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I sindaci e l’illusione di contare

RAFserio

* Il Governo delle periferie spegne le periferie. Situazione paradossale. Le forze politiche che hanno vinto nei quartieri più poveri, dove il disagio era maggiore, oggi voltano le spalle a chi è in difficoltà e investono su altre priorità. Il Governo che ha vinto dimostrando all’Italia che il Pd, guida uscente, era il partito dei Parioli, ovvero dei ricchi, oggi non punta sul rilancio delle aree più povere.

Paradossale, ma reale. Perché il voto al decreto Milleproproghe ha cancellato, rinviandole di due anni, le risorse destinate a un centinaio di progetti di riqualificazione dei quartieri più complicati dei capoluoghi di provincia e delle aree metropolitane. Circa 300 i comuni rimasti a secco.

Ma la cosa più grave, oltre all’effetto di questa scelta politica che ha per il governo una base tecnica in un vizio di forma, è il ‘tradimento’ ai danni dei sindaci. Pochi giorni fa il numero uno dell’Anci, Antonio Decaro e il numero uno delle Marche, il Pd Maurizio Mangialardi, ci avevano messo la faccia parlando di intesa raggiunta con il premier Giuseppe Conte. Avevano rassicurato i colleghi, finendo anche per rompere il fronte d’azione, visto che alcuni non si erano subito fidati.

Oggi sono loro a prendere lo schiaffo più grande e ora non gli resta che urlare e magari, gesto estremo, presentarsi davanti al Parlamento con la fascia in mano da riconsegnare a quel Governo che li ha illusi non tanto sulle risorse, quelle si possono sempre trovare, ma sul fatto di avere un ruolo, di essere ascoltati e addirittura contare. Questo sì è lo schiaffo più grande. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Urlare oggi per non far morire il distretto domani

RAFserio

Non è ancora chiaro a tutti: o si urla oggi o si rischia un suicidio di massa. Il distretto calzaturiero fermano sta male. Se si va oltre il “ma tanto sono ricchi” e si pensa al contesto sociale, ai posti di lavoro, all’indotto, forse ci si rende meglio conto di quello che sta accadendo.

Nel silenzio, perché un’altra caratteristica di questo settore è il solidale ovattamento delle brutte notizie, salvo particolari invidie, ci sono calzaturieri che riducono personale, è un continuo via vai negli uffici dei sindacati e in quelli delle associazioni di categoria, che chiudono,che vendono o che provano la strada riuscita con successo al primo di tutti: il gruppo della famiglia Pizzuti. Ovvero la delocalizzazione obbligata con mantenimento solo di una piccola quota di alta qualità a Montegranaro.

È così che mentre si combatte per il made in, nuovamente affondato dall’Europa dei commercianti, ci si rende conto che produrre in Italia è fuori prezzo. Il problema è che una politica fiscale differente esula da ogni potere locale, incluso quello regionale dove l’Irap non è più un fattore.

Si continua a parlare di Ilva, ed è giusto, del settore automobilistico, sarà anche vero che gli investimenti della Tod’s valgono un bullone di una Ferrari come disse la Fiat rispondendo a Della Valle durante una dura diatriba verbale, ma è anche vero che bullone dopo bullone ci sono decine di migliaia di persone a rischio sussidio se qualcosa non cambierà.

E quindi? I calzaturieri, restii a dire che il mercato non è più quello dorato che li aspettava sull’uscio di casa, è evidente che da soli non possono vincere la sfida con il cambiamento. Non è l’e-commerce la soluzione, non lo sono le sneakers, non è neppure l’investire su Dubai o l’Arabia, il problema è strutturale.

Una grande mobilitazione dei calzaturieri italiani, anche se il sud con politiche fiscali mirate riesce ad aggirare il problema costo del lavoro, è necessaria. A Roma come a Bruxelles. Chi la deve condurre? Forse Assocalzaturifici, che già sta muovendo tasselli importanti tra casse integrazioni e contratti collettivi, di certo qualche grande nome, che se non aiuta i tanti piccoli produttori prima o poi resterà senza maestranze, svegliandosi improvvisamente dentro un fondo cinese con tanti saluti al leggendario made in Italy. 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Di che colore è?

RAFserio

* Ma di che colore è? Ecco la domanda chiave che entra nelle teste dei cittaidni sempre più spesso. A questa si aggiunge anche ‘Da dove viene, di che nazionalità?’. Domande che nascondono al loro interno già una valutazione, una predisposizione a condannare e criticare, ad avversare e dileggiare. Di certo a respingere.

In più campi si affronta ormai questa domanda. Capita quando ci sono annunci di lavoro. Tutto sembra a posto, il contratto pronto, poi l’interruzione della trattativa non appena si scopre che magari il badante, l’operaio è nero o comunque proveniente da Africa o area araba in generale. Perché? Emerge il sospetto sulla persona, che magari neppure si conosce. È il dubbio che si insinua, fomentato dal contesto sociale sempre più preoccupato dall’altro, di quella persona che un piccolo film, “Io l’altro”, raccontò più di dieci anni fa con semplicità, mostrando come in pochi attimi nella persona di nazionalità e colore diversi non si riconosca più il soggetto amico, ma il volto pericoloso venduto da politica e media.

Il problema è che la domanda arriva anche di fronte ai fatti di cronaca. Dove non ci si preoccupa di sapere se il reo di violenza o spaccio o furto sia stato arrestato e magari condannato, ma si va a caccia della nazionalità, possibilmente anche dello status, visto che ormai l’immigrazione è l’unico tema di confronto tra cittadini e politici, per poter poi montare l’ennesimo assalto all’integrazione.

Questo stiamo affrontando oggi, un problema sociale che diventa anche lessicale. ‘La parola che cura’ è il tema di un festival che animerà il Fermano nei prossimi giorni. Mai come oggi serve riflettere sull’uso di ogni singola lettera che assemblata con tante altre diventa un’arma più violenta di una pistola. Poi, rispondere e dare la completa informazione è sempre auspicabile, perché nascondere serve solo ad alimentare sempre più il sospetto in chi parte con pesanti e pericolosi preconcetti.

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Ricostruzione: più parole che ruspe nel post terremoto

raffondinocolori

* Due anni fa la mia notte venne scossa alle 3.36 mentre dormivo a Montegallo. Tremava tutto, ma soprattutto fu il ruggito del sisma a entrarmi nelle orecchie. La corsa fuori di casa e davanti decine di persone, chi con i bambini in braccio, chi con le prime due cose che aveva trovato tra le mani. E per terra i primi segni, indimenticabili, di quella scossa: pietre e pezzi di camini, fino a che non sono crollati i muri.

