
di Raffaele Vitali
MILANO – Tanto di cappello al Mipel e non è una battuta. Tre imprenditori del distretto fermano maceratese hanno portato le nuove collezioni invernali, tra finte pellicce e velluti, che hanno colpito i buyer di mezzo mondo tra i corridoi del Mipel di Milano. La fiera dedicate a borse e accessori si è spostata al padiglione 5, uscendo dal Micam e ritrovando una sua identità, resa speciale dal lavoro dello studio Lombardini 22. Novità che, come capita spesso, è luci e ombre.

“L’affluenza non è stata particolarmente alta. Il nostro cliente principale resta il negozio tradizionale e, purtroppo, i negozi oggi stanno vivendo un momento di sofferenza: questa è la realtà. Qualche operatore interessato è arrivato, ma non ho visto una presenza significativa, soprattutto dall’estero. Gli asiatici, ad esempio, erano davvero pochi” sottolinea Carlo Forti, titolare di Axis.
“Il Mipel resta comunque una fiera riconosciuta, soprattutto per chi lavora la pelle e la pelletteria: è un appuntamento più strutturato rispetto ad altre manifestazioni di inizio stagione. È anche un contesto in cui ci si ritrova tra colleghi e ci si confronta, quindi non si può mancare” prosegue.
La collezione invernale ha un ruolo chiave, “l’estiva è più scenografica”. In questa stagione Forti ha puntato sulla finta pelliccia e la pelle oltre ai velluti più pregiati. “La finta pelliccia è di gran moda, vuoi anche per le Olimpiadi che hanno rimesso la montagna al centro dell’attenzione. Montagna che però deve essere sostenibile. In questo modo il cliente è contento, ha il prodotto bello ed etico” aggiunge Forti.

Pochi metri più in là c’è Complit, l’azienda della famiglia Antinori, in fiera con il titolare Amedeo e il figlio Marco, che è da alcune edizioni il front man. “Abbiamo incontrato diversi buyer, ma è cambiato l’approccio: prima un cliente si fermava quindici minuti e faceva un ordine importante; oggi magari resta un’ora, ma ordina la metà. Le presenze ci sono, ma le quantità si sono ridotte. È il segno di un mercato che vive con maggiore timore e prudenza il presente”.
Per quanto riguarda la nuova location, l’idea del raggruppamento in un padiglione dedicato Complit la condivide. “Ma bisogna fare ancora meglio, perché in una fase così complessa a livello geopolitico ed economico, dobbiamo concentrare ancora di più e fiere. Non si può chiedere a un buyer di venire sei colte in un anno dalla Corea, per fare un esempio. In questo senso, avere le fiere più compatte e coordinate è un vantaggio” aggiunge Marco. Sul padiglione 5, gli Antinori puntano sulla pazienza: “Quando cambi, il cliente va in confusione, ma questo vale per tutti. L’importante è non cambiare ogni edizione”.
L’azienda di Montappone prevede un 2026 di stabilità, coni il consolidamento dei nuovi contratti e la crescita nell’Est Europa, Polonia in primis dove c’è voglia di made in Italy, e lo faremo investendo sul retail tradizionale. “E lo faremo forti dei nostri cappelli in cui non manca mai l’innovazione, come il cavalcare la moda, che sta puntando sull’ecopelliccia”.

E se si parla di tecnologia, ecco il cappellificio Marini Silvano che è uno di quelli coinvolti dal professor Emanuele Frontoni nel progetto CappellAI. “Vede questo cappello? È stato disegnato – spiega Naida Marini – e prima pensato dall’intelligenza artificiale. Abbiamo caricato come aziende su un archivio tutte le immagini dei nostri cappelli: migliaia di foto. Il sistema le ha rielaborate e sono uscite alcune proposte realizzabili e altre no. Devo dire che è stato stimolante. Non me lo aspettavo: non avrei mai pensato di lavorare in questo modo e probabilmente un cappello così non lo avrei disegnato”.
Il cambio è radicale, visto che normalmente un cappello nasce da una storia, da un tema. “E’ un esperimento, vedremo l’evoluzione, c’è l’obiettivo di creare una vera linea targata CappellAI”. Nel mentre, la realtà è nella fantasia dei creativi e la produzione resta nelle mani degli artigiani, che non sono sostituibili e diventano decisivi.
Tornando alla collezione, Naida Marini si gira e prende un cappello a falde larghe ricamato a mano: “È ispirato alle Olimpiadi, ed è piaciuto molto, perché è sportivo ed elegante. Ci sono riferimenti visivi, colori e suggestioni legate a quel mondo, in Giappone lo hanno subito apprezzato. Tra l’altro lo abbiamo abbinato anche a una bandana particolare, non una semplice triangolare che diventa sciarpa, cintura o copricapo grazie al cashmere caldo e morbido che dura nel tempo”.
Accessorio che colpisce anche i social, “aspetto non più secondario. È fondamentale la comunicazione e conquistare l’occhio con un ricamo che diventa anche personalizzabile è fondamentale”. Il 2025 per la Marini Silvano è stato un anno faticoso che ha regalato soddisfazioni. “Abbiamo investito molto sulle collezioni e sull’ampliamento della collezione diversificazione, lavorando su dodici mesi l’anno, e oggi questo ci permette di aprirci a nuovi mercati. Nel 2026 vogliamo consolidare i contatti in Asia, soprattutto dopo le esperienze positive nelle fiere in Corea e a Tokyo. I rapporti avviati ora potrebbero trasformarsi in collaborazioni concrete. L’Europa comunque resta centrale, così come il Nord America, compreso il Canada”.
Un cappello che non trema di fronte al mondo: “Offriamo qualità, ricerca e un prezzo corretto. Con la concorrenza a basso costo, soprattutto asiatica, la sfida è impari. Per questo puntiamo sulla differenza, non sulla quantità. La nostra forza è la produzione interna: se un cliente chiama, in pochi giorni possiamo realizzare e consegnare. Questa rapidità è una garanzia e aiuta a costruire rapporti solidi”.
In definitiva, il cappello ha una sua strategia: sperimentazione, qualità, reattività e visione. Ma anche una identità chiara.
