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Can che abbaia non morde

rafsmilenuova

Fotografia di un territorio che poi non sa neppure accordarsi per contare.


Uno dei pochi detti che ha un riscontro nella realtà, di solito, è che ‘can che abbia non morde’. Il Fermano, ma in generale il sud delle Marche, sembrano come quei piccoli cagnolini, magari di razza, che abbaiano, si sbattono ma poi alla fine scansi con un semplice gesto. Basta solo capirlo e non farsi spaventare. E purtroppo, ad Ancona e a Roma, non si spaventa più nessuno quando il Fermano e il sud delle Marche abbaiano.

Questo è un problema, perché l’alternativa sarebbe di poter lavorare nell’ombra, in silenzio, sedendosi al tavolo che conta, senza cercare l’attenzione spasmodica che poi alla fine fa dire ‘ecco, tutte chiacchiere’. Per farlo però servono politici di spessore, servono imprenditori che stano davvero a pranzo con i ministri. Non raccoglie il Fermano: è accaduto a livello di decisioni economiche, a livello di piani infrastrutturali, a livello di ricostruzione, a livello politico. Per giorni si è parlato di un sottosegretario made in Marche del sud, con prese di posizioni sui giornali e tanto di toto nomi, e poi alla fine è arrivata la pesarese che nessuno aveva mai nominato. Di certo non si sono strappati i capelli i vertici del Pd che ha incassato la nomina e quelli dei 5 Stelle che hanno visto confermato il commissario alla ricostruzione Farabollini.

Fotografia di un territorio che poi non sa neppure accordarsi per contare. Perché se Fermo propone un nome e poi arriva Ascoli e infine Macerata, restare con un pugno di mosche è facile. Can che abbaia non morde, almeno fino a quando, morente, non ha l’ultima chance di sopravvivenza e riesce ad addentare l’osso rimasto. La condizione è ormai questa, ma l’osso chi ce lo mette, il presidente della regione Ceriscioli?

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


La terra trema, sveglierà la politica?

rafsmilenuova

Serve un ministro o un sottosegretario delle Marche completamente dedicato alla ricostruzione.


Il centro Italia trema ancora. E pure forte, perché una scossa di 4.1, seguita da un altro paio superiori a 3, fa davvero paura. Ma per fortuna, niente danni. D’altronde, è l’amaro commento di chi si trovava in zona tra Arquata e Norcia, non c’è neppure più niente da rompere. È tutto fermo, immobile, al massimo la terra che trema sposta di qualche centimetro uno dei mattoni delle case devastate tra anni fa.

Quello che le nuove scosse ricordano in piena notte alla gente, e si spera alla politica, è che l’emergenza non è mai finita. Anche perché non essendoci ricostruzione, è difficile smettere di usare quella parola. Per una volta però la natura con la sua forza arriva al momento giusto, non avendo fatto danni, perché a Roma si sta giocando la partita del governo. E in questo match in cui nessuno vuole perdere, nello sport è impossibile ma in Parlamento succede, deve tornare protagonista la ricostruzione. Prima l’assessore regionale Cesetti, poi il presidente delle Marche Ceriscioli, hanno avanzato una richiesta chiara: un ministro o un sottosegretario delle Marche completamente dedicato alla ricostruzione. Una richiesta al premier incaricato Conte, ma anche al Partito Democratico che entrando nel Governo deve incidere, visto che governa, almeno per qualche altro mese, le tre regioni più colpite: Umbria, Lazio e Marche.

Tremi la terra, ma non spaventi i turisti: i Sibillini stanno bene, hanno recuperato i loro spazi, hanno riaperto sentieri, hanno musei da scoprire, vedi quello dei fossili di Montefalcone, hanno cibo e B&b sparsi in angoli nascosti, insomma han tanto da dare. L’hanno detto e scritto: siamo più resilienti che residenti, ma chi ama la sua terra resiste, non se ne va, alza la voce e si rimbocca le maniche. Ma non basta, perché tra natura e politica sembrano dover lottare contro tutto.

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Il Fermano si è svegliato e finalmente dice NO

rafsmilenuova

“ Attenzione, il Fermano si è improvvisamente svegliato e ha capito che può dire anche no.

Il primo ‘no’ è quello di Licio Livini, direttore dell’Asur 4, a chi guida la Regione Marche. Un ‘no’ chiaro a una politica che da troppi anni è fatta di promesse. Certo, ha incassato l’Asur 4 da quando l’assessore Cesetti è al Bilancio, ma solo per l’enorme gap che scontava. Poi, tante promesse e con le parole non si migliorano le file al pronto soccorso, non cresce il personale, non si alzano muri di ospedali. Per cui, ecco Livini che con eleganza manda il suo messaggio: più di così non posso fare, se queste sono le condizioni me ne vado. E a quel punto il cerino sarà solo di Ceriscioli, presidente e assessore alla Sanità.

Il secondo ‘no’ è quello di Paolo Calcinaro, sindaco di Fermo. Un ‘no’ netto a chi pensa che Fermo e il suo territorio debbano continuare a vivere di paura e di sindrome da Calimero. Questo ha insegnato il Jova Beach, ma vale per tante iniziative che stanno dimostrando come con una sana programmazione si possano raggiungere risultati da grande, vedi il bando multimilionario per la gestione della ricca rete museale pensato e voluto da Trasatti che ha fatto di Fermo una best practice nazionale.