Due anni dopo sono di nuovo a Montegallo. Per strada le macerie non ci sono, ma venti centimetri distanti dal bordo dell’asfalto, i mucchi sono sempre gli stessi di due anni fa. Tranne che in qualche punto, dove le demolizioni hanno raso al suolo la storia di intere frazioni. La gente non è più quella, non ci sono quelle decine di persone, perché in pochi hanno avuto la fortuna di avere una casetta e ancora meno hanno avuto il coraggio di costruirsi una capanna abusiva o posizionare un vecchio furgone in stile roulotte nel giardino fuori dalla casa lesionata.

Eppure in tanti sono pronti a ricostruire. Ci sono progetti, ci sono i soldi, almeno così si racconta sempre a ogni intervento politico, ci sono anche le norme. Ma non c’è purtroppo una sola ruspa che abbia come obiettivo costruire e non abbattere: sono tutte spuntate. Tutto fermo, questa è la realtà. E sentirsi dire ogni volta da chi comanda che “abbiamo messo miliardi, abbiamo dato un tetto a tutti, abbiamo portato via le macerie” fa male. Perché la gente chiede altro. E lo chiedono i sindaci e lo chiedono gli imprenditori e lo chiedono gli anziani che per la maggior parte popolavano i Sibillini.

Oggi Montegallo, ma vale per Pieve Torina o Ussita, è un gruppo di casette e un’area commerciale, non è più una comunità. Tanti sono gli sfollati del sisma, perché le case sono rimaste ferme ai puntellamenti. Bravi, come sempre, nell’emergenza. Incapaci nell’azione successiva. Paura della corruzione? E allora, piuttosto che due amministrativi in più a pensare cavilli, mettiamo finanzieri e carabinieri in mezzo ai cantieri ma facciamoli lavorare.

Dare potere alla base in questo momento è fondamentale. La centralizzazione ha forse garantito pulizia nelle azioni, ma anche stallo, inefficienza e quindi delusione, rabbia e sofferenza. “Fateci morire a casa nostra” dicono le signore di Arquata. “Fateci vivere a casa nostra” dicono i giovani di Amandola. Non c’è differenza alla fine, entrambi vogliono una casa. Vera però, non di compensato.

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'Piove governo ladro' e la periferia resta all'asciutto

raffondinocolori

* Mica facile in un colpo solo compattare destra e sinistra contro di sé. Non facile, soprattutto se dentro il maxi e arrabbiato gruppo ci sono anche molti esponenti del proprio colore. Ci è riuscito il Governo che si è autodefinito del cambiamento e che a oggi sta cercando di cambiare quanto fatto prima dagli altri senza riuscire a imporre la propria linea. Perché le promesse sono state troppe e così quando si esce dall’abilità mediatica di Salvini, che ha concentrato per mesi tutta l’attenzione sui migranti, ci si impantana nei numeri dell’economia. E allora bisogna tagliare gli 80 euro per favorire il proprio percorso economico.

E così bisogna tagliare i miliardi stanziati per il recupero sociale e urbanistico delle periferie per mance elettorali più ampie. Ma così facendo si è compattato il fronte degli enti locali e soprattutto si manda un pessimo segnale agli stessi elettori che sono stai convinti principalmente da un aspetto: Lega e 5 Stelle portano sicurezza, attenzione e ascolto ai territori. E invece, con un semplice articolo di un mastodontico decreto si cancella quanto atteso e programmato da milioni di cittadini, se si uniscono i 96 progetti che vengono stoppati. Per Fermo fermare la riqualificazione di Lido Tre Archi significa restare nelle mani della criminalità, significa non poter condurre un programma di integrazione delle decine di etnie completo ed efficace, significa illudere chi aveva da un anno cominciato a sperare. E non si raccontino favole su sentenze e affini contrarie al Bando Periferie, perché molti sindaci, come quello di Fermo, sono avvocati e le carte le sanno leggere e dicono altro, come lo ha detto la Corte dei conti certificando la convenzione con i capoluoghi di provincia.

Di fronte a questo, di fronte a tentativi di arrampicarsi sugli specchi, torna di moda un vecchio detto popolare. Ancora di più oggi a Fermo: “Tolgono di soppiatto i soldi alla riqualificazione delle periferie e dopo settimane...piove! Sarà un caso?”. La risposta a Calcinaro non serve neppure, è negli atti. A meno che qualcuno non li cambi, ascoltando i territori, come promesso di fare durante tutta la campagna elettorale.

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#RisorgiMarche e il potere della musica

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“Una musica può fare, salvarti sull'orlo del precipizio”. RisorgiMarche funziona? I dubbi non verranno mai placati, neppure dai diecimila, magari davvero 15mila, che hanno affrontato il caldo per raggiungere Casalicchio. Ma i due appuntamenti fermani a Montefortino e Amandola hanno dimostrato che il festival funziona se i sindaci ci credono. Domenico Ciaffaroni e Adolfo Marinangeli da mesi, forse un anno, sono diventati i ‘nemici perfetti’. Perché due amici che hanno combattuto battaglie insieme, unendo la verve comunista al raziocinio democristiano, quando si dividono diventano una macchina da guerra pericolosa. Ma RisorgiMarche ha saputo ricucire ferite, anche se restano punti e sangue.

Uno ha dato forza all’altro, anche a livello comunicativo. Marinangeli brinda a Ciaffaroni e alla sua capacità di far mettere in sicurezza l’eremo e di organizzare eventi per dare un seguito a Paolo Belli, vedi il sold out alla sagra della trota che ha fatto sorridere tutti i commercianti. Ciaffaroni fa di più, va ad Amandola e partecipa perché i Sibillini hanno bisogno della loro città. E lo ha fatto anche pochi giorni prima quando critiche pesanti, e difficili da comprendere, hanno assalito il sindaco di Amandola sull’ospedale nuovo.

