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Anmil Fermo. Madre, moglie, semplicemente donna: il mondo femminile è più forte degli infortuni

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Giampieri: L’Anmil non lavora un giorno all’anno, ma per 365. È questa la sua forza. Sui luoghi di lavoro si sta facendo molto, grazie all’Asur, ma in casa è molto più complicata la situazione.

FERMO – ‘Faccende pericolose’ è il titolo dello studio dell’Anmil che ha fotografato tutti gli infortuni che accadono in casa e che sempre più coinvolgono le donne. Un’associazione incredibile quella che raggruppa chi ha subito infortuni sul luogo di lavoro, perché riesce a trarre forza da ogni difficoltà, come testimoniano le testimonianze che Marcello Luciani fa emergere minuto dopo minuto.

Un anno fa è nato il gruppo Anmil donne di Fermo che si è subito messo al lavoro e che un video accompagnato dalle note di Vivo per Lei con Bocelli e Giorgia riassume nella intensa attività. Che è ancora segnata da troppo dolore, considerando che sono stati nel 2018 1541 gli infuortuni, di cui 563 di donne. E stando proprio al mondo femminile, i settori più colpiti restano quello manifatturiero, 41, agricolo, 38, e sanitario, 31. Zenedia, Angela, Paola e Graziella sono state le quattro coraggiose che hanno dato vita alla sezione femminile, Federica, Giuliana e Maria sono la nuova linfa che da oggi fa parte del gruppo che integra l’associazione guidata da Gabriele Coccia che ha in Gloria De Luca, psicologa dell’Annmil, un punto fermo.

“Coccia è il vero padrone di casa con le sue iniziative che danno una scossa al territorio. Deve crescere la consapevolezza dei rischi che ci sono anche nel luogo che è immaginato come sicuro, la casa. Anche questo territorio non è immune, pensiamo che solo pochi giorni fa è morta una donna in casa, pare proprio mentre era intenta in ‘faccende pericolose’ riprendendo il vostro titolo” sottolinea il sindaco Paolo Calcinaro. “L’Anmil non lavora un giorno all’anno, ma per 365. È questa la sua forza. Sui luoghi di lavoro si sta facendo molto, grazie all’Asur, ma in casa è molto più complicata la situazione. Come Comune stiamo lavorando sulla formazione, ma il vero problema resta il post infortunio, dove la donna rischia di rimanere fuori dal contesto sociale” aggiunge l’assessore Mirco Giampieri. Il consigliere provinciale Cristian Falzolgher racconta un episodio familiare, “mi moglie sbatte la testa, io per andare a prendere qualcosa per completare il suo lavoro cado e mi faccio male. Questo – sottolinea strappando inizialmente il sorriso - è un modo semplice per far comprendere che chi fa rischia, dobbiamo cercare di ridurre i problemi dentro casa”.

Alla presidente del gruppo femminile Zenedia il compito di entrare nel tema della giornata: “L’8 marzo ogni anno ricordiamo le conquiste sociali e l’importanza degli obiettivi raggiunti. Le donne sono in ogni settore, ma non possiamo trascurare l’importanza della donna mamma e moglie, l’imprenditrice familiare. Cosa succede quando le cose si complicano con un infortunio?”. Succede che si trovano nuove forze, nuove risorse dentro di sé, come dimostrano le testimonianze scelte per raccontare l’Anmil:

Inizia Federica, figlia di Gabriele Coccia: “Mio padre aveva già subito l’incidente. Mia madre non ha fatto vivere il trauma della situazione. Veniva a scuola e tutti mi prendevano in giro per la sua mano più piccola. Ho tirato fuori le mie unghie e abbiamo formato un gruppo a scuola e dedicavamo il tempo a dei ragazzi sulla sedia a rotelle, che restavano sempre in classe. Il più grande successo ottenuto a sette anni è stato riuscire a convincere un mio compagno a venire in gita. Ringrazio anche l’infortunio di mio padre, mi ha formato”. Poi una madre che vive l’infortunio della propria figlia, Gabriella mamma di Giuliana. “Mia figlia diventa avvocato, eravamo felici. Il 22 ottobre del 2002 ero tranquilla. Verso le 930 mi chiamano i vigili e mi dicono che mia figlia aveva avuto un incidente. Al pronto soccorso in un attimo tutto si è sconvolto. Mandibola e ginocchio fracassato, la trasferirono in sala operatoria. Otto ore di intervento. Non poteva più parlare, usava una lavagnetta. Pian piano ha imparato a scrivere. Continuavamo a prendere permessi. Alla fine, una gamba più corta di tre centimetri. Coccia ha saputo coinvolgerla, l’Anmil è diventata la seconda famiglia. Sette interventi e ogni volta la riabilitazione, con mille difficoltà. Nel 2013 il suo intervento decisivo e siamo qui”.

Terza storia è quella della signora Maria dal 1985 sulla sedia a rotelle per un infortunio sul lavoro, cadendo da una scala in ufficio. “Non ricordo nulla, tranne l’auto che mi portava in ospedale e che non sentivo più metà del mio corpo. Prima operazione, poi una seconda operazione e infine al Santo Stefano, era il 1986. Poi sono andata in Germania in un entro specializzato in tetraplegia. Mi hanno subito detto che non sarei mai tornata a camminare, il loro obiettivo era rendermi autosufficiente. Il 19 luglio, dopo sei mesi sono tornata a casa, con la mia indipendenza”.

Alla psicologa De Luca, che lavora anche con l’Inail, il compito di tirare le fila dopo i racconti: “Il gruppo donne ha saputo rompere il silenzio attorno alla donna disabile. Il primo nodo è ‘l’invisibilità agli occhi degli uomini’ cosa che mai sento da parte del sesso maschile che l’uomo dice meno volte. C’è una differenza nel vivere la disabilità. È complicato essere visibili in un mondo in cui l’immagine è caratterizzata da canoni di bellezza precisi. Nessun uomo pensa mai a una donna con problemi, quando immagina la bellezza. Il corpo della donna disabile è percepito come poco desiderabile, disabilità e sessualità fanno a cazzotti. E invece, la donna disabile può essere una buona madre e una buona moglie? Senza dubbio, ma la diversità nella cultura media è sinonimo di inferiorità. Rompiamo questo schema, partendo da un dato drammatico: tra le donne con disabilità crescono i casi di violenza e abusi. Invece, queste donne vanno oltre il conetto di perfezione, accettano le imperfezioni. Madri e moglie capaci di una carica affettiva smisurata. Hanno desideri e sperimentano invece il mondo asessuale. Sono donne che non chiedono diversità, ma che lottano per esprimere se stesse in una società carica di pregiudizi. Son l’opposto di fragilità e vulnerabilità”. E se non ci credete, provate a chiedere a una di loro e quello che vi sentire dire è una semplice cosa: “Non sono una disabile, sono una donna”. Che lotta, che soffre, che si ammala professionalmente, i numeri sono in crescita e i casi sono passati da 1786 a 1951 in un anno, ma soprattutto che testimonia senza paura e con orgoglio la sua condizione, qualunque sia.

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