Il terzo ‘no’ è di Adolfo Marinangeli, il sindaco di Amandola. Che non è amato dai suoi vicini ma lo è dai concittadini. Alza la voce, tira dritto come un bulldozer, ma solo per una ragione: fare di Amandola un posto migliore. Il suo ‘no’ al Provveditorato che vuole chiudere ancora prima di aprire l’Alberghiero è pesante. Ma non basta, servono alleati, serve una presa di posizione compatta e univoca. La Provincia l’ha data, la Regione che fa? Si schiera in maniera ufficiale? E le forze economiche, che dicono? Lo vogliono o no il rilancio delle aree montane? La prima regola è tenere i giovani, fosse anche per i 5 anni di scuola. Ci vuole coraggio e visione, quella che a volta manca alla burocrazia.

Il quarto ‘no’ è di Stefano Pompozzi, presidente di MarcaFermana. Il suo è rivolto a tutti quelli che parlano a vanvera e avanzano richieste, pronti a giudicare chiunque si muova nell’ambito del turismo, della promozione e dell’accoglienza. È il ‘no’ all’egoismo del singolo Comune che poi diventa capofila di fantomatiche collaborazioni solo perché fallisce nel suo piccolo obiettivo. Un ‘no’ alla strumentalizzazione, un sì a chi ha voglia di sedersi attorno al tavolo già costruito ma che rimane sempre troppo vuoto.

Quattro no per un ‘sì’, quello che certifica la voglia di protagonismo che diventa bacino elettorale nel giro di pochi mesi. Chi supporterà questa voglia del Fermano di uscire dal guscio saprà raccogliere molto, ma diffidare da chi ha sempre ragione e da chi promette senza dare è una regola base: per chi deve scegliere ma anche per chi si presenta. Il ‘no’ ora non è più una chimera.

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Odio le griffe, ma ho sempre amato le marche: RisorgiMarche

rafsmilenuova

“Odio le griffe, ma ho sempre amato le Marche”. Potrebbe essere un grande slogan questo per una regione che ha bisogno di uscire dal suo piccolo e dorato cortile. Lo ha coniato Vinicio Capossela, l’artista che ha chiuso il festival RisorgiMarche. Chiuso forse per sempre? Chissà, le parole di saluto di Neri Marcorè e Giambattista Tofoni al termine del concerto tra i monti maceratesi hanno suonato come un Farewell gucciniano: “Ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale”.

Ed è proprio così, questi due sognatori hanno trasformato qualcosa di normale, un festival musicale, in qualcosa di straordinario per un anno hanno unito tutti, ma proprio tutti, attorno allo slogan RisorgiMarche, poi hanno subito il crescente dolore di una terra ferita che continua a sanguinare, anche se per fortuna non a tremare. Su Marcorè e Tofoni hanno cominciato a crescere le zavorre, quei sacchi pieni di aspettative verso la politica e le istituzioni che mai avrebbero dovuto essere caricati su quella mongolfiera che vola alta e serena che è la musica.

Eppure, hanno continuato. Quasi noncuranti, trasformando critiche ingiuste in determinazione, spinti da chi crede che RisorgiMarche sia davvero un veicolo promozionale, sia davvero un modo per dire a chi è ancora senza casa, ma ha una casetta, che non è solo. Faticoso però pensare e strutturare un festival che vive di amicizia, quella di Neri con gli artisti, e anche risorse, perché se Mengoni viene gratis lo staff giustamente lavora e va pagato, quando viene meno quel sentiment positivo, quell’essere tutti della stessa famiglia.

Nessuno sa se la magica coppia che ha il Fermano nel dna e le Marche nel cuore la prossima estate calcherà ancora i prati dei Sibillini, cambiando magari ancora la formula, quest’anno arricchita dai concerti nei borghi. Una formula che però deve riflettere sul fatto che ha messo in difficoltà quasi tutti gli spettacoli, musicali a pagamento organizzati nel sud delle Marche, dallo Sferisterio a villa Vitali passando per San Benedetto.

Nessuno lo sa cosa accadrà, ma di certo una cosa la sanno tutti: le case non le ricostruiscono le canzoni, ma le note possono dare molto più di quel che si pensi. Se poi vengono accompagnate, come per Capossela, da una decina di stand di birre locali, ecco che il tangibile di cui tutti parlano è palese: migliaia di litri di birra venduti e centinaia di migliaia di euro incassati.

Non basta? Non è Marcorè che deve fare i picchetti sotto il Parlamento o la Regione. Ma è Marcorè che parlando con tv e giornali nazionali - magari se si rapportasse anche con i locali il progetto avrebbe avuto un ritorno mediatico maggiore - potrà dire ‘Pievetorina è piena di macerie, Arquata vuole rinascere, Montefortino è ferita ma ci crede, Ussita merita di più’. Non è poco. E se davvero RisorgiMarche si fermerà in tanti lo capiranno. E sarà troppo tardi. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il coraggio di credere nei giovani

rafsmilenuova

Quei cappelli di carta che volano verso il cielo, l’ultima campanella che suona nelle mani della dirigente Corradini, i filmati che raccontano un ultimo anno vissuto intensamente, il centesimo consegnato in mano insieme con il diploma. Detta così, tolta la perfetta organizzazione affidata aa un eclettico professore, la serata dell’Itet Carducci Galilei, la scuola che sforna ragionieri, geometri, esperti di finanza e di marketing, sarebbe classificata come ‘una bella festa di fine anno’.

Ma la scelta di assegnare come tema portante la parola ‘coraggio’ ha trasformato un momento di festa in uno di riflessione. Uno a uno sono saliti sul palco personaggi di diversa caratura, simboli e volti di mondi diversi per cercare di fare del ‘coraggio’ una parola piena di contenuti.

