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Vade retro barbone

rafsitorossa

Verso che società stiamo andando? Quanto sta accadendo a Porto San Giorgio è una bella fotografia della realtà che abbiamo davanti agli occhi. Si chiude una porta prima di avere pensato a una soluzione. La decisione di blindare la sala d’attesa durante la notte è un po’ come quando uno fa le pulizie e non trovando la paletta butta tutto sotto il tappeto.

Solo pochi giorni fa, dopo le passeggiate – ronde di un gruppo di militanti di Casa Pound, si era parlato di un paio di senzatetto che dormivano sotto i portici di una galleria in pieno centro. Apriti cielo: degrado e preoccupazione. Confondendo così il disagio sociale con l’insicurezza e la delinquenza, guidata da spacciatori e rissaioli.

Serviva però un segnale forte, non di contenuto ma di immagine, e così a Porto San Giorgio si è deciso di chiudere la stazione di notte. Mentre in altre città dove la questione senzatetto (sempre se non molesti)  è una cosa seria, decine di persone ogni notte a Bologna, si creano help center in stazione pronti a offrire un ricovero e una soluzione, nella cittadina sangiorgese, amministrazione di centrosinistra, si sceglie la polvere sotto il tappeto.

Questo in attesa di novità, che potrebbe essere un centro di prima accoglienza in cui abbinare profughi e senzatetto di passaggio da realizzare a due passi dalla chiesa di San Giorgio. Attesa gelata, perché la scelta di chiudere le porte arriva in pieno inverno, quando le temperature scendono. Dove andranno quei due senzatetto? Chi lo sa, magari in uno degli oltre mille appartamenti sfitti che ha la cittadina sangiorgese, leader delle seconde case e degli affitti astronomici. Oppure, la speranza che cambino città con un movimento osmotico del disagio.

Occhio non vede, coscienza non duole, almeno tra i sangiorgesi. “Ignorare il povero è disprezzare Dio” dice Papa Francesco. Che piace a tutti, ma non sempre.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


E dopo le passeggiate, che succede?

rafsitorossa

“Se da qui a una settimana non interverranno il sindaco o le forze dell’ordine, scenderemo noi in campo”. È questa la frase che chiude il video pubblicato dagli esponenti fermani di Casa Pound che hanno dato il via alle loro ‘passeggiate’ in giro per la città di Porto San Giorgio.

Passeggiate notturne, che non si possono chiamare ronde perché è un termine che ormai ha un significato negativo. E così, meglio il passeggiare, termine che gli esponenti dell’estrema destra fermana provano a riabilitare. Del resto, se si passeggiava a Porto Sant’Elpidio, città del Pd, contro le prostitute, perché non farlo contro i senzatetto? Perché tutto è partito dalla presenza di un paio di persone che dormivano dentro una galleria. A questo si è abbinato il ritorno dei lavavetri, che per una volta non sono africani e quindi la repulsione razziale viene mene ma resta quella del fastidio, con storie strappa lacrime di anziane signore vessate ai semafori. Tutto sembra normale, tutto sembra giusto se uno decide di scendere in strada e dire basta.

Ma quella frase inziale, dopo che si erano presentati come quelli del dialogo che passeggiano per capire, apre a un futuro pieno di dubbi e di timori. Cosa faranno se il sindaco, a detta loro, non interverrà? Se lo dovrebbero domandare le forze dell’ordine in primis, che sono le uniche deputate a garantire la sicurezza dei cittadini. Magari se lo chiederà il nuovo prefetto che, come in altre parti d’Italia, dovrà affrontare il risorgere di spinte di destra che avanzano senza proclami fascisti o razzisti ma facendo quello che la gente vorrebbe ogni giorno dallo Stato: vicinanza con un pacco alimentare e sostegno di fronte alla paura. Che poi, detto così, alle elezioni potrebbero vincere Caritas e poliziotti. Ma la storia è sempre diversa, c’è sempre chi crede di potersi se non sostituire quantomeno affiancare allo Stato, soprattutto nei momenti di crisi economica e sociale presentandosi come la soluzione. Se poi lo fanno per capire, come detto a inzio video pubblicato sui social, difficle dirgli di no.