Può guardare tutti a testa alta Neri Marcorè. E la presenza del governatore Ceriscioli lo ha dimostrato. Non è perché ha investito poco meno di 300mila euro nel progetto che il presidente è arrivato scarpinando ad Amandola, ma perché la montagna ha bisogno della sua presenza. Tra poco cambierà il commissario straordinario, ma non i suoi vice, tra cui Ceriscioli. Deve imparare ad ascoltare il numero uno della Regione e magari tra una canzone di Marcorè e l’altra, ascolltando le critiche che piovono tra i prati in fiore e in mezzo alle Sae consegnate trovare spunti per cambiare e migliorare. cerimarco

“Una musica può fare amare soltanto parole” concludeva Max Gazzè. È chiaro che a Ceriscioli le parole non basteranno, come invece devono ritrovarle comuni Marinangeli e Ciaffaroni. E con loro i sindaci del cratere e a scendere i cittadini che devono credere nella ripresa senza alzare troppo l’asticella. Ermal Meta ha vinto Sanremo eppure tutti volevano Jovanotti. Surreale, ma come direbbe Gazzè: “Una musica può fare dove sei, non mi vuoi, stai con me”, ovvero volere tutto e il suo contrario.

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Iacopini, Calcinaro e il futuro che sarà

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* Una crepa che potrebbe fare bene. In fin dei conti il sindaco Paolo Calcinaro, che da tre anni vive come dentro le palle di neve che giri da ogni lato e sono sempre belle, ora sa che non tutto è perfetto.

O meglio, con le dimissioni dell’amico capogruppo della sua lista Piazza Pulita, che non fila tutto liscio lo ha fatto sapere a tutta la città. Perché di tensioni si parla da tempo. Quando se ne va un capogruppo, che tra l’altro è uno dei consiglieri di maggior spessore, il segnale politico è forte.

Mancanza di condivisione di azioni, più che di idee. Perché il programma Daniele Iacopini lo ha scritto insieme al sindaco e il programma sta andando avanti. Poi però entrano in gioco le azioni che il mondo di ‘Piazza pulita’, intesa in maniera più ampia come maggioranza, le vorrebbe condivise, frutto di un confronto e di comunicazioni puntuali. Invece, troppo spesso, il sindaco prende e fa.calciiacopini

“Almeno decide” dicono i calcinariani più convinti. Ma in politica gli equilibri si giocano anche a livello umano, figuriamoci dentro una coalizione unica nel suo genere in cui la metà di chi siede in Consiglio ha passato con il vicino di banco almeno 20anni della sua vita.

Amici prima ancora che consiglieri e per questo l’addio al posto di capogruppo di Iacopini è una crepa vera. Cazzuola e cemento o piccozza? Il sindaco deve scegliere cosa prendere in mano. Se chiude la crepa, puntando nel 2019 a una maggior valorizzazione dei suoi a discapito magari di qualche settimana in più di tempo che da perso diventerà guadagnato, terrà il gruppo compatto. Se invece ha scelto che nel 2020 la squadra deve cambiare e anche la sua organizzazione basata sull’amicizia più che sui ruoli, allora Iacopini si sarà sacrificato inutilmente e Calcinaro però saprà che continuerà a correre, ma spesso sarà solo. A meno che non scelga nuovi amici.

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Questura, Prefettura e Provincia: quando 1+1+1 non fa 3

raffondinocolori

* La matematica non è la materia preferita del Fermano, ma neppure del Governo. La riprova arriva dall’inaugurazione della questura di Fermo. Il presidio di legalità, il simbolo per eccellenza della sicurezza in città, il luogo da cui partono ricerche e azioni mancava a questa provincia. Che parola strana che è ‘provincia’. E dire che è anche inserita nella costituzione. Ma politici e cittadini se ne ricordano solo quando c’è qualcosa che non va.

Giusto che al tavolo dei grandi in Prefettura ci fosse il sindaco del comune capoluogo, ma cosa c’è di più provinciale di una questura? Ha sede a Fermo, ma è il simbolo del territorio per antonomasia. Ma nessuno ha pensato di far parlare la presidente di questa piccola e combattiva provincia.

Ma quando c’è da rispondere su un tetto che crolla, tutti a cercare la presidente che gratuitamente dedica tempo della sua giornata al bene degli altri 39 comuni, considerando che uno è Monte Urano di cui è sindaca.

I sindaci, solerti a partecipare all’incontro con il ministro Salvini, se ne dovrebbero ricordare ogni giorno o quantomeno ad ogni assemblea che viene convocata e dove in troppi disertano. Se la matematica non fosse un’opinione, 1+1+1 farebbe tre. E invece a Fermo si dimentica il primo 1, ovvero la nascita della Provincia, maggio 2004, senza cui non ci sarebbero state né la Prefettura, 2011, né la questura 2018.

Oggi, due palazzi sono pieni, uno invece è semivuoto. Ma, pensate un po’, dei tre quello riconosciuto dalla costituzione è proprio quello provinciale, con le sue competenze svuotate in maniera irregolare da una riforma bocciata dai cittadini, e con i suoi cassetti vuoti, ma un tempo pieni di soldi per poter dare servizi.

Il ministro Salvini ha promesso ‘battaglia’ per far tornare al centro della vita istituzionale l’ente oggi guidato dalla Canigola. Ma non sarà facile, perché il Movimento 5 Stelle è da sempre contrario e così qualcuno dovrà cedere, sapendo che il Pd, fino a pochi mesi fa al Governo, dopo aver tentato di sopprimerle per dare ‘brioche’ agli anti casta non ha mai pensato di risolvere il vulnus post referendum. Lega contro tutti si perderebbe in partenza, lasciando questo status quo confusionario e irrispettoso delle persone che la guidano e ci lavorano.

Non resta quindi che la forza del territorio, partendo da quei 40 sindaci che vogliono l’erba sfalciata, che chiedono rotatorie, che sperano di portare i ragazzi in scuole sicure, che non vogliono l’aumento della Rca auto e che sperano di accelerare i lavori grazie ai tecnici provinciali. Quei sindaci che dovrebbero far sentire il proprio sostegno alla Provincia ogni giorno, non solo quando hanno bisogno o, peggio, quando non riescono a intercettare da soli o via conoscenze un funzionario o un assessore regionale.

Mentre ogni cittadino vedrà sfrecciare una nuova volante, noterà due uomini in più dietro un angolo a fermare un rapinatore o un vu cumpra, non dimentichi che senza il primo 1 gli altri non sarebbero mai arrivati e che quindi 1+1+1 non può fare due. 

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Al Fermano non basta nulla

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* La questura porta con sé il capo della polizia, il comandante provinciale dei carabinieri, il comandante provinciale della Guardia di Finanza e, entro un anno, il comando dei Vigili del fuoco. Riempite le etichette sulle porte, arriveranno anche gli uomini. Ne mancano tanti nel Fermano, ma è anche vero che è impensabile che tutto sia perfetto.