C’è il coraggio di rialzarsi dopo l’errore; c’è il coraggio di fare della provincia una metropoli, come l’ospite Munda, un giovane fermano che scrive canzoni per i grandi cantanti dallo studiolo di Macerata; c’è il coraggio di scegliere; c’è il coraggio di cambiare, come ha raccontato l’ex alunno Vittori; c’è il coraggio di dire no e sentirsi liberi, come ha rivelato l’arcivescovo Rocco Pennacchio.

Tutte forme di coraggio che dipendono da noi, dal singolo, in questo caso dal giovane che lascia la scuola. Poi però dal palco di Villa Vitali è stato lanciato un messaggio diverso, che dovrebbe essere scritto a lettere cubitali davanti al parlamento, di fronte alle grandi aziende, dentro le Università. Lo hanno lanciato, in maniera diversa, tre figure lontane da loro, unite dal desiderio della legalità: il colonnello dei carabinieri Marinucci, il presidente della Camera di Commercio Sabatini e il direttore generale della Banca d’Italia Magrini. Parole semplici: “Parliamo del coraggio che devono averi i giovani, ma quello che serve è il coraggio delle istituzioni di credere nei giovani. Troppi capelli bianchi fingono di credervi, rinviando poi nel tempo il momento della fiducia bruciando il futuro. Non c’è domani per i treni, quando passano vanno presi. Il coraggio non può essere solo vostro”.

Coraggio quindi, che non significa assenza di paura, ma consapevolezza nei propri mezzi, rafforzati da studio e preparazione. Ai diplomati Itet non mancherà, la scuola glielo ha regalato insieme al diploma e al centesimo che rappresenta il talento da far fruttare, come non mancherà ai tanti alunni 19enni di ogni scuola, da oggi privi del porto sicuro. Il problema è che manca a chi decide, a chi conta. Almeno fino a quando non verranno ascoltati un carabiniere, un artigiano e un banchiere che hanno dimostrato in una sera d’estate lo sguardo più profondo di chi gli sta attorno.

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Quale turismo vogliamo?

rafbasket fondino

Immersi nella voglia, desiderio, impegno di ripresa delle aree interne, che sta arrivando, spesso si dimentica che la massa dei turisti gravita sula costa. E allora, bisogna porsi una domanda: cosa offrono le città a chi arriva?

A questo potranno, pian piano, dare risposte i due enti che si vanno consolidando sul territorio: Marcafermana e il Distretto turistico. Ma la rete e i progetti hanno tempi più lunghi di quelli del turista, che invece chiede servizi immediati.

Il primo punto è che non è chiaro a chi si rivolge il Fermano. Ci si riempie la bocca della parola ‘famiglie’ ma poi ci si rende conto che le risposte per questo target non sono poi così tante. Pensiamo ai ristoranti. Quanti hanno al loro interno giochi, baby parking e via dicendo? Pochi, pochissimi, qualche chalet sulla spiaggia o locali in collina, ma poco altro. E quanti fanno menu mirati per le famiglie, andando incontro da un punto di vista economico?

“Ma noi parliamo agli stranieri” dice qualcun altro. Bene, provate ad ascoltare le conversazioni tra camerieri, ma anche commessi, con chi non parla italiano. E provate invece a fare un giro in Romagna o sui laghi della Lombardia che stanno diventando anche per questo il cuore dei viaggi di chi arriva da Francia e Germania.

Siamo certi di essere pronti a un turismo per famiglie? E soprattutto, sono le famiglie che spostano dal lato economico la situazione. In altre parti hanno già capito che è il pensionato, l’anziano, soprattutto straniero, che spende. Solo che chiede servizi completi. Chiede che se scende dal treno lo si prenda e gli si permetta di raggiungere ogni angolo della provincia, outlet inclusi come ricordano i vertici del distretto turistico. Insomma, chiede quel che Marca in bus fa ma lo vuole strutturato. E su questo, tolto NeroServizi, siamo davvero lontani. Regione e Governo non lo devono mai dimenticare.

Infine, lo shopping. Passeggiare per Porto San Giorgio - presa come emblema perché la più dotata a livello commerciale - la sera con i negozi tutti chiusi in piena estate è desolante. E su questo, parliamo chiaro, l’amministrazione non ha alcuna responsabilità. Se le zone pedonali, i ristoranti pieni, i turisti che cercano un po’ di fresco in strada non convincono i commercianti ad alzare le serrande, c’è poco da fare. E allora poi non stupiamoci che i centri commerciali siano pieni e lo sia anche Civitanova. La gente va anche dove può comprare. Il window shopping, come chiamano gli inglesi il passeggiare davanti a vetrine spente, piace per una sera, poi rattrista.

Insomma che turismo vogliamo? Almeno Fermo comincia a capirlo, investe in cultura, musei, mostre (dovrebbe credere in più nell’essere Learning City dell’Unesco) e buon cibo avendo capito che la sfida commerciale è persa in partenza. A meno che improvvisamente non si sblocchi l’Helios e Zara, H&M o altri brand non lo riempiano.

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La donna che parlava ai potenti

rafbasket fondino

Ci si renderà conto tra qualche mese del ruolo che ha ricoperto Annarita Pilotti per quattro anni. Lo si capirà guardando le immagini che il web e i giornali pian piano pubblicheranno, ci si renderà conto di cosa abbia significato avere la presidente di Assocalzaturifici proveniente dal distretto calzaturiero marchigiano.

