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Il Fermano che pensa. Centro Studi Carducci e Marcolini, Istao: "Il futuro è ancora nei distretti. Ma serve la tecnologia"

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“Abbiamo bisogno di buoni leader con strumenti e conoscenze necessarie per affrontare le sfide. Servono competenza e serve diffusa. Puntare su ricerca e sviluppo” è uno dei punti fermi del presidente con dottorato ala Politecnica.

di Raffaele Vitali

PORTO SAN GIORGIO – Quando un incontro che guarda al futuro, all’evoluzione del sistema socio-economico diventa il primo di una serie, gli organizzatori hanno raggiunto l’obiettivo. Chi c’era dentro la sala del consiglio comunale di Porto San Giorgio ieri si è arricchito, perché per andare ‘Oltre i distretti industriali delle Marche’ serve ascoltare chi ha una visione più ampia, quella che hanno i membri del Centro Studi Carducci e che ha tatuata sulla pelle Pietro Marcolini, presidente dell’Istao ed ex illuminato assessore regionale. Il presidente Fabio D’Erasmo ha fotografato il Fermano e la globalizzazione con i numeri, l’ex numero uno del centro studi Guido Tascini ha guidato la platea (molti sindaci oltre al consigliere regionale Giacinti e al presidente della Camera di Commercio Di Battista) nel mondo dell’intelligenza artificiale, dimostrando come la tecnologia porti lavoro umano e non lo limiti, Paolo Sbattella ha analizzato i settori produttivi dalla crisi in avanti e infine è arrivato Pietro Marcolini.

In mezzo, stimolati dal caposervizio del Resto del Carlino Steano Cesetti, hanno parlato i sindaci di Fermo, Rapagnano e Porto San Giorgio che sono partiti da una delle riflessioni di D’Erasmo: “Ricerche testimoniano che siccome la globalizzazione può generare disparità di reddito, deve crescere l’assistenza sociale. Per cui il miglioramento della vita delle persone tocca al livello locale, che conosce i veri centri di difficoltà e di crescita, intervenire a livello di politiche

Andare oltre i distretti industriali delle Marche è possibile. Lo dicono gli studiosi del centro studi Carducci e il presidente dell’Istao, Piero Marcolini. Un ruolo lo giocheranno i sindaci. “Siamo senza provincia. Confindustria ha scelto di tornare con Ascoli come passaggio verso l’associazione unica, la Camera di Commercio ha subito. Nel contempo arriverà la questura. Un territorio schizofrenico, che rischia di rimanere senza mezzi e risorse per affrontare le sfide" introduce Cesetti.

“Abbiamo bisogno di buoni leader con strumenti e conoscenze necessarie per affrontare le sfide. Servono competenza e serve diffusa. Puntare su ricerca e sviluppo” è uno dei punti fermi del presidente con dottorato alla Politecnica, Fabio D'Erasmo. Il problema è che, come dice Tascini, “la diffusione dell’innovazione è lenta a livello europeo, investito l’1,3% delle risorse contro il 3,3% della Corea del sud, per fare un esempio. Bisogna credere nel futuro e nei robot: analizzando mille aziende con ricavi superiori ai 500mila dollari che inseriscono l’intelligenza artificiale è dimostrato che l’83% ha aumentato le assunzioni, il 75% ha avuto un aumento delle vendite, il 60% non ha avuto perdite di posti di lavoro”. Gli spunti politici per Marcolini sono stati diversi, su tutti quello lanciato da Francesco Trasatti, vicesindaco di Fermo: “Non solo cappelli e calzature, il turismo con la cultura è un altro settore che ci fa dire in maniera forte all’estero che il made in è il valore aggiunto”. Steso pensiero per Nicola Loira, che chiede “un’apertura dei confini comunali per azioni congiunte e vincenti” come chiesto anche da D’Erasmo nella sua relazione. Ma se tutto sembra bello, c’è anche un dato che non si può negare e lo solleva l’ex senatore sindaco Remigio Ceroni: “Credito, leggi e condizione fiscale: dieci anni fa un credito non si negava a nessuno e le banche sono quasi fallite. Oggi trovare credito è difficile. Le leggi non sono mai mancate, ma non si rispettavano. Oggi maggior impegno. Infine le condizioni fiscali, stessa pressione ma in realtà in passato era più facile evadere e usare le risorse in modo diverso. Ecco tre condizioni che frenano la ricerca”.