Resta il fatto che il Fermano migliorerà. Certo, paradossale che mentre apre una struttura, se ne chiuda un’altra, la Camera di Commercio. Come è paradossale che mentre apre la questura, la Provincia resti sempre più senza risorse, ma con maggiori problemi da gestire.

La politica corre come sempre su binari paralleli, con il problema in più che ogni tanto la corrente tira da una parte e ogni tanto dall’altra, creando situazioni di confusione e spesso di danno non solo apparente. Il cambio di Governo ha tolto riferimenti abituali alla Regione, prima, e ai comuni poi. Ma non che prima ci fosse questa attenzione da far star sereno il Fermano.

La gente è stanca e, dato preoccupante, ha anche smesso di ascoltare. Trenta persone all’incontro con il presidente della regione a una festa dell’Unità, altrettante per ascoltare chi voleva far comprendere cosa significa produrre rifiuti. La gente non partecipa più, ma pontifica e pensa di avere la verità semplicemente perché ha un cellulare e può navigare su internet.

Ecco, di fronte a questo quadro la nuova questura non avrà vita facile. Perché si chiederanno subito risultati, e magari un paio di operazioni sono già in cantiere per accompagnare il debutto del questore Soricelli. Risultati che ogni volta dovranno essere più alti, nelle aspettative. Perché ormai non si vive più di certezze, ma di percezioni. E quelle social sono le più difficili da soddisfare, ancora di più quando si parla, si promette e non si mantiene. O, stando al mondo social, non si asseconda il singolo volere. 

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Quando uno vale uno: il peso del voto

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* Un voto, un altro voto, un altro voto ancora. Sono giorni importanti per il Fermano, giorni in cui ogni singola testa può cambiare il corso della storia.

C’è il voto nell’urna. A Porto Sant’Elpidio, seconda città della provincia di Fermo, il nuovo sindaco uscirà dal ballottaggio. Da un lato la continuità, dall’altro il cambiamento. Continuità e cambiamento, due parole che sono state presentate come un ossimoro. Ora sta ai cittadini dare un contenuto a entrambe, perché Franchellucci e Marcotulli sono diversi praticamente in tutto, se non fosse per la volontà comune di potenziare i centri giovanili. Di certo, chi dei due indosserà il tricolore avrà di fronte a sé sfide impegnative, che vanno ben oltre quelle dibattute in campagna elettorale visto che Fim, Piazza e Ligmar hanno percorsi definiti. Ci sono le politiche sociali, le scelte sulla mobilità dolce, le strategie per fare del centro cittadino il cuore del commercio e della movida sana.

C’è il voto in una stanza. Come quello che a Fermo ha chiuso le porte al ricorso contro la riforma della Camera di Commercio. Un voto che lascia strascichi pesanti, con accuse che evidenziano come il bene comune non sia tale per tutti. Tanti gli interessi dietro ogni singolo voto di Giunta e Consiglio, tali che anche gli amici diventano nemici.

Ci sono i voti tra le macerie, pesanti come quello che non è arrivato in favore di un emendamento che avrebbe garantito la conferma dei professionisti chiamati a supportare i comuni nella ricostruzione. A fronte di un sistema completamente imballato, bisogna festeggiare per la proroga degli ammortizzatori alla Whirlpool, grazie al voto a favore del piano pensato dal senatore fermano Verducci.

Pesano i voti, in ogni campo. Spesso sono frutto di determinazione e coraggio, a volte di calcolo ed egoismo, ma sempre richiedono volontà. È quello che rende protagonisti anche gli insospettabili. Perché in certi momenti, uno vale uno per davvero. 

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Il grido dei Sibillini: serve lavoro. "Dopo Della Valle, il nulla"

raffondinocolori

* “Il più grande cantiere d’Europa” è la frase che in modo elegante definisce la distruzione che si ha davanti agli occhi passando con la macchina tra Arquata, Montegallo, Montefortino, Amandola, Falerone, Pieve Torina e Camerino. Livelli di distruzione diversi, ma tutti uniti dal filo rosso del post sisma e della lenta, lentissima opera di ricostruzione.

“Ripartirete con il turismo” è la seconda frase che si è sentita ripetere spesso puntando sui prodotti locali e la bellezza della natura. Come se poi le strade chiuse, vedi quella che blocca i romani diretti tra Montegallo e Montemonaco, fossero un dettaglio.

“La verità è che serve il lavoro per far rinascere i territori” è invece il vero titolo che ha dato ai giornali il sindaco di Arquata Petrucci incontrando il neo premier Giuseppe Conte. 

Se questo verrà compreso, forse per i Sibillini ci sarà davvero un futuro. Inutile parlare di turismo mentre ci sono case con i tetti sfondati, con i ristoranti chiusi o, se fortunati, stipati dentro le aree costruite nell’emergenza. Serve di più. “Diego Della Valle lo ha fatto, ma dopo lui il nulla. Questo è il problema”.

ceriscioli whirlpoolE ora la Whirlpool (LEGGI EMENDAMENTO VERDUCCI), con la Regione che ha cambiato marcia ed è scesa in campo con un pacchetto di proposte, che si sommano a quelle di Confindustria, che si allineano a quelle della Cna, che seguono le pressioni dei sindaci che vedono a rischio il sistema sociale di paesi già feriti.

Lavoro è la parola chiave. Lavoro per l’edilizia, senza dubbio, ma soprattutto lavoro per i giovani, unica via per evitare lo spopolamento. Le signore, sedute sotto il porticato delle casette, “che sono piccole, 40 metri, non c’è neppure un ripostiglio, ma almeno sicure”, lo dicono: chi sta al mare non tornerà più. Ma se aprono fabbriche, 50 assunti alla Tod’s e tutti giovani dal cratere, se riparte il commercio, se si dà un motivo alle attività di vivere…allora si può.

Tante richieste sul tavolo di Conte, impegnato nel nuovo decreto sisma, tanti problemi da risolvere. Ma prima va salvata la Whirpool, poi dato un senso al gesto di Della Valle. Altrimenti l’esodo dai Sibillini, Arquata è passata da 1200 a 500 abitanti, non finirà mai e si renderà inutile anche lo sforzo di chi mette tempo e passione, Marcorè con RisorgiMarche, soldi, le donazioni da mezza Italia per scuole e amministrazioni, e know ho, i progetti di rilancio di Regione e Istao.

