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Maturità, l’ultimo atto di una generazione senza informazione

rafbasket fondino

In attesa che le commissioni facciano il loro dovere, promuovendo i 19enni desiderosi di lasciare i banchi di scuola per iniziare un nuovo percorso fatto di studio o lavoro, ma prima di tutto di vacanza, sul tavolo resta un dato. I giovani di oggi, ancora di più i liceali, vivono in un mondo loro, fatto di interessi chiari ma anche per questo limitanti. Queste settimane pre esame sono state caratterizzate dalla chiusura dei progetti di alternanza scuola lavoro, principalmente per gli alunni di quarta, ma non sono mancati i maturandi a spasso per le conferenze stampa.

Quello che emerge dialogando con i 19enni è che non leggono i quotidiani, non ascoltano giornali radio, solo se inchiodati a tavola dai genitori guardano, perché l’ascolto richiede impegno, un telegiornale. È per questo che gli organi di informazione online provano a intercettarli attraverso Instagram o Facebook, che però è già vecchio per i millennials. Che pensano di potersi affidare alel App dei cellulari, quelle che fanno da collettore di notizie selezionate sul web. Selezionate da chi e in base a cosa? All’interesse di chi legge e vuole trovarsi sempre in mezzo a qualcosa che piace, interessa, convince, fa sentire preparati.

In questo appiattimento delle menti, che per fortuna lo studio tiene ancora un minimo attive, i 19enni si apprestano all’esame di maturità. Che grazie al cielo non ha più come prova madre l’articolo di giornale, oggetto sconosciuto ai più. Anche per colpa degli adulti che trincerano dietro il costo di un euro la poca voglia di riflettere su una pagina di carta.

Quale ruolo gioca quindi la scuola? Purtroppo quasi impercettibile a detta di chi entra nelle redazioni per l’alternanza. Di quotidiani non se ne vedono dopo le Medie e anche quando li regalano diventano mucchi di carta polverosi sulle scrivanie dei bidelli. È questo il cittadino che si vuole costruire? Uno interessato solo a quello che gli piace, ancorato nel passato o in un mondo che corre senza lasciargli il tempo di capire?

La maturità è arrivata, non c’è più niente da fare per questo blocco di capitale umano, ma per fortuna c’è ancora modo di intervenire sugli altri alunni. Sempre che si creda ancora che informarsi sia il primo antidoto contro le forze antidemocratiche e populiste che con slogan e promesse affascinano più di una riflessione sull’economia o sulle scelte di politica estera.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Chi ben amministra è a metà dell'opera

rafbasket fondino

Un messaggio ai sindaci: ora lavorate e completate quanto avviato. Le elezioni amministrative mettono in luce un elettore diverso, più consapevole, soprattutto attento a quello che accade nella sua città. Diversamente dal voto per Parlamento ed Europee, quando si tratta di scegliere il sindaco si guarda alla sostanza, alla persona, all’immediato. Non c’è leader che tenga quando si deve decidere a chi affidare la gestione dell’asilo nido e la programmazione urbanistica.

Si spiega così la conferma di quasi tutti i sindaci, anche dove si immaginava il ribaltone, Montegranaro, o la dura lotta, Pesaro. E invece, vittorie a raffica per chi c’era, tra l’altro molte targate centrosinistra, che rinvigoriscono l’idea che civici si può essere ma senza mai dimenticare da dove si proviene.

Sta maturando l’elettore, che ha capito come i tempi della burocrazia spesso siano più lunghi di quelli delle idee. E così, ha scelto di dare fiducia ancora a chi ha avviato, a chi ha progettato. La speranza, ora, è che i confermati non si crogiolino sugli allori, ma decidano di incidere sapendo che tra cinque anni non si ricandideranno. Quello che non sta ancora succedendo ad esempio a Porto San Giorgio dove il primo sindaco confermato della storia cittadina deve ancora decidere cosa fare di porto e lungomare, per stare a due temi chiave.

Chi ha rivinto dovrà comunque guadagnarsi la fiducia, dovrà davvero portare ciclabili anche nei quartieri più lontani, vedi Pesaro, dovrà davvero trovare il modo di riaprire dopo tre anni il cinema, Monte Urano, dovrà provare a fare di uno scheletro un luogo di sport, Montegranaro, dovrà ricordarsi che avere un teatro romano non è solo uno spot per tre tragedie greche estive, Falerone, dovrà provare a portare un super big della musica che faccia invidia a tutta Italia, Servigliano, dovrà intercettare fondi e avviare una formazione che renda la tradizione moderna, Montappone e Massa.

Ogni sindaco ha le sue partite da giocare, partendo dalla consapevolezza che le persone li ha scelti e voluti. A discapito di proclami nazionali e redditi di cittadinanza. Ai sindaci il compito di non far piombare di nuovo gli elettori in un tunnel di antipolitica che già fa tanti danni appena si esce dal proprio confine comunale.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Contare, almeno per un giorno

rafbasket fondino

Almeno teniamoci questa illusione. Che poi, quando si parla di piccoli comuni, diventa una certezza. Ogni voto è pesante se si pensa che in passato c’è chi ha vinto per due voti, chi per dieci, qualche recordman per un centinaio. E allora, uscire di casa anche con la pioggia assume un peso enorme, il peso di chi può incidere.

