Basket e Sutor, tutto cambia per non cambiare
Venerdì 14 Giugno 2013 09:20

Il basket è uno sport divertente e spettacolare. Ma ha un problema: non si rinnova. I dirigenti sono sempre gli stessi. Si fanno le aste per il prode Arrigoni, si riporta a casa il figliol prodigo Costa, si riprende l’allenatore di un paio d’anni prima, si sceglie il presidente federale che sa già i nomi delle segretarie.
Uno sport che vive di certezze, di piccole sicurezze costruite negli anni e che non sa rischiare, è uno sport senza futuro. Certo, in questa maniera si garantisce il presente, ma poi, che succede?
Quanto successo alla Sutor Montegranaro negli ultimi mesi ne è l’emblema. Giorni e giorni spesi a lanciare appelli per la cessione della società. Una assemblea pubblica per dire “siamo cambiati”. L’ingresso di nuovi soci. L’immagine, il brand da rilanciare con volti freschi. E invece, tutto cambia per non cambiare.
Resta la Triade, e questo sia chiaro è la parte buona del non cambiamento. Senza alternative concrete ci sarebbero solo state due strade: un proprietario delinquente stile Amadio a Pesaro o la cessione del titolo. E allora, perché resta la Triade? Perché chi doveva entrare ha paura dei debiti. O forse perché mettere la firma sulle carte è più pesante di quanto si pensi.
Il basket in serie A non è un hobby, non è il giocattolo di famiglia, è una impresa. Bilanci milionari, conti, in teoria, da tenere in ordine. Decine di persone a libro paga, o da pagare. Idee nuove da ricercare che vadano oltre la storia.
Ma non poteva andare diversamente la vicenda della Sutor nata in una assemblea in cui si è partiti dalla nascita della pallacanestro con slide e musica romantica. La storia insegna, ma basta conoscerla, non serve sempre ripeterla. Altrimenti, dopo 40minuti di lezione sul passato, i cinque dedicati al presente futuro nessuno se li ricorda.
E così, tutto cambia per non cambiare.
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La verità? Ha perso chi non ha votato
Lunedì 10 Giugno 2013 23:41

Nuovi sindaci, solite polemiche. Pochi al voto, tanti astenuti.
Mai come questa volta ha perso chi è rimasto a casa e non ha votato perché:
ha lasciato scegliere qualcun altro;
ha rinunciato alla possibilità di dettare le priorità;
ha dimenticato il senso della parola partecipazione;
ha perso l’occasione di cambiare i partiti;
ha dimostrato che in troppi parlano e in pochi agiscono;
ha confermato che piazze piene significano urne vuote;
ha dato fiducia alla non fiducia.
Rimanendo a casa, il grande sconfitto ha anche fatto vincere chi invece ha votato perché:
ha chiuso la bocca a chi parla di voto di scambio;
ha permesso a chi crede nella democrazia di incidere;
ha consegnato la città a mezza città;
ha dato l’occasione alla mezza città che ha vinto di governare al meglio per tutta la città;
ha dimostrato l’incapacità di governare rispetto a quella di parlare;
ha, insomma, fatto risorgere proprio chi voleva eliminare: la politica. Quella buona, quella libera, quella che sognano in tanti e che solo l’elezione dei sindaci fa vivere.
Sempre se voti e non decidi di perdere senza giocare.
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