Un anno di foto e parole per raccontare Itaca, "la nostra Italia"
Il libro ha 132 capitoli. Sono 91 gli scatti fotografici di Marozzini, 41 gli scritti di Fulimeni, il giovane ed emotivo scrittore fermano che su Itaca discuterà la sua tesi di laurea a novembre a Urbino.

di Rafaele Vitali
FERMO - Maria Antonietta era appoggiata a una muro per metà bianco metà verde. Era vestita di rosso, con uno smalto consunto coloro porpora sulle dita. Maria Antonietta è una delle ospiti di un ospizio, ha il volto consunto dall’età, dai sacrifici, ma è lucida e serena. E capisce anche di fotografia. “Scattala a colori, non in bianco e nero”.
Un incontro fulminante che ha colpito Giovanni Marozzini, il fotoreporter che ha dato vita a Itaca, un viaggio tra scatti e narrazione durato un anno e che l’ha portato, insieme al giovane Matteo Fulimeni a toccare ogni angolo dello stivale.
“Maria Antonietta è il volto della copertina del libro, che oggi possiamo svelare solo a metà, che racchiude un anno della nostra vita vissuta in camper tra meravigliosi paesaggi e incontri importanti, tra momenti difficili che più di una volta ci hanno spinto ad abbandonare il cammino e – spiega Marozzini -soddisfazioni, come il vivere una giornata a contatto con Don Gallo”.
È nervoso il fotografo perché nella sua testa girano le immagini, i pensieri di questo intenso anno che ha celebrato a suo modo il 150° dell’unità d’Italia. Sta pensando alle foto da esporre il 16 giugno a Bibiena dove si trova il Cifa, il centro italiano fotografia d’autore, che ha messo a disposizione la struttura. Il libro ha 132 capitoli. Sono 91 gli scatti fotografici, 41 gli scritti di Fulimeni, il giovane ed emotivo scrittore fermano che su Itaca discuterà la sua tesi di laurea a novembre a Urbino.
“Noi – precisano all’unisono – non raccontiamo l’Italia, ma il nostro punto di vista sull’Italia. Due visioni soggettive, che spesso neppure conciliano fra loro. Ma questo è il bello di due arti diverse e della fusione di due persone che hanno lavorato insieme per 15 ore al giorno”.
Al fianco dei due autori c’è stata, dal primo giorno,
Un’Italia non felice quella vista, immortalata e raccontata dagli autori: “Un Paese sconsolato in cui la speranza si abbina sempre più spesso all’incoscienza tipica dei giovani”.
Non si è limitato a scattare Marozzini, ha anche insegnato. Ed è quello che i vertici provinciali si augurano che continuerà a fare a Fermo: “Ci hanno regalato con questo lavoro – chiosa Cesetti – un’opera , perché tale è la fusione di due arti, che ci farà riflettere da un punto di vista sociale, culturale e politico. Perché ci dimostra cosa sta diventando questo Paese che merita e deve avere uno scatto d’orgoglio”.
Parole e immagini. E alle parole spetta la chiusura con Fulimeni che si blocca, poi riprende a parlare, perché i concetti profondi sono come gli scatti: arrivano e in un attimo non ci sono più: “Baudelaire diceva che ‘la fotografia è troppo oggettiva’. In realtà, lui non amava la fotografia perché il fotografo raggiunge in una attimo quello a cui lo scrittore mira: il riuscire a raccontare, a narrare ciò che vede. Io ci ho provato, ma è stato un grande sforzo”.
Uno sforzo epico, da novelli Ulisse che hanno saputo raggiungere e conquistare la loro Itaca. “Non sono bella, ma sono un tipo” ha chiuso Maria Antonietta mentre se ne andavano i due autori dall’ospizio riassumendo in una battuta l’interno lavoro: “Non mostriamo l’Italia, ma un’immagine dell’Italia”.
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