Votare è un diritto e al contempo un dovere, è il momento della nostra partecipazione diretta alla vita pubblica, quella che critichiamo al mattino e che attacchiamo la sera davanti alle tv. Se per Roma e Bruxelles le Marche scontato la loro piccola dimensione, ma non è indifferente poter guardare la mappa e dire: ‘1 milione di voti davvero vogliono il made in’ o ‘basta sanzioni alla Russia’ per stare a due dei temi che poi non son davvero quelli che faranno la differenza per il futuro delle nostre Pmi.

Contiamo…ci almeno per un giorno. Almeno fino allo spoglio, fino a quando qualcuno vincerà e qualcuno perderà ma con il timbro sulla scheda potremo dirci ‘ci abbiamo provato’.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

L'amaro compleanno della Provincia di Fermo

rafbasket fondino

L'ente compie 15 anni, si ritrova senza soldi, senza elezioni, ma con compiti pesanti e non riconosciuti.

 

Erano le 20.30 del 19 maggio 2004 quando arrivò la notizia: il Senato ha detto sì. Il voto più atteso dai fermani che sognavano “l’indipendenza”, l’autonomia politica. Era il giorno della nascita della Provincia di Fermo. Sembrava l’inizio di una storia d’amore, di quelle che giorno dopo giorno possono diventare più belle. Il destino, però, aveva disegnato una storia diversa per Fermo, che è rimasta la provincia con un solo presidente eletto dal popolo: Fabrizio Cesetti.

Una riforma scellerata ha tolto in un colpo solo la legittimazione popolare e le risorse all’ente più vicino a cittadini. La leggenda dei costi è andata avanti a lungo, fomentata da politica e illustri giornalisti, che hanno considerato i report della corte dei conti come carta straccia. Chissà perché tanta attenzione per l’ente che gestiva, e gestisce, strade, scuole e ambiente, e così poca per il vero gorgo nero politico ed economico, le Regioni.

Sembra così lontana la scalinata del palazzo dei Priori in cui i fermani, di ogni colore, si ritrovarono per festeggiare. Oggi, passeggiando per i corridoi della Provincia si notano i vuoti, colmati con il proprio lavoro da dipendenti coraggiosi. Quelli che restano e non scappano. Quelli che credono nell’ente e non fanno di tutto per andarsene in Regione, l’ultimo il responsabile della Sua, o in un Comune.

Sempre meno personale, sempre meno soldi, il Governo succhia anche il poco che l’ente incassa, ma tante competenze che si ricordano solo nel momento delle difficoltà. Un ente che ha alla sua guida un presidente non eletto, scelto da altri sindaci, che svolge il compito senza pendere un euro. Perché non ci sono stipendi, solo beghe, rogne, rischi. E ne sanno qualcosa a Fermo tra tetti che crollano, cantieri bloccati e via dicendo.

Un compleanno amaro, reso più dolce solo dalla capacità di chi la guida e di chi, in numero sempre più ridotto, la fa funzionare. Una vergogna italiana la riforma Del Rio e l’ignavia di chi è seguito che non ha voluto prendere una vera posizione. Fermo si è trovata schiacciata, nonostante fosse giovane, piccola, funzionale. Un colpo alla funzionalità e alla dignità di questo ente riconosciuto dalla Costituzione. Ma almeno a Fermo, la dignità resiste, lo spirito del 2004 non si ferma e continua a soffiare sperando di ritrovare una fiammella che scateni il fuoco della Provincia che fu.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Liberazione, lavoro e fascismo: il peso delle parole

rafbasket fondino

Confini è una delle parole che la storia stava cancellando e che invece oggi si vuole ripristinare


Il lungo ponte vacanziero ha svuotato di peso il valore di due giornate: 25 aprile e Primo maggio. In un colpo solo le parole ‘liberazione’ e ‘lavoro’ sono finite in mezzo a panini e birre ghiacciate. E così, non può stupire che poi ci si ritrovi sommersi dall’uso della parola ‘fascismo’.

Come ha sottolineato Furio Colombo aprendo la rassegna Fermo sui Libri, l’unico vero valore che può unire il Paese in questo momento è l’antifascismo. Che significa, semplicemente, essere dalla parte della libertà. Che poi si può riempire di tanti significati: condivisione, diritti, parità. Ma tutto deve partire dalla libertà. Che significa anche mobilità, che significa abbattimento di muri e confini.

Proprio confini è una delle parole che la storia stava cancellando e che invece oggi si vuole ripristinare. Ma il confine ha solo tre ragioni di esistere: per chi vuole isolarsi, per chi vuole evitare la possibilità di fuggire, per chi vuole fermare la civiltà che è fatta di integrazione.

Nel momento in cui si pensa all’Europa, Furio Colombo, che è anche il politico artefice della Giornata della Memoria, ha ricordato che bisogna pensare a due dati: secoli di guerre, settant’anni di pace. Il primo è riferito a quando l’Unione Europea non c’era, il secondo è frutto di scelte politiche che hanno portato anche politiche economiche negative ma hanno garantito quello che non c’era mai stato: l’assenza di guerre.

