
FERMO - Il dottor Renato Bisonniè il primario dell’Oncologia dell’ospedale Murri di Fermo, dove gravitano oltre mille pazienti all’anno. Un reparto in cui il volontariato si incrocia con l’innovazione e la personalizzazione delle cure.
Dottor Bisonni, partiamo dal reparto di Oncologia. Come lo descriverebbe?
“È una comunità di cura prima ancora che un reparto ospedaliero. Ogni anno seguiamo oltre mille pazienti, ognuno con una storia diversa. Il nostro obiettivo non è soltanto curare la malattia, ma accompagnare la persona lungo tutto il percorso terapeutico, con competenza scientifica e grande attenzione umana”.
Negli ultimi anni l’oncologia ha fatto passi da gigante. Cosa è cambiato?
“La chemioterapia tradizionale resta uno strumento importante, ma oggi utilizziamo sempre più spesso terapie innovative e mirate. Parliamo di target therapy, che agiscono selettivamente sulle cellule tumorali; di immunoterapia, che stimola il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore; e di farmaci anticorpo-coniugati di ultima generazione, una delle frontiere più promettenti della medicina moderna. Questo significa cure più personalizzate, più efficaci e spesso meglio tollerate”.
Quanto conta la personalizzazione del percorso terapeutico?
“È fondamentale. Ogni diagnosi è diversa, così come ogni paziente. Studiamo i casi in maniera multidisciplinare, integrando competenze diverse, per costruire un percorso su misura. La tecnologia e la ricerca sono strumenti straordinari, ma devono sempre dialogare con l’ascolto e la relazione”.
Accanto alla dimensione clinica, c’è una forte rete di volontariato. Quanto è importante?
“È essenziale. Attorno al nostro reparto ruotano realtà associative che rappresentano un valore aggiunto straordinario. Penso alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, impegnata nella prevenzione primaria e secondaria: promuovere stili di vita sani e diffondere la cultura della diagnosi precoce significa salvare vite. Nel Fermano le campagne informative e gli screening gratuiti hanno davvero cambiato la consapevolezza sanitaria del territorio”.
C’è poi il tema della riabilitazione.
“Penso all’associazione Infinitae, presieduta dalla dottoressa Rachele Zeppilli, che offre alle donne operate al seno un percorso di riabilitazione attraverso il dragon boat. È un esempio concreto di prevenzione terziaria: migliorare la qualità di vita, ridurre il rischio di recidive e favorire il reinserimento nella quotidianità. Ogni pagaiata è un messaggio di forza e rinascita”.

E nel quotidiano del reparto?
“Il prezioso lavoro dell’ANPOF - Noi per l'Oncologia Fermana, guidato da Michaela Vitarelli. I volontari sono presenti in reparto, offrono ascolto, conforto, aiuto pratico. La loro presenza discreta ma costante è un sostegno per i pazienti, per le famiglie e anche per l’équipe medica. In un mondo dove la tecnologia avanza rapidamente, l’umanità resta la cura più potente”.
Infine l’Hospice di Montegranaro.
“Lì opera l’associazione L'Abbraccio, guidata dalla professoressa Rosanna Vitali. All’Hospice la cura assume un significato ancora più profondo: non si parla più di guarigione, ma di accompagnamento. Attraverso tecniche di rilassamento, shiatsu, musicoterapia e interventi di benessere emotivo, si aiuta il malato e la famiglia ad affrontare con dignità e delicatezza l’ultima fase della vita. È una dimensione che richiede grande sensibilità”.
Che modello rappresenta oggi l’Oncologia del Murri?
“Direi un modello di sanità integrata, dove l’eccellenza scientifica si unisce alla forza del territorio. La malattia non è mai solo un fatto clinico, ma un viaggio condiviso. Qui il paziente trova cure all’avanguardia, ma anche ascolto, empatia e accoglienza”.
Qual è il messaggio che vuole lasciare?
“In un’epoca in cui la medicina rischia di diventare impersonale, noi dimostriamo che è possibile un’altra strada: quella che unisce ricerca, cuore e comunità. Una rete che cura, previene, sostiene e accompagna. Perché la speranza, insieme alla scienza, resta la nostra terapia più grande”.
r.vit.