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Caro Fermano, non si vive di progetti

rafsitorossa

Quando sono stato in vacanza a Berlino, ho passato un paio di giorni con un amico che insegna all’università. Passeggiando lungo il fiume, mi raccontava i giovani seduti ai bar, tanti i bar e tanti i giovani, che danno una idea di Berlino dinamica. “Se gli chiedi cosa fanno, ti rispondono ho un progetto. Se gli chiedi quale? Ribadiscono che è un progetto, interessante”. Niente più. E così, uno dopo l’altro. Sognatori pieni di speranze che confidano nella ricca Germania sapendo di avere un punto a favore: l’essere giovani.

Spostandosi di qualche migliaia di chilometri, si arriva a Fermo. Che è sempre più la provincia dei progetti. Ne è piena questa terra di lavoratori. Sono di ogni genere e spesso sono anche accompagnati da belle cartine. Il primo, il più grande, è quello dell’ospedale. Un progetto presentato con tanto di plastico, ma tale è rimasto. Ogni volta c’è un problema e mentre a Fermo si progetta come aprire un cantiere, a Macerata, pochi chilometri più in là è stato presentato il piano per il loro nuovo ospedale con tanto di 150milioni di investimenti in viabilità.

Progetto è quello per la mare – monti, da sempre una visione più che una certezza. Progetto è l’ampliamento dell’alta Valdaso, che salverebbe forse la permanenza di una multinazionale che dà lavoro a qualche centinaia di persone. Progetto è il far fermare i treni veloci nel Fermano per favorire il distretto calzaturiero delle Marche. Progetto è lo sviluppo della banda larga, ancora drammaticamente indietro. Progetto è il ponte tra Fermo e Porto San Giorgio, come progetto è quello tra Pedaso e Altidona, anelli mancanti di una regione che sogna di essere attraversata in bicicletta, dimenticando che le bici si fermano poco più a sud di Pesaro. Per non parlare del ponte crollato 4 anni fa a Rubbianello, che è un progetto finanziato e mai trasformato in cantiere.

Progetto è il lungomare di Porto San Giorgio, che si sente regina turistica e che invece sta subendo l’inesorabile sorpasso di Porto Sant’Elpidio che i progetti, magari non condivisi, li sta facendo diventare realtà mattone dopo mattone ma così lentamente che Civitanova scappa. Progetto è quello che vuole il Fermano al centro dei pensieri nazionali di un Governo che è entrato nel ‘miglio verde’.

Progetti, tanti e belli. Chissà se fanno la fine di quelli dei berlinesi, con i protagonisti che alla fine servono a un bar, ma a Berlino fa figo, o se diventeranno realtà, come una scarpa o un compound che dalla provincia senza collegamenti riescono comunque a raggiungere il mondo.

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Più tavoli sulla crisi? No grazie: praticità e celerità

rafsitorossa

È tutta una questione di tempi. Ci sono quelli economici e ci sono quelli politici. In mezzo c’è il tempo che corre e non lascia tregua agli imprenditori. Si è chiusa una lunga settimana per i calzaturieri del distretto fermano maceratese che, va ricordato, è il primo della regione e sul podio a livello italiano per quanto riguarda il settore moda.

Un distretto che inanella performance negative che neanche il Milan di Montella sta riuscendo a imitare. Ma è pur sempre un settore che dà lavoro a migliaia di persone. Da qui l’attenzione che cresce, soprattutto in vista delle elezioni. Lo sanno bene gli imprenditori che per una volta, anziché infuriarsi di fronte a questo improvviso interesse, provano a cavalcarlo.

Ma non sono pronti a prendersi tutto quello che la politica dà. La richiesta che hanno fatto Confindustria Cna e company è semplice: un tavolo nazionale sulla crisi del distretto calzaturiero. Non sulle Marche, non sulla moda, ma sul distretto. Perché è un modo per ragionare poi su politiche attive differenti che portino magari all’area di crisi complessa. Che porterebbe benefici, ma stanerebbe anche gli imprenditori chiamati a investire in cambio di importanti contributi dallo Stato.