Una donna che parlava a nome di tutti ma che aveva dentro il suo Dna le Marche e in particolare il Fermano. Una terra che ha portato su ogni tavolo, che ha reso protagonista a ogni incontro, che ha trasformato in motivo di dialogo e discussione con premier e ministri.

E lo ha fatto da donna presidente, la prima in assoluto nella storia dei calzaturieri. Con lei tra l’altro sono cresciute nuove figure di riferimento a livello nazionale, un mondo rosa che ha il piglio combattivo di chi vede l’impresa come la propria famiglia.

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Ha parlato con Renzi, Gentiloni, Salvini, Di Maio, Calenda, per non nominare i vertici di Russia, Kazakistan, Cina e mondo arabo. È stata, indubbiamente, una delle figure più potenti degli ultimi decenni per il Fermano. Eppure, non tutti l’hanno capito. Più facile pensare che lavorasse per se stessa, ma poi i quadri economici dicono altro.

Una donna al comando fa sempre discutere. Lo sapeva bene la Pilotti che ha faticato più di un uomo per affermarsi ma che grazie alla grinta di una mamma ex poliziotta ha trasformato ogni occasione in un momento di conoscenza del mondo dei calzaturieri.

Certo, all’inizio ha tentennato, ma passare da Porto Sant’Elpidio alla Milano della moda in cui ogni dettaglio e movimento viene studiato non sarebbe stato facile neppure per la dirompente Stefanenko. Eppure lei ha trasformato ogni gaffe in un momento di crescita, finendo per chiudere la sua esperienza parlando davanti al gotha della moda e uscendo senza ombra di dubbio vincente. Le agenzie hanno rilanciato solo le sue parole, un motivo c’è. Ha imparato a usare i numeri, a dire le cose in maniera diretta, senza i lustrini che fanno del fashion un settore troppo spesso guardato con leggerezza, mentre vale una fetta importante della bilancia commerciale.

Ora, senza la Pilotti, il Fermano resta un po’ più solo. Il nuovo presidente è un veneto, conosce un mondo che corre mentre il marchigiano cammina, un mondo che ha imparato a fare le sneaker, pensiamo a Diadora, e che ha puntato sulla formazione, un mondo che le Marche devono imparare a osservare senza mai dimenticare che i re stanno nel triangolo tra Montegranaro, Casette d’Ete e Monte San Giusto. I re rimasti senza regina e che per questo, alla fine, forse si renderanno conto di quello che avevano: la donna che parlava ai potenti. E che ha avuto il coraggio di dire, usando Bertolt Brecht, quello che nessun altro leader osa e che invece i calzaturieri non devono mai dimenticare: “Dopo che si è lavorato tanti anni, noi siamo ora in una condizione, più difficile di quando si era appena cominciato”.

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Maturità, l’ultimo atto di una generazione senza informazione

rafbasket fondino

In attesa che le commissioni facciano il loro dovere, promuovendo i 19enni desiderosi di lasciare i banchi di scuola per iniziare un nuovo percorso fatto di studio o lavoro, ma prima di tutto di vacanza, sul tavolo resta un dato. I giovani di oggi, ancora di più i liceali, vivono in un mondo loro, fatto di interessi chiari ma anche per questo limitanti. Queste settimane pre esame sono state caratterizzate dalla chiusura dei progetti di alternanza scuola lavoro, principalmente per gli alunni di quarta, ma non sono mancati i maturandi a spasso per le conferenze stampa.

Quello che emerge dialogando con i 19enni è che non leggono i quotidiani, non ascoltano giornali radio, solo se inchiodati a tavola dai genitori guardano, perché l’ascolto richiede impegno, un telegiornale. È per questo che gli organi di informazione online provano a intercettarli attraverso Instagram o Facebook, che però è già vecchio per i millennials. Che pensano di potersi affidare alle App dei cellulari, quelle che fanno da collettore di notizie selezionate sul web. Selezionate da chi e in base a cosa? All’interesse di chi legge e vuole trovarsi sempre in mezzo a qualcosa che piace, interessa, convince, fa sentire preparati.

In questo appiattimento delle menti, che per fortuna lo studio tiene ancora un minimo attive, i 19enni si apprestano all’esame di maturità. Che grazie al cielo non ha più come prova madre l’articolo di giornale, oggetto sconosciuto ai più. Anche per colpa degli adulti che trincerano dietro il costo di un euro la poca voglia di riflettere su una pagina di carta.

Quale ruolo gioca quindi la scuola? Purtroppo quasi impercettibile a detta di chi entra nelle redazioni per l’alternanza. Di quotidiani non se ne vedono dopo le Medie e anche quando li regalano diventano mucchi di carta polverosi sulle scrivanie dei bidelli. È questo il cittadino che si vuole costruire? Uno interessato solo a quello che gli piace, ancorato nel passato o in un mondo che corre senza lasciargli il tempo di capire?

La maturità è arrivata, non c’è più niente da fare per questo blocco di capitale umano, ma per fortuna c’è ancora modo di intervenire sugli altri alunni. Sempre che si creda ancora che informarsi sia il primo antidoto contro le forze antidemocratiche e populiste che con slogan e promesse affascinano più di una riflessione sull’economia o sulle scelte di politica estera.

