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Funari e la moda, 50 anni tra brand e clienti: chiudo il negozio a Montegiorgio. Un consiglio? Ecco i tre capi che l'uomo deve avere

15 Gennaio 2026

di Raffaele Vitali

FIRENZE/MONTEGIORGIO – Si muovono agilmente tra i padiglioni del Pitti Uomo di Firenze, per loro sono una specie di seconda casa, li frequentano da decenni. Sono Dorella Ramini e Giuliano Funari, coppia nelal vita e titolari del negozio di moda di Piane di Montegiorgio, Lui Boutique, un riferimento per clienti e fornitori. Ma sarebbe meglio dire ‘ancora’ titolari, visto che dopo 50 anni di attività hanno deciso di chiudere l’attività.

Funari, perché essere ancora qui?

“Per passione, ho iniziato a lavorare in una sartoria a 15 anni, per respirare il profumo del Pitti. Mi mancava. A giugno torneremo ancora, magari non per una ma per due giornate, per viverlo in modo diverso”.

È la prima volta che venite senza dover comprare, che effetto fa?

“Siamo rilassati, non dobbiamo pensare al nuovo marchio da inserire. Posso muovermi con curiosità e non con la necessità di parlare con il fornitore o rincorrere il rappresentante”.

Come mai la decisione di abbassare le serrande?

“Ci pensavamo già dal 2019. Nel 2021 volevamo festeggiare i 50 anni di partita Iva e poi dire basta. Vedete, ho aperto il negozio nel 1971, quando l’Iva ancora non c’era”.

Un erede?

“Avevamo un ragazzo all’interno che voleva rilevare l’attività, poi è arrivato il Covid e lui ha cambiato vita. Noi ci siamo rimboccati le maniche, ma il 2020 è stato tragico per uno di 70 anni”.

Poi però il lavoro è ripartito.

“Sì, due anni a bomba, aperti sette giorni su sette. Seguivamo molto le cerimonie, con attenzione. Nel 2023 era tornata una certa stabilità, poi confermata nell’ultimo biennio”.

Fa più male chiudere per difficoltà o chiudere quando l’attività funziona?

“Questo è un bel giocattolo, ed è per questo che fa male. Dispiace chiudere un’attività che va bene, con i conti in ordine. Certo – aggiunge Dorella - Giuliano è un grande venditore, sa farsi amare. E quindi, fa male proprio perché funzionava”.

Le aziende erano al corrente della vostra decisione?

“Da un anno lo dicevamo ai rappresentanti. Ma se quando entri in un’azienda ti obbligano a un numero minimo di ordini e a certi prezzi, e poi sono le stesse aziende a fare sconti online e a cavalcare il Black Friday, qualcosa non torna. Il rispetto deve essere reciproco”.

Anche la politica dei saldi è cambiata, cosa ne pensa?

“Quante critiche abbiamo ricevuto quando iniziavo i saldi i primi di febbraio. Alla fine mi sono dovuto adeguare anch’io, tanto al cliente lo sconto lo facevo comunque. Ma così è tutto sbagliato, non si può vivere sempre in sconto”.

La vostra chiusura impoverirà il territorio.

“Ce lo dicono tanti clienti, anche quelli – e sorride - mai visti prima”.

Il sindaco di Montegiorgio ha provato a convincervi a restare aperti?

“Ci ha provato, ci sono stati diversi incontri e qualche ripensamento. Ma ha capito”.

Anche perché cosa poteva fare?

“Non è uno sconto sulla Tari che cambia le cose. Un titolare con un ragazzo alle dipendenze ci vive benissimo con questo negozio. Qualcuno si è fatto avanti, anche del settore, bravi ragazzi, ma spesso manca la forza economica per trattare poi con le aziende”.

Le banche non aiutano abbastanza i giovani?

“Dovrebbero aiutare di più. Provo a far capire, ogni stagione noi investiamo centomila euro. quando lo abbiamo spiegato a chi voleva subentrare, ha esitato. Come fa un giovane oggi senza un vero supporto? Su questo le banche devono riflettere”.

Vi eravate resi disponibili ad affiancare un eventuale subentro?

“Sì, io mi ero messo a disposizione per restare come consulente per un anno, senza costo, per poi andare via definitivamente. Chi entra ha in cassa anche un importante pacchetto clienti e di relazioni”.

Quanto conta ‘il nome’ del negozio?

“Il negozio per tutti è quello di Toppy, come sono soprannominato. Ma in realtà la forza è nelle aziende che ho avuto, è nel curare l’immagine interna e il servizio”.

Com’è cambiato il vostro lavoro nel tempo?

“All’inizio vendevamo di tutto, dai tendaggi alle confezioni. Dal 1975 mi sono specializzato e ho dato una identità al negozio cavalcando decenni di crescita.

Com’era il mercato negli anni d’oro?

“Negli anni ’80 e ’90 c’era la fase dei fenomeni: Armani, D&G, Guru, Jeckerson. Cose che si vendevano da sole. Oggi c’è più stabilità”.

Quanto vi mancherà?

“Il vuoto lo sentirò. Abbiamo ancora diversi abiti da cerimonia, e non solo, oltre a un po’ di estivo, quindi per qualche mese le porte sono aperte”.

Nel tempo come è cambiata la vostra ricerca di prodotto?

“La differenza di chi sceglie di comprare a Piane di Montegiorgio è che non trova solo i ‘brand facili’, ma l’abito particolare, la qualità, il dettaglio, che può essere un capo con spalla sartoriale o un marchio emergente. La capacità di vendere quello che tutti volevano, incasso certo, negli anni mi ha permesso anche di portare novità. Oggi è più difficile, la concorrenza è forte e non si può sbagliare”.

Come è cambiata la clientela?

“Ho sempre avuto un target preciso, l’uomo tra i 30 e i 70 anni, quello che cerca il cappotto e l’abito. I giovani non sono facili, oggi in particolare sono molto attratti dal vintage, dal riciclo. Aspetto che sta però facendo riscoprire anche capi classici ed eleganti”.

Funari, un consiglio. Tre cose che non devono mancare nell’armadio di un uomo?

«Un abito doppiopetto o una giacca blu, un cappotto e una bella camicia di Barba. Il cappotto è un pezzo fondamentale, ma anche difficile da vendere, diversamente dal piumino che ha un suo mercato scontato. Il punto, però, è che il cappotto già di suo fa eleganza”.

ll vero concorrente di un negozio come il suo oggi chi è?

«Il fornitore, il brand. Potrei fare tanti nomi, ma i machi ingenerale con i loro siti ti fanno concorrenza. Poi ci sono le piattaforme. Capita che le persone provano abiti e cappotti, poi non trovando subito la taglia giusta vanno a casa e lo ordinano sul sito del marchio. Così è dura, aggiungiamo i monomarca nelle grandi città e il negozio di moda va in difficoltà”:

E ora?

“Magari viaggeremo, di certo continueremo a respirare la moda e il Pitti resterà un riferimento. Ma vedremo tra qualche mese, per ora si torna al lavoro”.

Raffaele Vitali - via Leopardi 10 - 61121 Pesaro (PU) - Cod.Fisc VTLRFL77B02L500Y - Testata giornalistica, aut. Trib.Fermo n.04/2010 del 05/08/2010
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