Il peso delle parole torna quindi prepotentemente in questa fase elettorale in cui slogan e promesse si alternano. Ma due parole non vanno mai dimenticate: liberazione e lavoro. La prima l’ha garantita l’antifascismo e l’ha resa più forte l’Europa; la seconda arranca, ma di certo non migliorerà facendo dell’Italia di nuovo lo stivale del continente. Di fronte a questo quadro, Colombo ha regalato un’altra perla a chi ha scelto di ascoltarlo: “Fascisti e fascistoidi non sono la maggioranza. Questo è sicuro. Ma è maggioranza chi è indifferente. E questo diventa il vero pericolo”. Che fare quindi? Ascoltare, studiare, viaggiare e magari non stare in silenzio mentre qualcuno ci racconta che l’altro è il male e il confine, la sbarra che torna a abbassarsi, è la soluzione.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Le Notre Dame dei Sibillini

rafbasket fondino

Ricostruzioni tra simboli e certezze che non ci sono.


Mentre restiamo incollati agli schermi con gli occhi increduli per quelle fiamme che divorano con forza prima la guglia e poi il tetto di Notre Dame; mentre restiamo seduti ad ascoltare infiniti dibattiti che vogliono convincerci che a bruciare è l’Europa e non del legno; mentre ci spiegano che la chiesa gotica in realtà è un ottimo remake plurisecolare cambiato in base ai tempi; mentre i ricchi si ricordano di esserlo e strappano assegni da centinaia di milioni come noi i venti centesimi fuori dal supermercato; mentre i politici italiani si passano il microfono per dare solidarietà e promettere impegno…in Francia; mentre tutto questo avviene, a Caldarola, a Visso, a Falerone, a Rapagnano, e l’elenco si allunga, si prega, per restare nel mondo chiese, dentro teatri, sale comunali, locali da ballo.

Sono le Notre Dame dei paesi terremotati, sono i luoghi dimenticati, come le case delle persone ferme in mezzo a cumuli di macerie, sono l’Italia che si indigna sul momento e poi troppo spesso dimentica. Bella Notre Dame, simbolo di un mondo in cui non ci sono gli Avengers, ma solo umani. L’errore è nelle cose, come le scosse della natura. All’uomo il compito di renderli meno impattanti. Sempre, non solo per una settimana, un mese, un anno di telecamere.

Bella Notre dame, ma L’Oreal e Louis Vuitton non vendono anche in Italia? E allora facciano come Della Valle, aprano uno stabilimento tra i Sibillini e portino il futuro nei luoghi che vogliono davvero ricostruire il futuro, poi Stato e Chiesa facciano il loro compito e ridiano una Notre Dame a ogni Paese. Indigniamoci, non sdegniamoci davanti all’immobilismo. Viviamo di simboli, tutti abbiamo bisogno di Notre Dame, anche chi non andrà mai a Parigi ma continuerà ad ammirarla su un libro, ma tanti hanno bisogno di una realtà tangibile e sicura, difficile solo da immaginare dentro una casetta di legno.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Lo vuole la gente...

rafbasket fondino

Il pericolo di chi vive dietro un like o un megafono.


‘Lo vuole la gente’. Ma cosa vuole davvero la gente? Quello che scrive sui social, quello che si racconta al bar, quello che diventa dibattito in una trasmissione tv. O vuole buoni servizi, certezze amministrative e giudiziarie, sistemi efficienti, prodotti atossici? Ragionare sul ‘lo vuole la gente’ è preoccupante ed è sempre più frequente anche perché è il modo migliore per sentirsi nel giusto.

Non tutto però si può ricondurre a un like, a un pensiero che diventa più forte perché trova il megafono migliore. Non si può. Figuriamoci in campi come diritto o sanità. Che la politica sia dentro il sistema che governa la nostra vita quando abbiamo un problema o solo quando vogliamo prevenire è un dato di fatto. Ma che la politica intervenga su scelte fatte da tecnici, esperti, primari, insomma da chi è della materia, è preoccupante. Ancora di più quando lo fa “perché lo vuole la gente”.

Non è questo che serve per avere un futuro migliore. La gente vuole qualità, vuole garanzie, vuole certezze, vuole i migliori. E chi deve sceglierli? La gente o chi ha i titoli per farlo? Vale per la medicina, vale per le scelte ammnistrative, vale per ogni settore in cui le gerarchie hanno un fondamento.

Certo, la meritocrazia è una parola difficile da pronunciare e affermare. Ma è per questo che esiste l’indignazione, ovvero la ribellione che porta all’impegno, al miglioramento. Invece qui siamo ormai schiavi dello sdegno, addirittura preventivo, che porta rabbia ed è una “sterile pratica di sudditi che sa solo dire governo ladro” per rubare una frase a Gianrico Carofiglio.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Donna, dov'è l'uomo?

RAFserio

Il grande assente nel giorno dell’8 marzo resta l’uomo. Siamo colpevoli, senza scuse, soprattutto quando ci viene data la possibilità di essere parte attiva del processo necessario di parificazione. Eh sì, siamo ancora alla ricerca della parità. Da giornalista mi trovo spesso a discutere di quote rosa, parto dalla questione più semplice. E spesso sono le donne le prime che le criticano, mentre gli uomini ormai, silenti, le accettano. Critica e accettazione, due parole da cambiare in condivisione. Vedete, senza le quote rosa, per stare solo al piccolo fermano, non avremmo giunte comunali con volti femminili. Surreale nel 2019, ma più che mai vero e se le donne non stanno anche nei posti pubblici tutto si complica.