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Chi ben amministra è a metà dell'opera

rafbasket fondino

Un messaggio ai sindaci: ora lavorate e completate quanto avviato. Le elezioni amministrative mettono in luce un elettore diverso, più consapevole, soprattutto attento a quello che accade nella sua città. Diversamente dal voto per Parlamento ed Europee, quando si tratta di scegliere il sindaco si guarda alla sostanza, alla persona, all’immediato. Non c’è leader che tenga quando si deve decidere a chi affidare la gestione dell’asilo nido e la programmazione urbanistica.

Si spiega così la conferma di quasi tutti i sindaci, anche dove si immaginava il ribaltone, Montegranaro, o la dura lotta, Pesaro. E invece, vittorie a raffica per chi c’era, tra l’altro molte targate centrosinistra, che rinvigoriscono l’idea che civici si può essere ma senza mai dimenticare da dove si proviene.

Sta maturando l’elettore, che ha capito come i tempi della burocrazia spesso siano più lunghi di quelli delle idee. E così, ha scelto di dare fiducia ancora a chi ha avviato, a chi ha progettato. La speranza, ora, è che i confermati non si crogiolino sugli allori, ma decidano di incidere sapendo che tra cinque anni non si ricandideranno. Quello che non sta ancora succedendo ad esempio a Porto San Giorgio dove il primo sindaco confermato della storia cittadina deve ancora decidere cosa fare di porto e lungomare, per stare a due temi chiave.

Chi ha rivinto dovrà comunque guadagnarsi la fiducia, dovrà davvero portare ciclabili anche nei quartieri più lontani, vedi Pesaro, dovrà davvero trovare il modo di riaprire dopo tre anni il cinema, Monte Urano, dovrà provare a fare di uno scheletro un luogo di sport, Montegranaro, dovrà ricordarsi che avere un teatro romano non è solo uno spot per tre tragedie greche estive, Falerone, dovrà provare a portare un super big della musica che faccia invidia a tutta Italia, Servigliano, dovrà intercettare fondi e avviare una formazione che renda la tradizione moderna, Montappone e Massa.

Ogni sindaco ha le sue partite da giocare, partendo dalla consapevolezza che le persone li ha scelti e voluti. A discapito di proclami nazionali e redditi di cittadinanza. Ai sindaci il compito di non far piombare di nuovo gli elettori in un tunnel di antipolitica che già fa tanti danni appena si esce dal proprio confine comunale.

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Contare, almeno per un giorno

rafbasket fondino

Almeno teniamoci questa illusione. Che poi, quando si parla di piccoli comuni, diventa una certezza. Ogni voto è pesante se si pensa che in passato c’è chi ha vinto per due voti, chi per dieci, qualche recordman per un centinaio. E allora, uscire di casa anche con la pioggia assume un peso enorme, il peso di chi può incidere.

Votare è un diritto e al contempo un dovere, è il momento della nostra partecipazione diretta alla vita pubblica, quella che critichiamo al mattino e che attacchiamo la sera davanti alle tv. Se per Roma e Bruxelles le Marche scontato la loro piccola dimensione, ma non è indifferente poter guardare la mappa e dire: ‘1 milione di voti davvero vogliono il made in’ o ‘basta sanzioni alla Russia’ per stare a due dei temi che poi non son davvero quelli che faranno la differenza per il futuro delle nostre Pmi.

Contiamo…ci almeno per un giorno. Almeno fino allo spoglio, fino a quando qualcuno vincerà e qualcuno perderà ma con il timbro sulla scheda potremo dirci ‘ci abbiamo provato’.

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L'amaro compleanno della Provincia di Fermo

rafbasket fondino

L'ente compie 15 anni, si ritrova senza soldi, senza elezioni, ma con compiti pesanti e non riconosciuti.

 

Erano le 20.30 del 19 maggio 2004 quando arrivò la notizia: il Senato ha detto sì. Il voto più atteso dai fermani che sognavano “l’indipendenza”, l’autonomia politica. Era il giorno della nascita della Provincia di Fermo. Sembrava l’inizio di una storia d’amore, di quelle che giorno dopo giorno possono diventare più belle. Il destino, però, aveva disegnato una storia diversa per Fermo, che è rimasta la provincia con un solo presidente eletto dal popolo: Fabrizio Cesetti.

Una riforma scellerata ha tolto in un colpo solo la legittimazione popolare e le risorse all’ente più vicino a cittadini. La leggenda dei costi è andata avanti a lungo, fomentata da politica e illustri giornalisti, che hanno considerato i report della corte dei conti come carta straccia. Chissà perché tanta attenzione per l’ente che gestiva, e gestisce, strade, scuole e ambiente, e così poca per il vero gorgo nero politico ed economico, le Regioni.

Sembra così lontana la scalinata del palazzo dei Priori in cui i fermani, di ogni colore, si ritrovarono per festeggiare. Oggi, passeggiando per i corridoi della Provincia si notano i vuoti, colmati con il proprio lavoro da dipendenti coraggiosi. Quelli che restano e non scappano. Quelli che credono nell’ente e non fanno di tutto per andarsene in Regione, l’ultimo il responsabile della Sua, o in un Comune.

Sempre meno personale, sempre meno soldi, il Governo succhia anche il poco che l’ente incassa, ma tante competenze che si ricordano solo nel momento delle difficoltà. Un ente che ha alla sua guida un presidente non eletto, scelto da altri sindaci, che svolge il compito senza pendere un euro. Perché non ci sono stipendi, solo beghe, rogne, rischi. E ne sanno qualcosa a Fermo tra tetti che crollano, cantieri bloccati e via dicendo.