Non serve un tavolo sul made in Italy. Per quello basta andare in Europa e lottare, basta sedersi, come ha detto Renzi, davanti alla Merkel e piazzare sul piatto della bilancia qualcosa che interessa ai tedeschi. Basta, insomma, fare il proprio dovere di politici visto che il 23 novembre lo studio realizzato dalle Università Politecnica e Luiss darà ai senatori lo strumento d’azione senza faticare.

Il punto è che, come dice il numero uno di Confindustria Fermo Giampietro Melchiorri, “gli imprenditori chiedono praticità e celerità”. Niente altro che azione, magari partendo dai tre punti nazionali toccati dalla Pilotti, numero uno di Assocalzaturifici: cuneo fiscale, defiscalizzazione, sanzioni.

Il piano è chiaro, aprire più tavoli, già nel locale basta e avanza quello provinciale, sarebbe un dividere le forze, aumentando obiettivi con il solo scopo di annunciare fittizi passi avanti. Ne basta uno sulla crisi e per il resto spazio alla politica senza bisogno di coinvolgere chissà chi in troppe chiacchiere. Del resto, i tavoli non si annunciano: prima si costruiscono e poi si aprono ai commensali. Sempre che resti qualcosa da mangiare da metterci sopra.

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E Renzi scoprì che per il Fermano il 'regionale' non è un treno, ma un obbligo

rafsitorossa

Non poteva che prendere un regionale Matteo Renzi per venire ad ascoltare i problemi del distretto calzaturiero delle Marche. Mentre starà seduto sul seggiolino profumato dei cinque vagoni che il Partito Democratico gli ha messo a disposizione, l’ex premier potrà pensare a tante cose.

Il suo è un viaggio “per ascoltare, per prendere appunti”. Il problema è poi cosa ci fa con i taccuini. Ne usiamo tanti anche noi giornalisti e spesso a forza di scrivere ci dimentichiamo anche di quello che c’era nella pagina prima e che magari non è diventato un articolo.

Ma ha una fortuna Renzi: viaggia in regionale. Come la maggior parte degli italiani. Solo che il suo treno non tarderà come quelli degli altri. Ma il suo treno gli permette di fermarsi a Civitanova e a Porto Sant’Elpidio. Se avesse preso un Frecciabianca, invece, si sarebbe ritrovato a Pescara. Perché questa è una delle cose che il premier si deve segnare sul taccuino: le Marche sono drammaticamente indietro rispetto al resto del Paese a livello di infrastrutture viarie.

Renzi, appena arrivato a Civitanova, dovrà salire in macchina e farsi venti minuti di strada per arrivare nella fabbrica di un calzaturiero. E deve sentirsi fortunato, perché normalmente un russo deve scendere a Milano, trovare un volo per Ancona, o magari un treno, pregare che l’imprenditore lo vada a prendere con un’auto privata e dopo un’ora e mezza sedersi per fare un ordine. Che poi, anche se chiede meno paia, lo devi solo ringraziare pensando al viaggio che ha fatto per raggiungerti.

Una volta sceso da quel treno che lambisce il mare, ma va come uno a vapore, Renzi inizierà a parlare con i calzaturieri. E prenderà appunti e scoprirà che la manovra di Bilancio non ha regalato quanto speravano, ma magari la prossima lo farà. Cuneo fiscale? Eh sì, ancora lui. Made in Italy? Eh sì, ancora e sempre di più lui. Area di crisi complessa? Questa è nuova, ma alla fine neanche troppo.

Poi, risalirà in macchina, arriverà al treno che lo aspetta puntuale come una carrozza, e rifletterà senza neppure fare il biglietto, altrimenti scoprirebbe che le stazioni del sud delle Marche hanno macchinette che non accettano banconote ma solo monete, e ogni tanto uno si scorda di rompere il maialino, e che spesso sono rotte, ma questo ai controllori di Trenitalia non interessa: multa e zitto. Tanti appunti per Renzi, ma quante risposte per le Marche?