Il problema è che non ovunque ci sono le quote di genere, vedi le commissioni pari opportunità. E qui, cari uomini, viene fuori la nostra totale incapacità, frutto di un disinteresse preoccupante. In tutti i comuni sono le donne a farne parte e sono le donne a fare parte della commissione provinciale e sono le donne a organizzare convegni e approfondimenti e sono le donne a partecipare.

Sveglia uomo, non basta una mimosa. Bisogna credere in un percorso, bisogna lavorare per politiche reali di inclusione, il che significa gestione dei tempi casa –lavoro, il che significa essere i primi a ribellarsi perché una donna guadagna meno del compagno di scrivania a parità di mansione, il che significa tornare a casa e immergersi nelle ‘faccende pericolose’ presentante dall’Anmil che ogni anno aumentano la sofferenza del mondo femminile.

Questa è la situazione, per cui evitate di dire che le quote non servono, che le commissioni pari opportunità sono anacronistiche, almeno fino a quando non ne farete parte, fino a che la parità di genere non inizierà dai luoghi comuni sperando che poi diventi reale nel privato. Partendo proprio da dentro casa, dove la parità è più presente di quel che si pensi, ma fino a che non ci sarà parità, il negativo dominerà sempre e permetterà, almeno per un giorno, di invadere ogni angolo di volti di donne, di voci, di storie, di vita. Speriamo anche di dolcezza e di amore, che il mondo femminile non deve perdere. Ne abbiamo bisogno, più di quanto si creda. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Il capro espiatorio

RAFserio

Di per sé quella del capro espiatorio è una antica abitudine. Hanno cominciato i babilonesi, l’hanno reso famoso i greci, è diventato una prassi nella cultura ebraica. Il problema è l’evoluzione contemporanea, che si potrebbe tradurre nel concetto ‘è sempre colpa di qualcun altro’. Almeno storicamente serviva a rasserenare la comunità la scelta di una vittima sacrificale, oggi accresce solo le polemiche.

Ne abbiamo la prova ogni giorno, anche in provincia. Accade quando si parla di scuole, dove c’è sempre qualcuno che può essere indicato come il vero responsabile di qualcosa. Si rompe un tubo, colpa della provincia; non ci sono le iscrizioni, colpa del sistema; mancano le attrezzature, imprenditori egoisti.

Accade quando si parla di turismo: non si fanno eventi, colpa del sindaco; i turisti vanno via, colpa del Comune, non certo di un barista o un negoziante chiusi o scontrosi; all’estero non ci conoscono, è per la scarsa promozione, poi magari se si creassero siti internet veri, aggiornati e bilingue anche delle attività sarebbe meglio.

Ma accade anche nel quotidiano, quando ci si lamenta della città sporca, ma poi non si è in grado neppure di dividere un pezzo di carne dal piatto di plastica, quando si pontifica sui social la condotta di qualcuno “tanto sto dietro un pc”, quando il guadagno deve superare di gran lunga l’interesse collettivo, ma è più facile far ricadere la colpa sull’amministratore reo di tutelare i bilanci collettivi e non solo degli operatori.

E non parliamo della sicurezza o dell’assenza di lavoro causata da immigrati, profughi e quant’altro che servono troppo spesso a coprire le lacune del nostro sistema, l’ignoranza del cittadino, la pochezza della politica, la facile soluzione a problemi che hanno radici più profonde, dentro la nostra società. Che poi, che significa nostra? Magari la risposta la troverete nel libro del professor Grisostomi che racconta l’apertura di un centro di cardiochirurgia infantile in Zambia. Perché lo ha fatto? Ognuno ha diritto al suo futuro e che ci crediate o no, ognuno farà parte del nostro. Anche se pensiamo che sia il miglior capro espiatorio.

Fermana e Poderosa (sarebbero) modelli da imitare

RAFserio

Non capita spesso, ma lo sport in questo momento può essere un ottimo esempio di come affrontare le situazioni, di come andare oltre le proprie forze, capacità e risorse. Lo sport a tutto tondo, visto che i modelli sono due: Fermana nel calcio e Poderosa nel basket. Per una provincia in grande difficoltò economica, attese da sfide non rinviabili, come la ricostruzione post sisma e l’area di crisi complessa, i due modelli societari di colore gialloblù andrebbero studiati.

Su tutti la Fermana, che con una squadra che vale un quinto della metà delle formazioni che fanno parte del suo girone in serie C riesce a stare in alto. Il merito: tutto del gruppo. Ognuno si fa forza sull’altro, compensando i limiti di piede, parliamo di calcio, con doti fisiche superiori. Scelte oculate in ufficio e nessuna voglia di farsi prendere la mano di fronte ai successi, quello che avrebbero dovuto far tanti imprenditori che hanno comprato capannoni diventati poi il simbolo della loro crisi.

Quello che accade in casa Poderosa invece è diverso. Qui si è scelto di affidarsi a un allenatore esperto, con capacità fuori dal comune, di certo superiori a quelle del territorio. Un po’ come se un imprenditore finalmente inserisse un manager o almeno un ingegnere gestionale dentro il giocattolo di famiglia. A quel punto, sul mercato si sono scelti dei pezzi pregiati, ma un po’ arrugginiti, vuoi per infortuni o per scelte sbagliate. Al coach il compito di farli tornare a brillare, ispirati anche dalle due stelle in squadra. Quelle che non mancano anche nel modo imprenditoriale, solo che fa sempre difficoltà a guardare in casa degli altri per imparare qualcosa.  