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Senza uomini al Governo, ma pieni di speranze

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* Il Fermano ha paura, perché sente il peso della crisi, perché paga l’arretratezza delle infrastrutture, perché non sa in questo momento a chi chiedere qualcosa, visto che da sempre è stato abituato a muoversi, come riferimenti istituzionali, tra Pd e Forza Italia.

Servirà un grande lavoro della base di Lega e 5 Stelle, con il Fermano di nuovo senza onorevoli (ma ai 5 Stelle eletti nel maxi collegio va riconosciuta la presenza, anche in piazza a Fermo per il 2 giugno), perché non si resti ancora più indietro. Servirà la capacità relazionale di chi, fino a ieri, non si poteva definire leghista o grillino. Qualcosa potrebbe cambiare se davvero nello spoil system totale in azione salterà Paola De Micheli, commissaria alla ricostruzione, e arriverà il geologo jesino Mauro Coltorti.

Potrebbe essere la persona giusta, sapendo però che dovrà dialogare con tre vice commissari di area diversa dalla sua, con sindaci arrabbiati e delusi, con norme complicate che dovrà studiare a fondo per non andarci a sbattere, come successo alla stessa De Micheli che però, in tandem con Gentiloni, tanto ha fatto inclusa la proroga della busta paga pesante negli ultimi giorni o l'ok definitivo alla questura. Che ora il minsitro Salvini potrà riempire di uomini, senza toccare la Prefettura che la Lega non ha mai amato.

Per il resto, al marchigiano non resta che ricominciare a fare quello che da sempre lo caratterizza: lavorare. Magari osando di più, a livello istituzionale. La speranza è che torni compattezza tra i monti feriti dal sisma, oggi lacerati dal ‘mors tua vita mea’ e che prosegua il grande lavoro delle associazioni di categoria, mai così unite per cercare una soluzione alla crisi locale, che ha colpito il distretto calzaturiero senza però risparmiare l’enorme indotto che girava intorno alla moda.

Piccoli e compatti si conta qualcosa, divisi e arrabbiati si fa solo confusione. I gialloverdi hanno promesso tanto, dal blocco della riforma Calenda al rilancio delle infrastrutture viarie. Non si potrà avere tutto subito, ma un segnale sì: un Consiglio dei Ministri all’interno del cratere sarebbe un buon inizio, magari con l’area di crisi complessa deliberata in modo da togliere alibi a chi poi deve investire.

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Crolli, risorse e responsabilità: attenzione a chi resta in silenzio

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* Il crollo del tetto del Montani ha riaperto una ferita causata da una delle più scellerate riforme degli ultimi anni. Una riforma, quella che avrebbe dovuto portare alla soppressione delle Province, costruita abilmente dalla politica che ha saputo cavalcare la rabbia della gente, completamente rintronata dalla stampa nazionale che parlava in continuazione di sprechi e vedeva nelle Province il male, anche se i numeri, della corte dei Conti e non dell’Upi, dicevano il contrario.

Una riforma che poi il referendum costituzionale ha cancellato, insieme al roseo futuro politico di Matteo Renzi, allora premier. Peccato che da quel giorno nessuno, ma proprio nessuno, abbia pensato di ripristinare la legalità dando risorse e competenze all’ente di secondo livello, costituzionalmente riconosciuto.

Nel silenzio generale si è provato a vivacchiare, garantendo il minimo sindacale, ovvero gli stipendi dei dipendenti. Eppure, le Province non erano state soppresse, ma solo lasciate senza risorse. Un modo italiano di chiudere una questione senza averla affrontata. Oggi, con i tetti che crollano, la voce si alza imperiosa in favore delle Province. Ma non da tutti quelli che dovrebbero e per un solo motivo: non è morto nessuno.

E quindi, a prescindere dal caos nazionale, non è arrivato il ministro a Fermo, non è arrivato un sottosegretario, non sono arrivati gli onorevoli, non è arrivato neppure il presidente della regione Marche.

Tanto, si sono detti tutti seduti alle scrivanie, la colpa è della Provincia. Peccato che, se l’inchiesta non si fermerà troppo presto, nelle indagini si troveranno impigliati proprio quelli che non si sono degnati di salire in auto e parcheggiare davanti al Montani prima e alla Provincia di Fermo poi.

Vergognarsi, restando in silenzio, è giusto, fingersi non responsabili è un altro. La memoria è corta in questo Paese, ancora di più quando non ci sono vittime, ma la giustizia, spesso, seppur lenta arriva. E così farà la storia, rendendo meriti a chi sta lottando senza esercito, la Provincia, e chi invece si ingrassa con le risorse tolte a chi le avrebbe gestite sicuramente in modo migliore, almeno nella piccola provincia nata dieci anni fa.

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La burocrazia resta senza tetto

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* Caccia al responsabile. Ma per favore, evitiamo prese di posizioni politiche. Il punto è molto semplice: capire come fa un tetto nel 2018 a crollare sopra i banchi di una classe. Probabilmente emergeranno responsabilità multiple, basta che tutto non venga riassunto in un “non si poteva capire”. Perché ormai esistono strumentazioni che sono in grado di trovare una pulce sotto tre metri di macerie, figuriamoci se non rileva la staticità di una trave, che però non aveva mai dato segnali visibili.

La questione è diversa e deve far riflettere, ma pare che non sia la prima qualità di chi sta in Parlamento, sulla questione manutenzione. Oggi la “non tragedia” fa riemergere il problema degli istituti scolastici. Sicuri o non sicuri, sono edifici che se nuovi hanno 50 anni, altrimenti oltre un secolo come nel caso del Montani, glorioso istituto tra i primi d’Italia.

Il post sisma aveva fatto accendere un faro su tutte le strutture. Il Governo aveva stanziato centinaia di milioni di euro per poterle rifare, ancora prima che rinforzare. Ma quella pioggia di milioni è stata seppellita sotto la burocrazia e pure chi corre perché bravo, come la Provincia di Fermo che ha già chiuso un paio di definitivi, a quasi due anni è ancora lontano dal via dei lavori. Figuriamoci altre realtà. Non è questo il modo di affrontare l’emergenza: dare soldi, ma poi bloccare gli strumenti è quanto di peggio si possa fare. Si illudono studenti e famiglie e poi si lasciano in un limbo fatto di insicura sicurezza.

vigilecrolloDopo questo nuovo crollo, con l’immagine delle macerie che schiacciano sedie e banchi che ha fatto il giro dell’Italia, ripartiranno i controlli, gli allarmi, le promesse. Ma sempre in quelle aule ci entreranno gli alunni, i docenti e il personale Ata, quel che questa mattina è rimasto saldo al suo posto, al contrario di tutti gli altri spostati in aree più sicure.