Un compleanno amaro, reso più dolce solo dalla capacità di chi la guida e di chi, in numero sempre più ridotto, la fa funzionare. Una vergogna italiana la riforma Del Rio e l’ignavia di chi è seguito che non ha voluto prendere una vera posizione. Fermo si è trovata schiacciata, nonostante fosse giovane, piccola, funzionale. Un colpo alla funzionalità e alla dignità di questo ente riconosciuto dalla Costituzione. Ma almeno a Fermo, la dignità resiste, lo spirito del 2004 non si ferma e continua a soffiare sperando di ritrovare una fiammella che scateni il fuoco della Provincia che fu.

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Liberazione, lavoro e fascismo: il peso delle parole

rafbasket fondino

Confini è una delle parole che la storia stava cancellando e che invece oggi si vuole ripristinare


Il lungo ponte vacanziero ha svuotato di peso il valore di due giornate: 25 aprile e Primo maggio. In un colpo solo le parole ‘liberazione’ e ‘lavoro’ sono finite in mezzo a panini e birre ghiacciate. E così, non può stupire che poi ci si ritrovi sommersi dall’uso della parola ‘fascismo’.

Come ha sottolineato Furio Colombo aprendo la rassegna Fermo sui Libri, l’unico vero valore che può unire il Paese in questo momento è l’antifascismo. Che significa, semplicemente, essere dalla parte della libertà. Che poi si può riempire di tanti significati: condivisione, diritti, parità. Ma tutto deve partire dalla libertà. Che significa anche mobilità, che significa abbattimento di muri e confini.

Proprio confini è una delle parole che la storia stava cancellando e che invece oggi si vuole ripristinare. Ma il confine ha solo tre ragioni di esistere: per chi vuole isolarsi, per chi vuole evitare la possibilità di fuggire, per chi vuole fermare la civiltà che è fatta di integrazione.

Nel momento in cui si pensa all’Europa, Furio Colombo, che è anche il politico artefice della Giornata della Memoria, ha ricordato che bisogna pensare a due dati: secoli di guerre, settant’anni di pace. Il primo è riferito a quando l’Unione Europea non c’era, il secondo è frutto di scelte politiche che hanno portato anche politiche economiche negative ma hanno garantito quello che non c’era mai stato: l’assenza di guerre.

Il peso delle parole torna quindi prepotentemente in questa fase elettorale in cui slogan e promesse si alternano. Ma due parole non vanno mai dimenticate: liberazione e lavoro. La prima l’ha garantita l’antifascismo e l’ha resa più forte l’Europa; la seconda arranca, ma di certo non migliorerà facendo dell’Italia di nuovo lo stivale del continente. Di fronte a questo quadro, Colombo ha regalato un’altra perla a chi ha scelto di ascoltarlo: “Fascisti e fascistoidi non sono la maggioranza. Questo è sicuro. Ma è maggioranza chi è indifferente. E questo diventa il vero pericolo”. Che fare quindi? Ascoltare, studiare, viaggiare e magari non stare in silenzio mentre qualcuno ci racconta che l’altro è il male e il confine, la sbarra che torna a abbassarsi, è la soluzione.

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Le Notre Dame dei Sibillini

rafbasket fondino

Ricostruzioni tra simboli e certezze che non ci sono.


Mentre restiamo incollati agli schermi con gli occhi increduli per quelle fiamme che divorano con forza prima la guglia e poi il tetto di Notre Dame; mentre restiamo seduti ad ascoltare infiniti dibattiti che vogliono convincerci che a bruciare è l’Europa e non del legno; mentre ci spiegano che la chiesa gotica in realtà è un ottimo remake plurisecolare cambiato in base ai tempi; mentre i ricchi si ricordano di esserlo e strappano assegni da centinaia di milioni come noi i venti centesimi fuori dal supermercato; mentre i politici italiani si passano il microfono per dare solidarietà e promettere impegno…in Francia; mentre tutto questo avviene, a Caldarola, a Visso, a Falerone, a Rapagnano, e l’elenco si allunga, si prega, per restare nel mondo chiese, dentro teatri, sale comunali, locali da ballo.

Sono le Notre Dame dei paesi terremotati, sono i luoghi dimenticati, come le case delle persone ferme in mezzo a cumuli di macerie, sono l’Italia che si indigna sul momento e poi troppo spesso dimentica. Bella Notre Dame, simbolo di un mondo in cui non ci sono gli Avengers, ma solo umani. L’errore è nelle cose, come le scosse della natura. All’uomo il compito di renderli meno impattanti. Sempre, non solo per una settimana, un mese, un anno di telecamere.

Bella Notre dame, ma L’Oreal e Louis Vuitton non vendono anche in Italia? E allora facciano come Della Valle, aprano uno stabilimento tra i Sibillini e portino il futuro nei luoghi che vogliono davvero ricostruire il futuro, poi Stato e Chiesa facciano il loro compito e ridiano una Notre Dame a ogni Paese. Indigniamoci, non sdegniamoci davanti all’immobilismo. Viviamo di simboli, tutti abbiamo bisogno di Notre Dame, anche chi non andrà mai a Parigi ma continuerà ad ammirarla su un libro, ma tanti hanno bisogno di una realtà tangibile e sicura, difficile solo da immaginare dentro una casetta di legno.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Lo vuole la gente...

rafbasket fondino

Il pericolo di chi vive dietro un like o un megafono.


‘Lo vuole la gente’. Ma cosa vuole davvero la gente? Quello che scrive sui social, quello che si racconta al bar, quello che diventa dibattito in una trasmissione tv. O vuole buoni servizi, certezze amministrative e giudiziarie, sistemi efficienti, prodotti atossici? Ragionare sul ‘lo vuole la gente’ è preoccupante ed è sempre più frequente anche perché è il modo migliore per sentirsi nel giusto.