Due squadre che non fanno del bel gioco il loro pezzo forte, ma due squadre che vincono. Grazie al lavoro di gruppo, grazie alla rete che nello sport si chiama schema. Un consiglio agli imprenditori e ai politici, per non parlare dei dirigenti scolastici? Più pomeriggi tra stadio Recchioni e PalaSavelli per capire come si possono raggiungere risultati inaspettati se lo si vuole. Basta volerlo, basta fare squadra, basta trasformare la crisi in sviluppo.

Da crisi a sviluppo, in una parola la ricetta per il 2019

RAFserio

Ci siamo, un nuovo anno. E cosa avrà più del vecchio? La speranza, che a fine anno di solito viene sopraffatta dai rimpianti, dalla delusione. Quando inizi, tutto sembra possibile, anche che il singolo capisca che fare parte del gruppo è utile.

Una parola, una sola per il 2019: squadra. Racchiude tante cose questa splendida parola che il mondo dello sport conosce bene. “Formazione organica che prende parte, come insieme unitario, a competizioni collettive” è la definizione della Treccani.

Le competizioni da affrontare sono tante. Una su tutte, inutile negarlo, è quella economica. Il primo compito sarà trasformare la parola crisi in sviluppo. Mica poco. Ma il passaggio è fondamentale: le parole pesano. Crisi porta con sé un senso di negatività e quindi, non appena si sarà chiuso l’iter con la definizione dei contenuti dell’area di crisi complessa in cui tanto crede il mondo imprenditoriale fermano-maceratese, bisognerà iniziare a parlare di area di sviluppo.

Uno sviluppo, però, che non potrà essere raggiunto dal singolo. A meno che non ci si chiami Diego Della Valle. Il punto è che mister Tod’s, orgoglio del territorio, gioca una partita personale, è come se stesse sul divano e con la sua Playstation abbattesse un record dietro l’altro. Fuori da quel divano, però, serve la squadra capace di far cambiare marcia a una provincia impoverita, ma non povera.

L’unione di intenti fa miracoli. Basta guardare allo sport locale. La Fermana, che costa mediamente un quarto delle altre compagini ai vertici della serie C, compensa le lacune tecniche con l’impegno e la collaborazione. La Poderosa nel basket ha scelto un leader fuori dal campo, coach Pancotto, per mandare un messaggio rivoluzionario: siamo la squadra di tutti, senza confini comunali. Il territorio l’ha capito? Non proprio, ma intanto lo sport semina valori che se l’economia saprà raccogliere il 2019 potrebbe non finire come il 2018.

Certo, all’impegno del privato servirà il sostegno del pubblico. Keynes insegna, non investire a livello centrale frena anche i privati più positivi. La manovra, tra tanti punti oscuri, ha un aspetto che potrebbe significare lavoro, e pure tanto, per le imprese locali: appalti fino a 150mila euro affidati direttamente. C’è chi parla di rischio corruzione, ma a quella penseranno le forze dell’ordine. Quel che è certo è che con la ricostruzione post sisma tutta da fare, sarà l’anno buono?, l’edilizia locale potrebbe respirare. E se torna il cemento, la costruzione dello sviluppo è davvero possibile.

Buon 2019, cercate la vostra squadra. Noi ci saremo, sperando di informarvi al meglio, sperando di crescere, ma anche per questo serve una squadra più forte. Che il team building abbia inizio. 

Il Paese senza prevenzione

RAFserio

Quante parole dai politici dopo la tragedia. Quanti silenzi sprecati. Quante cerimonie bloccate o condotte fra il simbolico e il ridicolo, con inaugurazioni fatte con tanto di microfono ma dopo un minuto di raccoglimento. 
Parlano tutti mentre ci sono sei famiglie che piangono dei corpi fuori da una discoteca. Parlano perché al tempo dei social anche i politici diventano bulimici.
Parlano per non dire nulla. Anche perché per una volta ha ragione Salvini: "Non parliamo di stretta, di nuove leggi, perché basterebbe applicarle".
Mentre si accendono le luci di natale, si pensa ai piani sicurezza, si pensa ai controlli, si pensa ai tornelli obbligati anche per manifestazioni all'aperto e che invece scompaiono di fronte a una piccola discoteca.
Siamo così in Italia, il paese con le coscienze che si risvegliano dopo l'emergenza. È  accaduto dopo Torino, accadrà oggi. Ma stando al locale è accaduto dopo il terremoto quando improvvisamente eravamo tutti ingegneri, tutti a chiedere sicurezza. 
Poi, passa un anno o poco più, e si contestano le nuove scuole. Si contestano i fondi arrivati. Si contestano le scelte, anche gli interventi di messa  in sicurezza. Si contesta lo spostamento dal palazzo in centro purtroppo meraviglioso quanto insicuro. Si contesta in attesa di cosa? Della prossima emergenza, che oggi sembra lontana perché la terra non trema. Non si riesce a imparare in Italia, a prevenire il problema, siamo il Paese del "ma allora" che sa indignarsi e reagire, ma solo dopo l'emergenza. 
E allora, mentre piangiamo sei vite rubate forse dall'avidità, pensiamo alle scelte quotidiane, all'assenza  di visione, alla ricerca del colpevole. Che oggi è il gestore di un locale, domani sarà un sindaco che paga sempre per tutti, o come per il post sisma un presidente di Provincia lasciato senza soldi. Quando invece il vero responsabile è un sistema che sa reagire, ma non è in grado di prevenire e progettare.