Servono garanzie, servono certezze, serve un Governo che sblocchi le norme e serve che almeno quanto finanziato sia costruito. Dal liceo Classico nuovo alla Betti. Per non parlare del Montani e dello Scientifico per cui la Provincia ha chiesto e ottenuto dieci milioni di euro per il miglioramento sismico, che avrebbe significato anche un nuovo tetto.

Se poi, invece, emergerà che chi ha redatto le schede Aedes un anno fa e chi fa i sopralluoghi ogni anno non si è accorto di un problema già in essere, allora si punisca. Ma siccome la caccia alle streghe non ha mai portato a nulla fuorché roghi improvvisati, la politica faccia il suo dovere e senza attaccarsi si compatti e blocchi le norme. Riceveranno solo applausi, anche dalle imprese pronte a lavorare. Se del territorio ancora meglio. Ma qui saremmo al colpo di genio e forse è chiedere troppo. Come chiedere troppo è ridare personale e risorse alle Province dopo avergli lasciato le funzioni.

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Turismo possibile: sconfiggere la logica del bar

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* “Ma quanti appuntamenti. Incredibile, da noi non c’era nulla per questo lungo ponte”. Parole da turista, ma anche semplicemente da ascolano, se non ci si vuole spostare fino a Pesaro. Parole dette da chi, cercando online qualcosa da fare a cavallo del Primo maggio, si è imbattuto negli appuntamenti della piccola provincia. A memoria, difficile ricordare tante iniziative concentrate in così pochi giorni. Intelligente la scelta, perché questo è stato il primo vero ponte e sarà anche l’ultimo così lungo in vista dell’estate. I turisti, i curiosi, andavano conquistati subito. Il Fermano si è tirato a lucido. Tanti e diversificati gli eventi organizzati, tanti e sempre più spesso apprezzati da chi vive al di fuori dei confini locali.

Solo così, raccontando il territorio e caratterizzandolo, si può vincere la sfida del rilancio di questa fetta di territorio che viene segnata ogni settimana da una scossa o da una tragedia. Si passa da un omicidio al suicidio di uno sfollato, che a problemi personali aveva sommato il dramma del vivere senza la sua casa e la sua attività. Li chiamano ‘omicidi di Stato’ sui Sibillini, di uno Stato che a quasi due anni dal sisma non ha ancora alzato un muro nelle case danneggiate e ancora sta consegnando casette di legno.

Il Fermano, in questo contesto complicato e pieno di salite, cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista. Non ha molto più di altri posti da offrire, per cui può solo cercare di farlo in maniera migliore. Se l’arte è ormai di casa a Fermo, il divertimento deve trovare nella costa il suo degno luogo. L’emblema è Porto Sant’Elpidio, una città di 27mila abitanti che il primo maggio triplica i suoi residenti ma che riesce a incassare critiche perché un angolo della città non è stato invaso come il centro. È la logica del bar, quella in cui tutto deve essere a portata di mano. In un angolo il caffè, nell’altro l’amaro, sulla sedia il giornale, a due metri il bagno e magari il posacenere.

La logica del ‘mio bar’. Perché poi tutto questo lo offre anche il locale a due chilometri, ma il mio è più bello. Solo che una città non è un bar. Ha dei punti di forza e su quelli costruisce il futuro. Ma è difficile farlo capire a chi trasforma tutto in bagarre politica, in un semplicistico ‘io farei meglio’. Che poi il meglio non lo ha ancora mai raccontato nessuno. Figuriamoci creato.

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L'area è di crisi, ma l'aria è di crescita. Se Della Valle dice no però è dura

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* Parte da Diego Della Valle la rivoluzione del sistema di produzione del distretto calzaturiero. Mister Tod’s non fa altro che mettere in pratica quello di cui molto imprenditori discutono da almeno un paio d’anni: la destagionalizzazione. Le migliori scarpe nascono nel territorio tra i fiumi nel cuore delle Marche, tra paesi che sono divisi da una curva, come Montegranaro e Monte San Giusto, o magari da una piccola valle, come accade tra Sant’Elpidio e Torre San Patrizio o Monte San Pietrangeli. Un polo produttivo che vive da sempre sulle sue certezze, che non significano solo Russia.

Certezze sono i fornitori, sono i piccoli laboratori artigianali, sono quelli che producono le scatole e chi invece il calzante. Certezze di un sistema che sa di dover preparare due collezioni all’anno. Le parole di Della Valle, “stiamo cambiando il nostro calendario produttivo per offrire prodotti nuovi ogni mese", si ripercuotono su tutto il sistema. Perché questo significa modificare il modo di lavorare dentro ogni azienda, con gli operai, ma anche chi cura la logistica, che deve essere pronto a rispondere a una domanda diversa di mercato.

È in grado il distretto di rispondere a questa esigenza dettata, in primis, dalla velocità del web che ha cambiato anche i tempi della moda? Difficile dirlo, lo stesso Della Valle deve affrontare il mondo attorno a sé che vive di ferie ad agosto e non è pronto a cambiare ottica.

Un distretto che tra l’altro va in cerca del riconoscimento di area di crisi complessa, ma ha già incassato il primo “a noi non serve” proprio da mister Tod’s. E questo è un male, perché, Ascoli insegna, l’area di crisi serve proprio alle grandi imprese che hanno possibilità di fare ingenti investimenti, accrescendo l’occupazione, a fronte di grandi vantaggi fiscali. Ma si parla di oltre un milione di euro come base di azione. “Se è uno strumento che serve a dare una mano alle piccole imprese che in questo momento soffrono, ben venga, certamente non lo useremo noi” ha ribadito. Un assist al distretto? Tutt’altro, ma l’imprenditore ha tempo per ripensarci visto che l’iter è ancora in corso ed è bloccato in Regione per delle modifiche richieste dal Governo, che tra l’altro sta per cadere e quindi c’è anche il rischio che si riparta da zero.

Non c’è ripresa se a guidarla non è chi corre più di altri. Della Valle ha parlato di “ottimismo” pensando al futuro perché lui non guarda ai conti delle trimestrali, negative da un paio d’anni, ma al progetto di cambiamento e sviluppo in corso. Solo che per far diventare il suo percorso un ottimismo collettivo deve giocare da protagonista investendo e così facendo trascinando con sé i piccoli che solo unendosi, le famose reti, possono utilizzare i benefit dell’area di crisi. E magari sapendo che unendosi possono comprare macchinari che poi useranno per la crescita della Tod’s lo faranno con più convinzione. Si parla sempre di sistema Paese, qui serve un sistema fermano (maceratese) in cui Tod’s non dica “lo strumento area di crisi non lo useremo” ma, come accaduto ad Ascoli con Sabelli, Fainplast e tanti altri i migliori diventino proprio quelli che ne fanno un mezzo di sviluppo.