Non tutto però si può ricondurre a un like, a un pensiero che diventa più forte perché trova il megafono migliore. Non si può. Figuriamoci in campi come diritto o sanità. Che la politica sia dentro il sistema che governa la nostra vita quando abbiamo un problema o solo quando vogliamo prevenire è un dato di fatto. Ma che la politica intervenga su scelte fatte da tecnici, esperti, primari, insomma da chi è della materia, è preoccupante. Ancora di più quando lo fa “perché lo vuole la gente”.

Non è questo che serve per avere un futuro migliore. La gente vuole qualità, vuole garanzie, vuole certezze, vuole i migliori. E chi deve sceglierli? La gente o chi ha i titoli per farlo? Vale per la medicina, vale per le scelte ammnistrative, vale per ogni settore in cui le gerarchie hanno un fondamento.

Certo, la meritocrazia è una parola difficile da pronunciare e affermare. Ma è per questo che esiste l’indignazione, ovvero la ribellione che porta all’impegno, al miglioramento. Invece qui siamo ormai schiavi dello sdegno, addirittura preventivo, che porta rabbia ed è una “sterile pratica di sudditi che sa solo dire governo ladro” per rubare una frase a Gianrico Carofiglio.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Donna, dov'è l'uomo?

RAFserio

Il grande assente nel giorno dell’8 marzo resta l’uomo. Siamo colpevoli, senza scuse, soprattutto quando ci viene data la possibilità di essere parte attiva del processo necessario di parificazione. Eh sì, siamo ancora alla ricerca della parità. Da giornalista mi trovo spesso a discutere di quote rosa, parto dalla questione più semplice. E spesso sono le donne le prime che le criticano, mentre gli uomini ormai, silenti, le accettano. Critica e accettazione, due parole da cambiare in condivisione. Vedete, senza le quote rosa, per stare solo al piccolo fermano, non avremmo giunte comunali con volti femminili. Surreale nel 2019, ma più che mai vero e se le donne non stanno anche nei posti pubblici tutto si complica.

Il problema è che non ovunque ci sono le quote di genere, vedi le commissioni pari opportunità. E qui, cari uomini, viene fuori la nostra totale incapacità, frutto di un disinteresse preoccupante. In tutti i comuni sono le donne a farne parte e sono le donne a fare parte della commissione provinciale e sono le donne a organizzare convegni e approfondimenti e sono le donne a partecipare.

Sveglia uomo, non basta una mimosa. Bisogna credere in un percorso, bisogna lavorare per politiche reali di inclusione, il che significa gestione dei tempi casa –lavoro, il che significa essere i primi a ribellarsi perché una donna guadagna meno del compagno di scrivania a parità di mansione, il che significa tornare a casa e immergersi nelle ‘faccende pericolose’ presentante dall’Anmil che ogni anno aumentano la sofferenza del mondo femminile.

Questa è la situazione, per cui evitate di dire che le quote non servono, che le commissioni pari opportunità sono anacronistiche, almeno fino a quando non ne farete parte, fino a che la parità di genere non inizierà dai luoghi comuni sperando che poi diventi reale nel privato. Partendo proprio da dentro casa, dove la parità è più presente di quel che si pensi, ma fino a che non ci sarà parità, il negativo dominerà sempre e permetterà, almeno per un giorno, di invadere ogni angolo di volti di donne, di voci, di storie, di vita. Speriamo anche di dolcezza e di amore, che il mondo femminile non deve perdere. Ne abbiamo bisogno, più di quanto si creda. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il capro espiatorio

RAFserio

Di per sé quella del capro espiatorio è una antica abitudine. Hanno cominciato i babilonesi, l’hanno reso famoso i greci, è diventato una prassi nella cultura ebraica. Il problema è l’evoluzione contemporanea, che si potrebbe tradurre nel concetto ‘è sempre colpa di qualcun altro’. Almeno storicamente serviva a rasserenare la comunità la scelta di una vittima sacrificale, oggi accresce solo le polemiche.

Ne abbiamo la prova ogni giorno, anche in provincia. Accade quando si parla di scuole, dove c’è sempre qualcuno che può essere indicato come il vero responsabile di qualcosa. Si rompe un tubo, colpa della provincia; non ci sono le iscrizioni, colpa del sistema; mancano le attrezzature, imprenditori egoisti.

Accade quando si parla di turismo: non si fanno eventi, colpa del sindaco; i turisti vanno via, colpa del Comune, non certo di un barista o un negoziante chiusi o scontrosi; all’estero non ci conoscono, è per la scarsa promozione, poi magari se si creassero siti internet veri, aggiornati e bilingue anche delle attività sarebbe meglio.

Ma accade anche nel quotidiano, quando ci si lamenta della città sporca, ma poi non si è in grado neppure di dividere un pezzo di carne dal piatto di plastica, quando si pontifica sui social la condotta di qualcuno “tanto sto dietro un pc”, quando il guadagno deve superare di gran lunga l’interesse collettivo, ma è più facile far ricadere la colpa sull’amministratore reo di tutelare i bilanci collettivi e non solo degli operatori.