Non tutti i luoghi sono uguali

Tra no-Vax, no-Hiv e Croce Verde

RAFserio

* Si confonde troppo spesso la liberà con la deregulation. Si confonde il diritto di opinione con il diritto di divulgare qualunque cosa, incluso il falso. Si confonde, insomma, la partecipazione con la confusione. E allora bisogna fermarsi un attimo e riflettere. Cominciando da un punto fermo: non tutti i luoghi sono uguali.

Nel giro di 48 ore siamo passati dalle scuole di Ascoli Piceno che hanno vietato agli alunni di prendere parte alla rappresentazione dell’opera lirica Così fan tutte perché inneggiante a valori non condivisibili, scelte che neppure il Miniculpop di mussoliniana memoria metteva in atto, al caso del convegno novax-noHiv di Fermo. Regressioni di pensiero che preoccupano.

Nel secondo caso, però, c’è qualcosa di più che deve far riflettere. Perché il convegno in cui si parlerà del libro ‘Fear of the invisible’ scritto da una giornalista britannica, testo che, in sunto, va a negare l’efficacia di cure e medicine in settori chiave, incluso quello dell’HIV, va oltre ogni limite scientifico. Bene, dove si terrà questo incontro? Nella sede della Croce Verde. Un po’ come se dentro il reparto di Oncologia si tenesse un convegno sull’uso della curcuma al posto della chemioterapia, teoria che ahimè emerge anche in convegni altolocati, ma per fortuna non dentro strutture sanitarie.

La pubblica assistenza si è giustificata dicendo che “concedere spazi non è condividere”. Ma siccome vige il buonsenso del “non tutti luoghi sono uguali”, non può un luogo di scienza e di sanità, che quindi sa bene cosa significhi per un malato poter usare i farmaci giusti e dovrebbe sapere anche di come i progressi scientifici hanno reso l’Hiv da malattia mortale a malattia gestibile, e perfino debellabile usando precauzioni, qualcosa che nega tutto quello per cui lavorano. Per cui, attenzione a confondere la libertà di espressione con la libertà di raccontare falsità, o quantomeno cose non provate. Non tutto deve essere promosso, non tutto ospitato, non tutto comunicato, non tutto per forza pubblicato. I ‘no Olocausto’ sono sempre dietro l’angolo, ma non per questo devono finire su un giornale o in una sinagoga perché è giusto ospitare tutti. E questo vale anche per noi giornalisti.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

E' la stampa, bellezza!

RAFserio

* A livello nazionale i giornalisti sono sciacalli e pennivendoli, a livello locale giornalai e schiavi del potere. In fin dei conti, cambia poco.

È l’informazione al tempo dei social e delle dirette facebook, l’informazione al tempo di chi vuole solo comunicare e non vorrebbe invece che qualcuno pensasse di informare. L’informazione in cui se uno parla pensa di vedere pubblicata ogni singola parola. L’informazione che se poi cerca e magari trova altro diventa nemica e falsa perché travisa, non perché verifica.

“È la stampa, bellezza! E tu non puoi farci niente” diceva nel 1952 Humphrey Bogart. Ma era la stampa del piombo, della carta, del peso in ogni parola, della giornata passata a scrivere un articolo. Oggi, tutto corre, tutto è diretto, tutto viene trasformato in qualcosa da leggere, selezionato da un algoritmo sulle nostre pagine Facebook e tutto diventa informazione. O almeno così ci fanno credere, spesso anche gli stessi giornalisti. 

'Non possiamo essere complici, dobbiamo scegliere cosa è informazione e cosa no, dobbiamo tornare a fare il nostro lavoro’. Questa non l’ha detta un attore e neppure un giornalista del New York Times 30 anni fa, ma il direttore di Avvenire. Perché agli sciacalli e ai pennivendoli si può rispondere facendo solo una cosa: i giornalisti e non i megafoni. Anche in provincia.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

2016-2018: il sisma dell'indifferenza

RAFserio

* Due anni sono passati dal secondo violento terremoto che nel 2016 colpì il centro Italia. Quello del 26 ottobre è stato il terremoto delle Marche, considerando che ad agosto era stato il Lazio l’epicentro del sisma.

Due anni sono passati e c’è una sola grande protagonista: l’indifferenza. Che si può declinare in tanti modi. Si parte dall’indifferenza mediatica, con le testate nazionali che hanno completamente dimenticato migliaia di cittadini rimasti senza casa, decine e decine di paesi cancellati dalle mappe o quantomeno resi inabitabili. Un silenzio che ha facilitato l’indifferenza della politica che dopo il bailamme dei primi mesi ha abilmente acceso i fari su altri problemi: una volta l’immigrazione, un’altra Ischia, poi Genova e perché no i vaccini. Tutti argomenti di peso che ‘giustificano’ la mancanza di attenzione a una terra che invece sta lentamente morendo.

