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Giornata della Memoria, dentro il campo di Servigliano. Carlo Verducci: "Ebrei, militari e dalmati: qui le grandi tragedie del 900"

27 Gennaio 2021

di Raffaele Vitali

SERVIGLIANO – Varcare il cancello del parco della pace di Servigliano insieme con Carlo Verducci è come fare un viaggio nella storia. “Bisogna ricordare, ma soprattutto bisogna sapere. Questo prato un tempo era pieno di baracche, al posto dei campetti da gioco c’erano le case dei fascisti e nazisti, dove si trova la Casa della Memoria c’era la stazione di quel treno diventato mezzo di dolore”.

Siamo dentro quello che fu un campo di prigionia fino al ’43, poi campo di internamento di ebrei e infine centro profughi per dalmati e istriani. “Servigliano ha vissuto tutte le grandi tragedia del 900”. Il passo lento dello storico serviglianese è perfetto per guardare e capire, per cogliere angoli e prospettive.

“Vedete, quel muro che chiude il campo è arrivato solo negli anni '30. Lo spazio inizialmente era doppio, poi da un lato si costruì lo stadio. Per oltre dieci anni è stato un semplice deposito militare. Servigliano venne scelta dopo la prima guerra mondiale per la sua posizione: area interna collegata dal treno. Era perfetta” prosegue il professore.

In realtà la prima ‘vita’ della zona fu tra il 1915 e il 1919, come campo di prigionia per austriaci e tedeschi. Ma è dal 1940 che si riempie. “Tremila soldati inglesi, americani, neozelandesi e altri vennero imprigionati qui fino all’8 settembre quando ci fu la grande fuga”. Fu il momento della resistenza non armata dei contadini della Valtenna. “In tanti aprirono le porte delle case, delle stalle, dando un tetto e del cibo ai fuggiaschi. Qualcuno si stabilì anche in questa zona. Anche la mia maestra di quarta elementare di Curetta rischiò in prima persona, nel 1944 fu interrogata a lungo perché accusata di avere dato asilo a un prigioniero scappato”. Una resistenza pericolosa, perché c’erano squadre di fascisti ben organizzate, guidate dal montottonese Roscioli, pronte a entrare ina zione. “Nonostante ciò, in tanti sono stati salvati”.

La seconda fase, quella più drammatica, del campo di Servigliano è iniziata nell’ottobre del 1943 quando divenne un campo di internamento. Una sessantina di ebrei del basso piceno e del nord Abruzzo vennero portati e chiusi nelle baracche”. Servigliano, purtroppo, di nuovo scelta per la sua logistica, per quel treno che partendo poi raggiungeva Fossoli e da lì l’ultima tappa: Auschwitz. Quando il campo benne bombardato il 2 maggio del 1944 ci fu la grande fuga. “Ma per 31 durò poco, il 5 maggio venendo ripresi e caricati sul treno direzione Fossoli. Solo un paio si sono salvati”.

Di tutto questo, passeggiando per il campo, non resta molto. “Per fortuna un progetto delle scuole medie ha permesso di realizzare una piccola cartellonistica posizionata sul muro che circonda l’area” prosegue Verducci. Poi c’è la Casa della Memoria, frutto di un sogno, quello di Filippo Ieranò che è stato il primo ad aprire il vaso della memoria, ricercando documenti e testimonianze.

“Si potrebbe fare di più, lo sappiamo tutti. speriamo ora che con il riconoscimento in corso, manca il voto del Parlamento, di questo luogo come monumento nazionale, arrivino le risorse, fondamentali per la progettualità e per il coinvolgimento nel percorso italiano della memoria”.

C’è tanto da fare, a cominciare dal recupero dell’infermeria. Il progetto è stato presentato ed è agli ultimi passaggi tecnici. “Bisogna crederci, bisogna agire. Perché la memoria ha bisogno di luoghi”. Soprattutto ora che sempre meno persone che hanno vissuto quegli anni terribili ci sono.

“Sarebbe bello avere sempre giovani qui dentro. Per giocare senza dubbio, ma anche per sapere” riprende Verducci. Ed è vero, bisogna unire la Casa della Memoria, l’ex stazione, al campo. Farlo visivamente, con un percorso strutturato e documentato. È una sfida per Giordano Viozzi, che guida l’associazione fondata da Ieranò, e per l’amministrazione comunale (leggi I PROGETTI).

Il diventare monumento nazionale aiuterà, senza dubbio a raccontare le tre ere, inclusa l’ultima, meno nota, di campo di accoglienza per duemila dalmati dal 1945 al 1955. “Pagine della nostra vita cariche di odio e al contempo di amore, quello che ha spinto tanti fermani ad aiutare chi non aveva altro che una speranza” conclude Verducci uscendo dal campo prima di fermarsi davanti alla corona deposta dal sindaco Rotoni.

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