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Un popolo di meticci depressi ed entusiasti

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* E Pasqua sia. Poi uno sceglie, in base allo stato d’animo, se fermarsi alla morte o puntare sulla resurrezione. Guardando attorno a ognuno di noi, si assiste a un mix di depressione ed entusiasmo.

Depressi sono i calzaturieri che non trovano la via di uscita dalla crisi del mercato russo. Ma entusiasmo c’è per un progetto che vuole fare di Fermo la vetrina delle loro scarpe.

Depressi sono i vecchi alunni del classico di Fermo che stanno raccogliendo firme per non spostare la scuola, ma entusiasti sono i genitori e i politici che hanno ottenuto milioni di euro per fare un nuovo polo antisismico.

Depressione viene quando si parla di immigrazione, con il refrain ‘immigrato delinquente’ che riempie la bocca di grandi e, purtroppo, piccini. Le strade sono state riempite di manifesti in cui troneggiano un bianco e un nero che corrono. Sul bianco c’è scritto corre, sul nero scappa. Il punto interrogativo che segue prova a salvare tutto, la pubblicità è pro integrazione, ma la realtà è che la percezione insita in ognuno è negativa. Difficile quindi trovare il lato entusiasta di questa storia, ma c’è se si pensa a un fatto molto semplice: ormai siamo tutti meticci. In Europa è una questione genetica, visto che il mix di razze è realtà da decenni se non secoli, in Italia invece la contaminazione è arrivata grazie ai mezzi di comunicazione e al mercato. Siamo tutti immersi in un mondo internazionale, ma ancora pensiamo di poter parlare di Italia e di non italiani. Visione miope di chi neppure capisce che comprando un capo o cambiando pettinatura, per non parlare dell’uso dei social, è già meticcio dentro, se non nel colore della pelle, perché guidato da altri.

Buona Pasqua quindi, con la speranza che duri un po’ di più di un paio di giorni il senso di estasi che deve pervadere tutti, in primis chi occupa ruoli di comando. Ma non solo, sia chiaro, perché uno dei grandi problemi che viviamo è la non partecipazione. Il comandante provinciale dei carabinieri Niglio, uno che arriva da Campania e Calabria, ha parlato di omertà, intesa come scarsa voglia di essere parte di un miglioramento, il Prefetto parla di autoprotezione e necessità di tenere gli occhi aperti. Modi diversi per chiedere partecipazione, quella che va oltre un click sui gruppi social. Perché un conto è pigiare un tasto, un conto è aiutare l’altro, che è più uguale a noi di quanto pensiamo. Non ci credete? Guardategli le scarpe, se proprio non riuscite a guardagli gli occhi.

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Le partite da non perdere

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* Dopo essere finito nello shaker elettorale, il Fermano deve ritrovare la lucidità. Ci sono numerose partite aperte che vanno necessariamente chiuse. C’è la possibilità di farlo da qui a un mese, con il governo Gentiloni ancora in sella. Ma tanto si dovrà fare dopo, sempre che Mattarella riesca a far quadrare i conti post elezioni.

La questione principale è quella dell’area di crisi complessa che era partita come una Ferrari e che ora procede su una Fiat Panda a metano. Perché Teresa Bellanova, viceministro, ha studiato i report, poi li ha rimandati al mittente per le limature e le ulteriori integrazioni. Sono passate preziose settimane e solo nelle ultime ore il corriere ha raggiunto Roma con il plico. Se salta la Bellanova, non dovrebbe però cambiare il funzionario Calabrò che al Ministero segue la pratica, si riparte da capo, senza una mediazione diretta del senatore Verducci, anche se la Lega, in special modo, ha promesso attenzione.

Ci sono poi le maxi partite, come quella della ricostruzione. Si continua a parlare di strade di collegamento nel maceratese, sicuramente più danneggiato, ma nulla si dice invece di mare monti e di intervalliva nel Fermano. Tolti milioni, pochi, per raddrizzare un paio di curve nell’amandolese come promesso dalla Regione, ma rimasti senza atti ufficiali.

Infine, se le Marche sono ormai risucchiate verso il sud dell’Italia, se non ci sarà un boom di reddito di cittadinanza, tornerà con forza la richiesta di ammortizzatori speciali prolungati e specifici. A qualcuno andranno chiesti. E per questo ora nessuno sorriderà più pensando al presidente dei calzaturieri Ciccola che in campagna elettorale si è seduto al tavolo con tutti i partiti e movimenti consegnando richieste e dossier.

Ci sono poi le sfide sanitarie. Il novo ospedale di Fermo non convince i 5 Stelle, lo hanno ribadito più volte in campagna elettorale. Ma in Regione non ci sono loro. Ecco che, se il Governo sarà pentastellato, un occhio di riguardo al capitolo fondi ministeriali per potenziare quanto già finanziato, ma mai partito nella sua costruzione, si potrà valutare.

Con un solo referente territoriale, diventeranno ancora più importanti le capacità dei sindaci, uniche voci che hanno la possibilità di bussare a Roma, insieme alla presidente della Provincia. Che continua a convocare il Tavolo per lo sviluppo, perché mai come ora una voce unica per questo piccolo, e potenzialmente dominante, pezzo di Marche deve essere forte e compatta.

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Un voto per il territorio

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* E voto sia. Con la speranza che almeno vadano in tanti al seggio. Pare banale dirlo in un Paese che a livello europeo era invidiato per la sua partecipazione, ma la disaffezione alla politica ha sempre più allontanato le persone dalle urne. E dire che il voto è una delle poche vere maniere che ha un cittadino per incidere sul suo futuro, decidendo chi merita di rappresentarlo nelle stanze dei bottoni.