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Un nuovo modo di vivere lo sport

Raffaele auricolari

L’occasione è ghiotta. Trasformare una mancanza nel punto di forza. La Poderosa Xl Extralight è una squadra senza tifo organizzato. Ovvero non ha ultras che si siedono in curva e passano il tempo a incitare i compagni e a mettere in difficoltà gli avversari. Come superare questo gap che per due anni ha reso la Bombonera di Montegranaro un teatro e che diventerebbe una copia del deserto dentro il PalaSavelli?

C’era una sola soluzione, inventarsi un pubblico nuovo, partire dal basso, provare a educare i bambini allo sport e alla pallacanestro. Quello che è successo domenica 8 ottobre resterà nell’immaginario di Porto San Giorgio. Una intera curva, un tempo regno delle tifoserie organizzate, diventa la casa dei più piccoli. Di bambini che non conoscono il concetto di nemico, ma hanno ben chiaro quello di amico.

Per loro Corbett, stella della Poderosa, è già un idolo. Perché salta, corre, esulta in modo buffo guardandoli e soprattutto segna. E loro non possono fare altro che alzarsi in piedi all’improvviso e urlare. Non è un vero tifo, ma è coinvolgente, è divertente, è, anche per chi sta in campo, rasserenante. Ed è pure contagioso. Visto che anche i 400 tifosi di Roseto, belli colorati e organizzati, scelgono la strada del tifo e non dell’insulto, salvo una parentesi a Corbett, lecita visto che aveva appena segnato il suo 29esimo punto.

Con i bambini entrano anche genitori vergini da basket. Gente che chiede perché l’arbitro ha fischiato, perché Powell ha sbagliato, perché i giocatori si fermano e si siedono in panchina per un minuto. È tutto nuovo per molti dei 2822 del PalaSavelli.

La Poderosa ha un nuovo pubblico, l’ha fatto divertire ed entusiasmare. Soprattutto ha conquistato i più piccoli. Certo, un paio di tamburi e striscioni piacciono e servono. Ma se quella sarà la curva anche in futuro, l’energia e l’entusiasmo saranno più contagiose di un vecchio coro. Il futuro ha bisogno del passato, ma il futuro deve esserne diverso, altrimenti non si cresce. E chissà che almeno in questo il basket non possa diventare un modello.

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poderosabimbi

Dal carpe diem al bianconiglio, la disintermediazione della realtà

Raffaele auricolari

Non c’è tempo per parlare nell’era dei social. Non c’è tempo, perché si sceglie la strada più corta per far arrivare un messaggio. A ogni livello siamo di fronte a un processo di disintermediazione che sembra ormai inarrestabile.

Sono stati definiti “inopportuni” gli alunni del Carducci di Fermo che hanno protocollato una lettera sullo stato in cui versa il tetto della scuola. Inopportuni perché quella lettera nel giro di pochi minuti l’hanno fatta finire sui giornali, web e cartacei. Hanno scelto di non dialogare, di non dare tempo. Ma hanno raggiunto lo scopo, i lavori, per cui difficile pensare a un ripensamento per il futuro. Saranno anche stati inopportuni, ma in fin dei conti non fanno che seguire gli esempi, proprio come si impara a scuola, dove ci si forma una propria coscienza civica, e i ragazzi l’hanno dimostrata mettendoci la faccia e non muovendosi in maniera anonima.

Esempi arrivano dalla politica, di ogni livello, dove la disintermediazione porta i sindaci a parlare direttamente con i cittadini sui social, bypassando i media e quindi il tempo della riflessione. Disintermediazione è la piazza virtuale in cui tutti si sentono liberi di dire quel che vogliono perché non c’è confronto, c’è solo affermazione. Quella che ti fa alzare dalla tastiera con l’impressione di avere contribuito. Ma a chi o a cosa se non al proprio ego, non è chiaro.

Ma c’è disintermediazione anche nel mondo economico dove si organizzano tavoli istituzionali e di sviluppo, dove si prendono appuntamenti con le associazioni di categoria, dove si dovrebbe affrontare compiutamente un problema enorme come la crisi del calzaturiero, poi però si sceglie il titolo di giornale, la chiusura di uno stabilimento o quella di tanti altri, annunciata senza dettagli, ma pensando al semplice ‘almeno lo diciamo noi e non un altro’, che aiutino a capire. Non può essere questo il ruolo del sindacato, che deve proteggere il lavoratore e non allarmarlo togliendo certezze senza avere una strada concreta di soluzione che vada oltre le macroeconomie nazionali.

