
di Raffaele Vitali
CIVITANOVA MARCHE – Ripartire dal territorio con uno sguardo nazionale, capace di mettere ordine nelle norme e rafforzare il sistema della filiera. È questa la direttrice emersa nel confronto promosso da Confartigianato sul futuro della moda marchigiana a cui hannompreso parte un centinaio di imprenditori, numerosi sindaci, in testa quelli del distretto del cappello, e i vertici della regione Marche, tra cui gli assessori Bugaro e Calcinaro e la consigliera Sebastiani.
A introdurre i lavori il segretario generale di Ascoli-Fermo-Macerata, Giorgio Menichelli, che ha evidenziato la necessità di costruire un quadro normativo più chiaro ed efficace, soprattutto per quanto riguarda i passaggi produttivi che definiscono il valore del made in Italy. ““Siamo impegnati a strutturare la fabbrica del futuro, che deve coniugare tradizione e tecnologia” prosegue Menichelli.
A fare gli onori di casa Lorenzo Totò, presidente della sezione Moda, che ha ribadito “l’importanza del lavoro di squadra e del presidio ai tavoli nazionali, dove noi possiamo contare sul presidente nazionale del settore moda Moreno Vignolini. Un impegno che si intreccia anche con il tema della legalità, grazie al protocollo siglato con la Guardia di Finanza firmato dalla presidente regionale Monia Amaranti.
Ospite dell’incontro il commissario sisma Guido Castelli, alle prese con un processo di ricostruzione da 28 miliardi di euro. “Lui sa quindi come si lavora in una situazione di grave crisi” ribadisce Menichelli. Castelli ha richiamato la complessità dello scenario internazionale, tra tensioni geopolitiche e incertezze economiche, sottolineando come servano strumenti flessibili e capacità di adattamento. “Siamo dentro una crisi di sistema – ha spiegato – e dobbiamo lavorare su ciò che è trasferibile anche al settore moda: organizzazione, competenze e visione strategica”.
Filiera, giovani e formazione: le leve della resilienza
Al centro del dibattito il tema delle competenze e della tenuta demografica. “Il calo delle nascite - ha ricordato Castelli - incide direttamente sulla disponibilità di forza lavoro e sul futuro dei distretti produttivi. Per questo diventa fondamentale investire sulla formazione, rafforzando il legame tra scuole e imprese, anche attraverso il sistema duale e il potenziamento degli ITS, in collaborazione con il ministro Calderone e il Mimit”.
In questa direzione si inseriscono anche le strategie di rigenerazione territoriale sviluppate insieme con il professore della Sapienza, nonché consulente di Castelli e Calderone, Romano Benini. Un primo esempio concreto del lavoro è arrivato da Next Appennino: interventi che puntano a ricostruire non solo infrastrutture, ma anche comunità produttive, a partire dal capitale umano.
Il rafforzamento delle filiere è un altro snodo decisivo. “I grandi hanno bisogno dei piccoli”, ha ribadito Castelli, evidenziando la necessità di integrare sempre più artigianato e industria. Un concetto condiviso anche da Vignolini, che ha parlato della costruzione di una “fabbrica del futuro”, in cui tradizione e innovazione convivono grazie anche a strumenti come il passaporto digitale di prodotto e la blockchain, destinati a diventare obbligatori entro il 2027.

Non manca la preoccupazione per la fase congiunturale: moda e meccanica restano tra i settori più colpiti, stretti tra calo dei consumi, concorrenza del fast fashion e tensioni internazionali. “Siamo nella tempesta perfetta”, ha osservato Vignolini, pur ribadendo la forza attrattiva del made in Italy.
Benini: “Qualità, territorio e artigianato la vera forza dell’Italia”
Ampio spazio è stato dedicato all’intervento di Romano Benini, che ha inquadrato il tema in una prospettiva globale. Il punto di partenza è la parola ‘transizione’: “L’Italia è passata da rappresentare il 10% della produzione mondiale al 6%, anche a seguito degli equilibri ridefiniti dalla globalizzazione e dall’ingresso della Cina nel WTO. Nonostante ciò, il Paese ha saputo difendersi grazie alla spinta dell’export, che lo colloca tra le principali economie manifatturiere al mondo”.
Il sistema moda, in particolare, ha raggiunto nel 2025 circa 90 miliardi di export. Un risultato che non dipende solo dai grandi marchi, ma soprattutto da un tessuto diffuso di piccole e medie imprese e reti produttive. “Il valore del made in Italy – ha sottolineato Benini – sta nella capacità di fare cose difficili in modo semplice, grazie a competenze, creatività e qualità del lavoro artigiano”.
Un dato emblematico riguarda il posizionamento dell’Italia nelle produzioni di fascia medio-alta: pur rappresentando meno dell’1% della popolazione mondiale, il Paese contribuisce in modo determinante alle lavorazioni di qualità: il 75% dei prodotti di lusso contiene almeno una componente realizzata in Italia.
Per Benini, la chiave è il territorio: il made in Italy non è solo un marchio, ma un ecosistema fatto di competenze, relazioni e cultura produttiva. Da qui la necessità di investire in filiere, formazione continua e passaggio generazionale. “Servono artigiani mentori e accademie di filiera – ha spiegato – ma anche un cambiamento culturale che restituisca valore al lavoro manuale, integrandolo con le nuove tecnologie”.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo dell’innovazione: dall’intelligenza artificiale ai sensori per le macchine, fino agli strumenti che riducono scarti e costi. Tecnologie che non sostituiscono l’artigiano, ma ne amplificano le capacità, dando vita a una nuova figura di “artigiano 5.0”.
Le Marche come modello di fabbrica diffusa
Le Marche vantano una delle più alte concentrazioni di produzione artigianale in Italia, la regione rappresenta una vera “fabbrica diffusa”, in cui la qualità nasce dalla specializzazione e dalla collaborazione tra imprese.
Tra le sfide principali, la certificazione di filiera, vista non solo come strumento di legalità ma come leva per valorizzare l’intero sistema produttivo. “Accanto a questo, strumenti come i contratti di filiera, la nuova Sabatini e i fondi per la formazione – circa 20 milioni di euro destinati alla riqualificazione dei lavoratori – possono sostenere la competitività del territorio” ribadisce Benini.
Non manca l’attenzione al ricambio generazionale: l’idea delle start up generazionali, illustrata da Francesca Bracalenti, punta a favorire il passaggio di imprese artigiane senza eredi a giovani imprenditori, in un percorso che unisce lavoro e formazione. La sfida, condivisa da tutti gli interventi, è trasformare una fase complessa in un’occasione di rilancio. Puntando su filiera, competenze e identità territoriale, il made in Marche può continuare a essere uno dei pilastri del valore manifatturiero italiano.