E senza attenzione mediatica, arriva l’indifferenza delle persone. A cominciare da quelle che vivono vicino ai paesi colpiti dal sisma che dopo due anni iniziano a guardare con sospetto gli sfollati che vivono negli alberghi. Dimenticando che non è una scelta, ma il frutto del nulla prodotto in termini di ricostruzione. Progetti fermi, progetti pensati e mai avviati, progetti però spesso presentati in pompa magna. Se dopo due anni ci sono ancora macerie dentro la basilica di Norcia, assunta a simbolo della ferita dell’Italia, difficile stupirsi che sia sommersa di case semicrollate Montegallo o che esistano ancora zone rosse nel Fermano.

Indifferenza che non è mai diventata rabbia. Quasi incredibile come il nulla prodotto, tolta l’ottima risposta nell’emergenza iniziale, non abbia avuto conseguenze sociali. Ma questo perché i sindaci di questa terra il loro tempo lo dedicano giorno e notte per aiutare i propri paesi e i residenti di questa parte d’Italia sono tremendamente seri e lavoratori, oltre che attaccati a valori e principi che li rendono rispettosi dell’altro anche quando l’unica risposta sarebbe un camion di macerie scaricato davanti alla porta del Parlamento, prima, e della Regione poi.

Tante le ragioni di questo stallo, in primis il castello burocratico costruito sopra le macerie. Tutto è reso complicato, pericoloso e lento. Lo ha detto bene il rettore della Politecnica Sauro Longhi: “A Genova leggi straordinarie, qui con mezza Italia distrutta leggi ordinarie. Non funziona”. E oggi, dopo due anni, a dirlo è anche la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, l’unica che ci ha messo la faccia passeggiando tra i terremotati dell’Umbria: “Alla ricostruzione post sisma occorre che si diano le stesse regole dell'emergenza per un processo di ricostruzione tempestivo”. E chissà che l’indifferenza non venga soppiantata dall’efficienza.

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Il 'bla bla' salva politica

RAFserio

* Di primo acchito uno sorride, poi si pone una domanda: perché lo fa Matteo Ricci, sindaco di Pesaro esponente di punta di quel che resta del Pd? Il primo cittadino da qualche mese, ma sarebbe giusto dire anche da qualche anno, ciclicamente rilancia una serie di iniziative quantomeno originali.

La prima era stata ‘vieni a passeggiare con me’. Il sindaco dava appuntamento in un punto della città e lì inizia la camminata insieme ai cittadini che si presentano a dialogare sui problemi, le potenzialità e tutto quello che la gente vuole. Poi l'evoluzione ‘a cena con il sindaco quarantenne’ per parlare dei problemi della famiglia andando oltre l'abitudinario rapporto che c'è tra un amministratore e il cittadino dato dagli sportelli dei servizi oggi fa di più e lancia il ‘bla bla sindaco’.

Interessante il nome, non tanto perché richiama a una nota App con cui uno può prenotare un passaggio, ma essendo il target di riferimento i giovani, visto che li porta all’università, gioca sul fatto che per gli under 30 la politica è un bla bla.

Riflettendo più di 30 secondi, ovvero andando oltre il sorriso iniziale e l'ironia sul sindaco del ‘leggero’ si vedrà che semplicemente Ricci porta nella vita reale quello che la maggior parte dei cittadini cercano sui social, ovvero l'interazione diretta. Ma siccome il social è pericoloso, spesso nasconde, spesso impedisce alla persona di dire davvero quello che pensa, perché un conto è avere uno davanti agli occhi e uno davanti al monitor, Ricci accetta la sfida.

Magari fallirà perché la disaffezione alla politica è totale, ma riflettendo sui problemi che anche questo piccolo territorio ha, magari altri sindaci potrebbero imitare. Non sarebbe male sapere cosa pensano davvero i cittadini, parlando di riqualificazione di una zona andando oltre la banale assemblea in cui difficilmente qualcuno può essere protagonista. Certo, gli alunni da portare all'università Fermo no ce li ha, ma guardando in prospettiva immaginate un Calcinaro che guida il pulmino diretto al mare per capire cosa vogliono giovani e anziani o un sindaco della montagna che decide di fare trekking mettendo a disposizione per qualche ora il suo ascolto.

Insomma, sorridiamo, è la normale reazione, ma poi riflettiamo e magari i sindaci di ogni colore scopriranno che potrebbe esistere un ‘bla bla’ della politica sui cui credere ancora.

 

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I sindaci e l’illusione di contare

RAFserio

* Il Governo delle periferie spegne le periferie. Situazione paradossale. Le forze politiche che hanno vinto nei quartieri più poveri, dove il disagio era maggiore, oggi voltano le spalle a chi è in difficoltà e investono su altre priorità. Il Governo che ha vinto dimostrando all’Italia che il Pd, guida uscente, era il partito dei Parioli, ovvero dei ricchi, oggi non punta sul rilancio delle aree più povere.

Paradossale, ma reale. Perché il voto al decreto Milleproproghe ha cancellato, rinviandole di due anni, le risorse destinate a un centinaio di progetti di riqualificazione dei quartieri più complicati dei capoluoghi di provincia e delle aree metropolitane. Circa 300 i comuni rimasti a secco.