Per non parlare dell'informazione con l'online che fa volare contenuti non sempre verificati, ma soprattutto con i social che fanno credere di sapere senza in realtà capire cosa si ha davanti, visto che il sistema ci profila e ci dà quello che ci piace, per farci sentre protagonisti anche di quello che leggiamo. 

Tutto e subito, possibilmente senza qualcuno che ci faccia pensare e riflettere. Tempus fugit al posto del carpe diem che non era la ricerca della velocità, ma il valore dato al tempo che non andava sprecato. Qui siamo più ad Alice nel paese delle meraviglie con il bianconiglio che ha fretta e dimentica troppe cose. Cose che per i disintermediatori sono i cittadini, quelli che si abbeverano da questa comunicazione drogata di velocità che dimentica l’informazione.

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megafono

No manifattura, no futuro: non si vive di sole start up

Raffaele auricolari

L’Italia apre finalmente gli occhi: senza manifattura non c’è futuro. Lo hanno capito perfino dalla lontana Bruxelles: “L’Europa non ha una vera politica industriale e così si lascia al singolo Stato l’azione che spesso porta al pesce grande che mangia il pesce piccolo per sfamarsi”. Questo per un motivo molto semplice: “Non ci sono start up e ingegneri che da soli possono sfamare 500milioni di europei. “Serve un rilancio della produzione internazionale, servono gli operai, serve la manifattura”. Se a dirlo come in questo caso è il segretario del presidente dell’Europarlamento tuto sembra logico. Peccato che è quanto vanno dicendo da anni gli imprenditori, soprattutto quelli del distretto calzaturiero.

Oggi la sveglia collettiva che ha coinvolto il premier Gentiloni, “manifattura come base della ripresa”, il presidente delle Marche Ceriscioli, “nulla crea il lavoro come il manifatturiero”, e l’onorevole Petrini, “ridurre il cuneo fiscale, ma non solo per i giovani”.

Passi avanti, senza dubbio, che devono diventare scatti. Hanno chiuso 80 aziende in sei mesi, una enormità. E l’export che torna a crescere non potrà mai compensare l’assenza di mercato italiano, in stallo nei consumi. Non lo dice la vicina di casa, ma la presidente di Assocalzaturifici: “Servono misure e servono adesso. Noi continueremo a metterci creatività, investimenti, fiducia, capacità”.

Se si gioca ad armi pari, poi decide il mercato. E di solito premia il distretto calzaturiero. Della Valle e NeroGiardini sono gli esempi più virtuosi come produttori, ma se solo si pensa ai terzisti del lusso come Paniccià a Ciccola è difficile trovare di meglio. “Ad armi pari non abbiamo rivali” ribadisce mister Tod’s. Ora lo sa anche Gentiloni.

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cerimanifattura

Erosione, sanità e strade: il terremoto non sia usato per rinviare tutto

Raffaele auricolari

* La pioggia, la vendemmia, il traffico direzione nord in autostrada: l’autunno è arrivato. Normalmente porta con sé anche le discussioni, i problemi, le strategie, il desiderio di trovare soluzioni. E ce n’è davvero bisogno perché le criticità da affrontare sono numerose.

Durante l’estate di tante cose si è parlato, dai pachi delle feste con i politici alle riflessioni sotto l’ombrellone degli imprenditori ‘costretti’ alle solite ferie agostano perché tutto si ferma. Ora però le parole dovranno avere un seguito, perché di promesse ne sono state fatte tante.

La prima, la madre di tutte le promesse, è l’apertura del cantiere del nuovo ospedale di Fermo. Chi mette i paletti, dalla Sovrintendenza alla politica regionale, sembra concorde sull’avvio dei lavori.

Poi c’è la viabilità: milioni di euro per la Valdaso e ora altri dieci milioni di euro per la Mare-monti nel tratto Amandola San Ruffino. Opera attesa, anche questa propedeutica, in futuro, al nuovo ospedale.

