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Micam2019

Il calzaturiero che funziona. Dubai, Zengarini arriva prima dell’Expo: ‘Cresco, studio i mercati e investo’

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Al Micam si è presentato con i sette marchi che produce e distribuisce. Lui corre, il distretto zoppica. Una soluzione: ‘Defiscalizziamo gli oneri, deve calare il costo di una scarpa’.

di Raffaele Vitali

MONTEGRANARO – Rodolfo Zengarini è l’imprenditore dei brand, dei marchi internazioanli (da Galliano a Richmond), quello che ha saputo, prima di altri, credere nel settore delle licenze.

Zengarini, in un periodo di crisi come questo il brand dà sicurezza?

“Chiariamo subito, io non lavoro con i marchi, li prendo in licenza. È un discorso diverso. Significa che produco e decido io la distribuzione, ne rispondo direttamente, ma ho anche la gestione”.

Come fa a gestire tutto questo partendo da Montegranaro?

“Investendo su organizzazione e distribuzione. Oggi non è più solo un discorso della valorizzazione della produzione. Tu devi sapere dove andare a venderlo: se non conosci dove e a chi vendi, se non consoci chi compra vai poco lontano”.

Quindi?

“Ho una squadra che lavora sulla progettazione e distribuzione, con una forte conoscenza dei mercati. E da anni investiamo in questo settore perché la produzione è una certezza. Si parla troppo, purtroppo, solo di produzione. I francesi sono stati maestri sul marketing e la distribuzione, noi dobbiamo ancora fare il salto”.

Le piace l’idea della Shoes Valley?

Aspettiamo di vedere i contenuti. I francesi non hanno valorizzato il territorio mai brand. Noi oggi scontiamo un vuoto a livello di brand nelle Marche. Abbiamo fatto tanto come marchigiani, dove abbiamo trovato sbocco ci siamo entrati, spirito di sopravvivenza. C’era la Germania, siamo stati i migliori. Poi Francia, poi è arrivata al Russia, dove siamo stati i primi.

Allarghiamo lo sguardo, lei vede mercati dove inserirsi?

“Ce ne sono, il mondo è vasto. La produzione di scarpe aumenta. Il problema è il costo. Oggi c’è una fascia  di prezzo che si vende, solo che le marchigiane sono care. Quindi la scarpa marchigiana non è competitiva, è penalizzata. Valorizzare il territorio non basta. Come portiamo la gente qui, non abbiamo infrastrutture, non aerei, non treni e niente comunicazione”.

Però il mondo Zengarini c’è e cresce?

“Noi ampliamo, investiamo. E ho intenzione di investire ancora di più. Tanto è vero che apriremo un nostro showroom che si affaccia sul medio oriente a Dubai, in previsione dell’expo 2020. Anche li vogliamo distribuire direttamente, sul posto. Non posso pensare di portare tutti gli arabi qui. I clienti del golfo vedranno i nostri prodotti lì e compreranno lì. Al ‘Burjuman’ ci sarà uno spazio con tutti i nostri marchi, uno showroom e un flagship rappresentativo. A fine marzo inauguriamo”.

Come ci sei riuscito?

“Mi è venuto a trovare un arabo che mi consce dai tempi di Calvin Klein. Lui gestisce una parte del business negli Emirati Arabi. Era interessato ai miei marchi. Mi ha fatto una proposta non rifiutabile. Oltre a questo abbiamo fatto un accordo di distribuzione. Si è presentato coni dati che spera di raggiungere. Un progetto che ha avuto una gestazione di due anni, ma forse anche tre. Non si improvvisa nulla”.

Presto Dubai, ma dove è già presente?

“Abbiamo preso un nuovo spazio a New York, a novembre. Investimento importante, ma i nostri marchi piacciono. In America siamo presenti nei principali department store”.

L’Oriente?

“Abbiamo uno spazio a Hong Kong con un agente, è il primo passetto. Valuteremo in futuro se aprire anche lì. Ma è quasi una certezza, la Cina è un mercato interessante”.

Quante persone lavorano nel mondo Zengarini?

“I dipendenti tra diretti e aziende che lavorano in esclusiva per noi sono 150”.

Lo sente il peso ogni mese verso lavoratori e famiglie?

“Una grande responsabilità. Le aziende che lavorano con noi hanno aspettative. Ogni volta che torni da una fiera, la loro speranza cresce. Quindi so che ogni giorno c’è qualcuno che si preoccupa insieme a me. Poi so di essere un punto di riferimento, una delle aziende solide del distretto e questo mi dà serenità”.

A proposito, come lo vede il distretto?

“Quando ero ragazzo il distretto era pieno di americani. Venivano con il passaparola tra imprenditori, il mercato non mente, fa le regole. Qualcosa ormai ci manca”.

Come può evolvere e riprendersi?

“Seve una misura choc. Serve una defiscalizzazione degli oneri. Non c’è altra possibilità, non c’è made in Italy che tenga. Deve calare il prezzo della scarpa. E poi impariamo a vendere il brand, non la produzione. Qualità, che è nel marchio, immagine e prezzo sono il punto chiave. L’imprenditore da solo non può cambiare, è sfinito. Fa sforzi ogni giorno, va aiutato. Non si può continuare a comprimere i margini, per cercare di essere competitivo”.

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