Ma la cosa più grave, oltre all’effetto di questa scelta politica che ha per il governo una base tecnica in un vizio di forma, è il ‘tradimento’ ai danni dei sindaci. Pochi giorni fa il numero uno dell’Anci, Antonio Decaro e il numero uno delle Marche, il Pd Maurizio Mangialardi, ci avevano messo la faccia parlando di intesa raggiunta con il premier Giuseppe Conte. Avevano rassicurato i colleghi, finendo anche per rompere il fronte d’azione, visto che alcuni non si erano subito fidati.

Oggi sono loro a prendere lo schiaffo più grande e ora non gli resta che urlare e magari, gesto estremo, presentarsi davanti al Parlamento con la fascia in mano da riconsegnare a quel Governo che li ha illusi non tanto sulle risorse, quelle si possono sempre trovare, ma sul fatto di avere un ruolo, di essere ascoltati e addirittura contare. Questo sì è lo schiaffo più grande. 

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Urlare oggi per non far morire il distretto domani

RAFserio

Non è ancora chiaro a tutti: o si urla oggi o si rischia un suicidio di massa. Il distretto calzaturiero fermano sta male. Se si va oltre il “ma tanto sono ricchi” e si pensa al contesto sociale, ai posti di lavoro, all’indotto, forse ci si rende meglio conto di quello che sta accadendo.

Nel silenzio, perché un’altra caratteristica di questo settore è il solidale ovattamento delle brutte notizie, salvo particolari invidie, ci sono calzaturieri che riducono personale, è un continuo via vai negli uffici dei sindacati e in quelli delle associazioni di categoria, che chiudono,che vendono o che provano la strada riuscita con successo al primo di tutti: il gruppo della famiglia Pizzuti. Ovvero la delocalizzazione obbligata con mantenimento solo di una piccola quota di alta qualità a Montegranaro.

È così che mentre si combatte per il made in, nuovamente affondato dall’Europa dei commercianti, ci si rende conto che produrre in Italia è fuori prezzo. Il problema è che una politica fiscale differente esula da ogni potere locale, incluso quello regionale dove l’Irap non è più un fattore.

Si continua a parlare di Ilva, ed è giusto, del settore automobilistico, sarà anche vero che gli investimenti della Tod’s valgono un bullone di una Ferrari come disse la Fiat rispondendo a Della Valle durante una dura diatriba verbale, ma è anche vero che bullone dopo bullone ci sono decine di migliaia di persone a rischio sussidio se qualcosa non cambierà.

E quindi? I calzaturieri, restii a dire che il mercato non è più quello dorato che li aspettava sull’uscio di casa, è evidente che da soli non possono vincere la sfida con il cambiamento. Non è l’e-commerce la soluzione, non lo sono le sneakers, non è neppure l’investire su Dubai o l’Arabia, il problema è strutturale.

Una grande mobilitazione dei calzaturieri italiani, anche se il sud con politiche fiscali mirate riesce ad aggirare il problema costo del lavoro, è necessaria. A Roma come a Bruxelles. Chi la deve condurre? Forse Assocalzaturifici, che già sta muovendo tasselli importanti tra casse integrazioni e contratti collettivi, di certo qualche grande nome, che se non aiuta i tanti piccoli produttori prima o poi resterà senza maestranze, svegliandosi improvvisamente dentro un fondo cinese con tanti saluti al leggendario made in Italy. 

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Di che colore è?

RAFserio

* Ma di che colore è? Ecco la domanda chiave che entra nelle teste dei cittaidni sempre più spesso. A questa si aggiunge anche ‘Da dove viene, di che nazionalità?’. Domande che nascondono al loro interno già una valutazione, una predisposizione a condannare e criticare, ad avversare e dileggiare. Di certo a respingere.

In più campi si affronta ormai questa domanda. Capita quando ci sono annunci di lavoro. Tutto sembra a posto, il contratto pronto, poi l’interruzione della trattativa non appena si scopre che magari il badante, l’operaio è nero o comunque proveniente da Africa o area araba in generale. Perché? Emerge il sospetto sulla persona, che magari neppure si conosce. È il dubbio che si insinua, fomentato dal contesto sociale sempre più preoccupato dall’altro, di quella persona che un piccolo film, “Io l’altro”, raccontò più di dieci anni fa con semplicità, mostrando come in pochi attimi nella persona di nazionalità e colore diversi non si riconosca più il soggetto amico, ma il volto pericoloso venduto da politica e media.

Il problema è che la domanda arriva anche di fronte ai fatti di cronaca. Dove non ci si preoccupa di sapere se il reo di violenza o spaccio o furto sia stato arrestato e magari condannato, ma si va a caccia della nazionalità, possibilmente anche dello status, visto che ormai l’immigrazione è l’unico tema di confronto tra cittadini e politici, per poter poi montare l’ennesimo assalto all’integrazione.

Questo stiamo affrontando oggi, un problema sociale che diventa anche lessicale. ‘La parola che cura’ è il tema di un festival che animerà il Fermano nei prossimi giorni. Mai come oggi serve riflettere sull’uso di ogni singola lettera che assemblata con tante altre diventa un’arma più violenta di una pistola. Poi, rispondere e dare la completa informazione è sempre auspicabile, perché nascondere serve solo ad alimentare sempre più il sospetto in chi parte con pesanti e pericolosi preconcetti.

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