Quando Marcolini inizia a parlare in mano ha un mazzetto di piccoli fogli colorati, sono i suoi appunti. Li ha presi minuto dopo minuto, non ha fatto cadere un solo numero, anche se in realtà già li conosceva. Anzi ne snocciola altri per far comprendere la forza dei distretti, che lui non crede finiti, ma che devono davvero guardare oltre. Il modo è abbastanza semplice, perfino per il settore calzaturiero, anche se i modelli di successo in questo momento si chiamano Biesse, “400 assunti in un anno, 250 sono ingegneri”, e Nuova Simonelli, “capace di customizzare singolarmente una macchina con cui tutto il mondo usa per fare il caffè”. È uno che ama guardare ai più il presidente dell’Istao e non potrebbe essere diversamente, perché dalla villa sede del centro studi di Fuà esce chi deve cambiare il futuro in meglio e non chi deve presentare fredde analisi da statistico. “Quella di oggi spero sia una puntata. Serve un disegno che riorienti l’economia e la società. Che ne sarà delle 2500 imprese del fermano ci chiedevamo 10 anni fa? Intanto sono diventate quasi 2000. Che succederà del distretto in espansione di cui si conosceva la parte declinante nel 2009? Penso che i distretti, categoria molto disinvoltamente liquidata, sia ancora una categoria che mette in relazione il territorio, l’ambiente e le comunità con lo sviluppo. Guardate – sottolinea sfogliando gli appunti - i distretti crescono del 10,2, 4 punti % alle aree non distrettuali. E il ritorno del capitale investito è del 7,2%. Nel 2017 a fase di ripresa si è intensificata, interessando tutte le filiere. Ma c’è un problema, il calzaturiero vive in un mondo suo. C’è una crisi della specializzazione produttiva, poi ci sono fenomeni globali che si ripercuotono sul locale”.

Globalizzazione, si torna sempre al primo spunto di D’Erasmo: “La globalizzazione toglie frontiere e apre orizzonti. Le tecnologie dirompenti invadono l’organizzazione della produzione e del consumo. Ci sono due novità positive: le tassonomie vengono meno. E oggi si può dire che non c’è un settore che di per sé è innovativo e non ce ne è uno arretrato. Oggi siamo alla customizzazione del prodotto”. E questo deve valere per la Mercedes, che la classe A la realizza in 4mila modi diversi, ma anche per le scarpe.

“C’era un mini distretto della calzatura a Serra dei Conti. E c’è oggi la Goretti: si è mescolata tecnologia spinta, di frontiera, alla capacità manuale tipica e tradizionale e non riproducibile. Goretti lavora per Hermes, Dior e altri. Come fa? Usa prototipi tra Cad cam e taglio. Poi ci sono macchinari che mettono Swarovski (fatte 16mila paia dall’inizio dell’anno) a pressione e contatto. Ma siccome la perfezione è qualcosa di divino, gli ultimi brillantini vicino alla soletta del tacco vengono posti manualmente. Ogni operaio fa 3-4 scarpe al giorno per una vendita planetaria. Tecnologia e saper fare. il mercato del lusso è anelastico”. Le scarpe sono passate da 500milioni di paia prodotte nel distretto marchigiano a 200, un problema c’è: “Vedete, le imprese culturali, e riprendo lo spunto di Trasatti, non sono solo teatro e cinema, perché l’Accademia delle Belle Arti conta quanto la Politecnica per una buona produzione calzaturiera. Serve un link dedicato alle calzature. E non trascuriamo la partita che è ancora aperta per l’area di crisi complessa, un lavoro prezioso che va sostenuto”.

“La svolta vera la fa il capitale umano. Le produzioni americane hanno personale qualificato di livello altissimo, questo dimentichiamo di raccontarlo” ribadisce Marcolini. Da qui il plauso al piano Calenda: “È una delle cose più importanti degli ultimi anni: iperammortamento e super ammortamento, il fondo di garanzia, la formazione con sconto del 40% per chi è impiegato in azienda. Un piano che fa miracoli, gli do 10 e lode. Ma il 4.0 deve correre sulla formazione, che possono fare Comuni e Provincia, oltre che su infrastrutture strategiche, anche se openfyber, che apre in Abruzzo ma non nelle Marche il primo cantiere è fondamentale”. il problema è che quello che verrà fatto a L’Aquila non trova casa, per ora a Camerino o Amandola, ribadisce il volto dell’Istao. “La Regione ha un piano di copertura totale per il 2020 con banda ultra larga. Ma fra due anni”.

L’ultimo messaggio è molto caro all’attuale numero due di Confindustria Centro Adriatico, la collaborazione tra imprese: “Lavoriamo insieme per una prospettiva territoriale che non sia però una scala minima. Servono processi più grandi. La Politecnica che si si collega al Sant’Anni di Pisa è una buona notizia. Ma serve fare rete e coinvolgere le altre università, altrimenti ci si scontra con gli avarismi”.

@raffaelevitali

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