche un tentativo di sottolineare che, senza quella fase, il regime può resistere.
Il futuro della guerra dipenderà quindi da una scelta fondamentale: trasformare il conflitto in una vera operazione di rovesciamento del regime oppure mantenerlo entro i limiti di una campagna militare punitiva.
Finché questa scelta non verrà presa, la guerra contro l’Iran rischia di restare sospesa in una zona grigia: troppo intensa per essere solo una dimostrazione di forza, ma troppo limitata per cambiare realmente gli equilibri di potere a Teheran. In una guerra occorre sempre studiare l’arte militare classica, adattandola alla contemporaneità.
*giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico - giuridiche. Sull'Avanti cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG - Notizie Geopolitiche.