Spostandosi sula costa c’è l’erosione da combattere. Milioni pronti a Porto Sant’Elpidio, si spera vengano usati, come anche a Porto San Grigio, dove tra porto che si riempie di sabbia e parte centrale erosa entro gennaio bisogna decidere come agire.

E poi c’è l’economia, con il distretto calzaturiero che riparte. Si spera, almeno. Ma che chiede misure mirate, promesse durante i dibattiti estivi: che sia un’area di crisi o una zona franca, che sia una detassazione di certe tipologie di lavoro.

Ma come, dirà qualcuno, non si parla di terremoto? Non oggi, perché il timore autunnale è che a ogni richiesta, o meglio attesa dovuta, di altre zone si risponda ‘ma il terremoto’. In un Paese che si considera tra le potenze mondiali non si può ragionare per compartimenti stagni. Lo Sviluppo economico ha più facce e se non si vuole aggiungere un dramma sociale, con perdita di migliaia di posti di lavoro, a quello naturale bisogna fare e non solo dire, come insegnano i privati (LEGGI)

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 lessprovincia

Terremoto, se ci si affida a Dio...

Raffaele auricolari

Ma cosa resta davvero un anno dopo il terremoto del 24 agosto? Tre le certezze: macerie, impegno privato, fede.

Si incrociano tra di loro, perché le macerie sono il filo conduttore, il simbolo di un pubblico che sta camminando e non riesce a correre. Anche se, almeno, ha liberato le strade proprio per permettere il movimento. Il lato negativo del lavoro fatto è che non arriva al cuore, non dà serenità a chi quel giorno c’era e a chi guarda dalla tv, perché i paesi distrutti tali erano e tali sono rimasti.

Le macerie le vogliono spostare anche i privati. C’è chi lo ha fatto riaprendo la propria azienda, chi costruendo una scuola come gli Agnelli, chi lo fa realizzando una nuova fabbrica. Diego Della Valle è l’esempio da seguire, lo dicono tutti. Ma a mesi dal suo impegno, nessun imprenditore, anche gli amici, per ora hanno imitato mister Tod’s. Che ha fiducia, parola che richiamano sempre Errani e Ceriscioli, ma che diversamente da loro vuole fatti concreti, vuole vedere cantieri aperti, vuole che come per il Colosseo, che ha mosso coscienze civiche inaspettate, in tanti facciano qualcosa per l’Italia ferita.

Infine, c’è Dio. Che è la parte più pura di questo anno del terremoto, ma è anche la parte più preoccupante. Perché quando ti ritrovi ad affidarti solo a chi sta lassù, significa che qualcosa non va. Soprattutto se lo si fa a un anno dalla tragedia quando invece dovrebbe essere l’uomo a dar certezze. La veglia di Pescara del Tronto, come la processione della Madonna dell’Addolorata a Castro di Montegallo, ha lasciato un grande senso di impotenza. Ore passate tra canti di chiesa e brani di vangelo o racconti infarciti di preghiere senza una sola parola per il futuro e la ricostruzione. Ben venga Dio, ma da alleato, non da protagonista.

Questo c’è un anno dopo, insieme a migliaia di sfollati che sognano di tornare nelle proprie case. Anche davanti alle macerie, come a Piedilama, ma dentro una casa e non un albergo. Avverrà entro Natale per tutti, dicono i politici. Ma solo in Dio, un anno dopo, in tanti credono davvero.

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MADONNAMGALLO

Non è obbligatorio esprimere un'opinione

Raffaele auricolari

Non è un obbligo esprimere una opinione. Un tempo, almeno, era così. Ci si fermava ad ascoltare, a capire, a cercare di apprendere da chi, inevitabilmente, ne sapeva più di noi. Oggi no, c’è la convinzione, nel pubblico, di essere già pronti a dissertare ed esprimere un giudizio su quello che accade.

Nascono così le campagne piene di odio sui social network. Nascono con un post, nascono con un tweet, nascono semplicemente perché quello che si direbbe davanti a un bicchiere di vino al bar lo si scrive dove centinaia, migliaia e forse più di persone possono leggere.