E non parliamo della sicurezza o dell’assenza di lavoro causata da immigrati, profughi e quant’altro che servono troppo spesso a coprire le lacune del nostro sistema, l’ignoranza del cittadino, la pochezza della politica, la facile soluzione a problemi che hanno radici più profonde, dentro la nostra società. Che poi, che significa nostra? Magari la risposta la troverete nel libro del professor Grisostomi che racconta l’apertura di un centro di cardiochirurgia infantile in Zambia. Perché lo ha fatto? Ognuno ha diritto al suo futuro e che ci crediate o no, ognuno farà parte del nostro. Anche se pensiamo che sia il miglior capro espiatorio.

Fermana e Poderosa (sarebbero) modelli da imitare

RAFserio

Non capita spesso, ma lo sport in questo momento può essere un ottimo esempio di come affrontare le situazioni, di come andare oltre le proprie forze, capacità e risorse. Lo sport a tutto tondo, visto che i modelli sono due: Fermana nel calcio e Poderosa nel basket. Per una provincia in grande difficoltò economica, attese da sfide non rinviabili, come la ricostruzione post sisma e l’area di crisi complessa, i due modelli societari di colore gialloblù andrebbero studiati.

Su tutti la Fermana, che con una squadra che vale un quinto della metà delle formazioni che fanno parte del suo girone in serie C riesce a stare in alto. Il merito: tutto del gruppo. Ognuno si fa forza sull’altro, compensando i limiti di piede, parliamo di calcio, con doti fisiche superiori. Scelte oculate in ufficio e nessuna voglia di farsi prendere la mano di fronte ai successi, quello che avrebbero dovuto far tanti imprenditori che hanno comprato capannoni diventati poi il simbolo della loro crisi.

Quello che accade in casa Poderosa invece è diverso. Qui si è scelto di affidarsi a un allenatore esperto, con capacità fuori dal comune, di certo superiori a quelle del territorio. Un po’ come se un imprenditore finalmente inserisse un manager o almeno un ingegnere gestionale dentro il giocattolo di famiglia. A quel punto, sul mercato si sono scelti dei pezzi pregiati, ma un po’ arrugginiti, vuoi per infortuni o per scelte sbagliate. Al coach il compito di farli tornare a brillare, ispirati anche dalle due stelle in squadra. Quelle che non mancano anche nel modo imprenditoriale, solo che fa sempre difficoltà a guardare in casa degli altri per imparare qualcosa.  

Due squadre che non fanno del bel gioco il loro pezzo forte, ma due squadre che vincono. Grazie al lavoro di gruppo, grazie alla rete che nello sport si chiama schema. Un consiglio agli imprenditori e ai politici, per non parlare dei dirigenti scolastici? Più pomeriggi tra stadio Recchioni e PalaSavelli per capire come si possono raggiungere risultati inaspettati se lo si vuole. Basta volerlo, basta fare squadra, basta trasformare la crisi in sviluppo.

Da crisi a sviluppo, in una parola la ricetta per il 2019

RAFserio

Ci siamo, un nuovo anno. E cosa avrà più del vecchio? La speranza, che a fine anno di solito viene sopraffatta dai rimpianti, dalla delusione. Quando inizi, tutto sembra possibile, anche che il singolo capisca che fare parte del gruppo è utile.

Una parola, una sola per il 2019: squadra. Racchiude tante cose questa splendida parola che il mondo dello sport conosce bene. “Formazione organica che prende parte, come insieme unitario, a competizioni collettive” è la definizione della Treccani.

Le competizioni da affrontare sono tante. Una su tutte, inutile negarlo, è quella economica. Il primo compito sarà trasformare la parola crisi in sviluppo. Mica poco. Ma il passaggio è fondamentale: le parole pesano. Crisi porta con sé un senso di negatività e quindi, non appena si sarà chiuso l’iter con la definizione dei contenuti dell’area di crisi complessa in cui tanto crede il mondo imprenditoriale fermano-maceratese, bisognerà iniziare a parlare di area di sviluppo.

Uno sviluppo, però, che non potrà essere raggiunto dal singolo. A meno che non ci si chiami Diego Della Valle. Il punto è che mister Tod’s, orgoglio del territorio, gioca una partita personale, è come se stesse sul divano e con la sua Playstation abbattesse un record dietro l’altro. Fuori da quel divano, però, serve la squadra capace di far cambiare marcia a una provincia impoverita, ma non povera.

L’unione di intenti fa miracoli. Basta guardare allo sport locale. La Fermana, che costa mediamente un quarto delle altre compagini ai vertici della serie C, compensa le lacune tecniche con l’impegno e la collaborazione. La Poderosa nel basket ha scelto un leader fuori dal campo, coach Pancotto, per mandare un messaggio rivoluzionario: siamo la squadra di tutti, senza confini comunali. Il territorio l’ha capito? Non proprio, ma intanto lo sport semina valori che se l’economia saprà raccogliere il 2019 potrebbe non finire come il 2018.

Certo, all’impegno del privato servirà il sostegno del pubblico. Keynes insegna, non investire a livello centrale frena anche i privati più positivi. La manovra, tra tanti punti oscuri, ha un aspetto che potrebbe significare lavoro, e pure tanto, per le imprese locali: appalti fino a 150mila euro affidati direttamente. C’è chi parla di rischio corruzione, ma a quella penseranno le forze dell’ordine. Quel che è certo è che con la ricostruzione post sisma tutta da fare, sarà l’anno buono?, l’edilizia locale potrebbe respirare. E se torna il cemento, la costruzione dello sviluppo è davvero possibile.

Buon 2019, cercate la vostra squadra. Noi ci saremo, sperando di informarvi al meglio, sperando di crescere, ma anche per questo serve una squadra più forte. Che il team building abbia inizio. 

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