Se vale a livello italiano, vale ancora di più dal punto di vista locale. Restare senza rappresentanza sarebbe una perdita enorme per questa piccola provincia. Guardando la composizione delle liste elettorali, infatti, chi ha più da perdere dal punto di vista della rappresentanza è proprio il Fermano. Perché, da un punto di vista di reali possibilità, sono solo tre i nomi locali che potrebbero finire a Roma. Uno è certo, il senatore Francesco Verducci, due se la giocano sapendo di dover prendere un voto più del proprio avversario: Paolo Petrini, Pd Camera, e Graziella Ciriaci, Forza Italia Senato. Per il resto, è un trionfo di maceratesi e piceni. Che sarà anche vero che le Marche sono una regione al plurale, ma poi quando bisogna fare i conti, la carta d’identità, con comune e provincia di appartenenza, pesa eccome.

Il Fermano, del resto, lo ha provato negli ultimi due anni, da quando è riuscito a mettere un esponente di peso dentro la Giunta della Regione Marche, garantendosi con Fabrizio Cesetti l’assessorato al Bilancio. Pioggia di milioni per la provincia, e tanti altri da incassare, se solo si votasse più spesso.

Ora, ritrovarsi con il solo Verducci sarebbe un suicidio politico. Quindi il voto è libero, ma mai come questa volta potrebbe avere una logica territoriale. Che è anche quella di dire, speriamo che la Lega vada così bene che alla fine entrerà pure Mauro Lucentini. Ma qui, come nel caso di Buondonno al Senato, della Ricciatti alla Camera per LeU e della Andrenacci tra i 5 Stelle, entriamo nel calcolo quasi impossibile del mondo proporzionale.

Quando il sindaco di Fermo dice ‘rischiamo un impoverimento territoriale’ avrebbe dovuto avere la forza di dire qualcosa di più e sbilanciarsi in un votiamo per il territorio. Avrebbe mantenuto la sua indipendenza di colore, ma avrebbe dato un messaggio di possibilità e non di rassegnazione a una legge, e alla scelta delle candidature, che palesemente penalizza il Fermano, già duramente colpito dall’organizzazione dei collegi che l’hanno smembrato, come se in realtà la provincia di Fermo neppure esistesse.

Una prova difficile per gli elettori fermani, mai come questa volta indecisi tra le proprie idee e il possibile vantaggio collettivo. Sempre che poi, chi va a Roma, rappresenti davvero chi lo ha eletto. E su questo i parlamentari uscenti in campagna elettorale un esame di coscienza in più se lo sarebbero anche potuti fare. Ma prima di ammettere un errore, in politica si preferisce finire fuori dai binari. E a quel punto, non deraglia solo lo scranno, ma anche chi si rappresentava.

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Prostituzioni

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Se non ci si fermasse alla goliardica critica, l’iniziativa di Nazareno Franchellucci, sindaco trentenne di Porto Sant’Elpidio, verrebbe letta in modo più profondo. Il primo cittadino ha deciso di pubblicare su Facebook le immagini delle auto su cui salgono le lucciole che riempiono la statale adriatica elpidiense.

Più ironia e critiche che supporto a un sindaco che in questo modo mette sul tavolo non la sua debolezza, ma quella dello Stato. La discussione non è solo se è giusto o no che una donna venda il suo corpo, ma è sul come e il dove. È sul fatto che dietro una prostituta c’è spesso un mondo fatto di prevaricazione di violenza, di costrizione, di sfruttamento. Che dietro ogni peripatetica ci sono Istituzioni incapaci di decidere, di capire e governare il fenomeno finendo così per diventare delle ProstItuzioni.

Il momentaneo piacere del cliente godurioso è la parte bohémien della vicenda che si cerca di rappresentare a più livelli. La realtà poi è che spesso con il mercato del sesso fiorisce quello delle droghe. Come combatterlo? I mezzi non ci sono. Le istituzioni sono impotenti, come molti dei clienti che cercano il miracolo dalle esperte signorine.

Il gesto eclatante di Franchellucci, che ora deve però portarlo a compimento per non far sembrare l’operazione un vuoto slogan elettorale, è il grido scomposto di chi vorrebbe provare a fare qualcosa. Rimedierà un paio di denunce, produrrà solo insulti sui social? Chissà. Quel che stupisce è che in un momento in cui tutti si sentono paladini della legalità, in cui si pubblicano foto di buche, di auto parcheggiate male, di sacchetti di rifiuti abbandonati, di fronte a chi favorisce il mercato del sesso il cittadino riscopre il pudore, torna a parlare di privacy. Non resta che arrendersi alla ProstItuzione, quella che non affronta il problema, voltando lo sguardo dall’altra parte. 

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Non è mai troppo tardi per chiedere

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Chiede finalmente il Fermano, chiede finalmente la base del Pd al suo leader. Chiede finalmente e non fa diventare l’arrivo, a due settimane dal voto, di Paolo Gentiloni una passerella elettorale. Chiede e ottiene la conferma della questura la piccola Fermo, e buon merito va al sindaco Calcinaro e all’onorevole Petrini. Chiede e ottiene attenzione per il Montani, che vuole tornare a essere la scuola tecnica d’Italia.

Ha avuto coraggio Moira Canigola nel ribadire a Gentiloni che la Provincia esiste, ma che così non è rispettoso tenerla in vita. Ha avuto coraggio nel ribadire che l’accentramento in atto non è funzionale, che gli enti locali meritano rispetto e indipendenza, in cambio di responsabilità ed efficienza.

Hanno avuto coraggio gli imprenditori nel ricordare a Gentiloni che ci sono battaglie mai combattute, come quella per il made in Italy e per la riduzione del cuneo fiscale, che vanno affrontate. E che le Marche, e quindi il Fermano, meritano infrastrutture degne di questo nome.

E hanno avuto coraggio gli esponenti della montagna terremotata nel dire che non tutto è sbagliato, quando sarebbe più facile accodarsi a chi critica la gestione. Sentire il vicesindaco di Arquata dire grazie non è un dettaglio per chi incassa insulti da mesi. È questo che Gentiloni si riporta a Roma, dove spera di tornare da premier tra due settimane o dove comunque giocherà da protagonista come onorevole e come leader obbligato di un Pd in difficoltà ma non sconfitto.

Campagna elettorale? Può essere, di certo è stata di ascolto visto il format pensato da Verducci che ha fatto parlare il territorio prima del premier. Sempre meglio esserci, far parlare di sé, dire all’Italia, visto che c’erano tutte le tv nazionali e le agenzie di stampa, che il palazzo dei Priori con i suoi libri antichi e il maxi mappamondo sarà pronto per l’estate e che quindi Fermo è bella, come il territorio. Ma servono treni e aerei. E anche questo Gentiloni ora sa.

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Crolla il tetto su una classe dell'Iti Montani: vigili del fuoco in azione

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