La gente pontifica e, inevitabilmente, giudica. Difficile trovare pensieri di analisi geopolitica anche dopo un attentato. Tutto diventa solo un banale “chiudiamo le frontiere”, “ammazziamoli tutti”, “basta con l’accoglienza”. È l’anima nera dentro di noi che torna fuori, forte di una certezza: l’altro da noi è il nemico. Ancora di più se non è un cristiano. Giudizi che diventano attacchi e insulti. Giudizi che fanno sentire chi esprime un’opinione uno dei migliori analisti.

In America Trump licenzia Bannon, lo stratega legato alla destra bianca e razzista, in Italia, invece, Facebook dovrebbe cancellare, piuttosto che la mostra di Sgarbi su nudi d'autore, decine di normali cittadini, semplice lavoratori o studenti, presi dal raptus del tasto che rischiano di minare anche i buoni equilibri di integrazione, primo tassello contro il terrorismo, di un Paese, e nel piccolo del Fermano, che ha una intelligence strutturata e un livello di integrazione, checché ne dicano gli anti immigrati, ben sviluppato. Tranne che sui social.

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Via Renzi, dentro Gentiloni: restano macerie e pesanti divisioni

Raffaele auricolari

C’era una volta Matteo Renzi. L’uomo del ‘risolviamo tutto subito, quello che in tre, massimo sei mesi avrebbe ricostruito Amatrice e Arquata, quello del ‘non vi preoccupate facciamo tutto noi’, quello che aveva tagliato fuori i sindaci dalla gestione dell’emergenza, quello che ha ‘decapitato’ la protezione civile creando più dipartimenti e dividendo i poteri. Insomma, c’era il premier delle promesse in mezzo alle macerie.

Un anno dopo c’è Paolo Gentiloni, il premier che cammina con la testa rivolta verso il basso, sempre un po’ inclinata, senza il piglio del chief in commander toscano. È l’uomo del ‘stiamo facendo, ma se possiamo fare meglio ci proveremo’, è quello che non promette tempi ma alza le spalle di fronte alle parole dei terremotati che chiedono la propria casa entro 7 anni, è quello che ‘via le macerie, prima di tutto’ e che ha chiesto aiuto all’esercito.

stradaautomacerieDue modi diversi, e il secondo è un bel passo avanti, uniti da due sole cose: le macerie, che lì erano e lì sono rimaste, “anche se le strade sono state liberate” come ricorda il presidente della regione Marche Ceriscioli; la poca considerazione delle Istituzioni inferiori, in particolare per quella che in un momento come questo dovrebbe fare da cerniera: la Provincia.

E invece, i premier si alternano e le Province restano fuori dai giochi, oltre che povere. E con loro il problema delle scuole e, soprattutto, delle strade che da sempre sono il primo tassello per lo sviluppo della civiltà. Neppure invitati il presidente di Ascoli D’Erasmo e quella di Fermo Canigola alla visita tra le macerie, neppure mai chiamati. Niente. Meglio fare da soli, spingendo così ogni sindaco a combattere per se stesso, in una guerra tra poveri che invece insieme si condurrebbe meglio.

Altro che Mare-monti o Pedemontana. Dividi et impera dicevano i romani. Ma per conquistare gli avversari, non per far sviluppare casa propria.

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Ospedale, futuro radioso. Ma il presente è caldo e senza ventilatore

Raffaele auricolari

Fermiamoci un attimo a riflettere su quello che abbiamo, prima di pensare a quello che avremo. Ancora di più quando si parla di sanità. Una telefonata e lo sfogo di un fermano: è morto mio padre. Di per sé potrebbe rientrare nei drammi umani personali, ma gli ultimi giorni della sua vita si sono intrecciati con la sanità.

Che vive di due parti: la prima è strutturale, la seconda è umana. Perché è innegabile, anche il miglior medico non può trasformare un posto angusto in un paradiso. È andata così nel reparto di medicina, dove dottori e infermieri hanno svolto il loro lavoro, incessantemente. Non c’era più nulla da fare per quella persona, ma passare ore dentro un reparto in cui le stanze superano i 30 gradi è inaccettabile.

Niente aria condizionata, ma neppure dei ventilatori. Se ne è comprati tre il cittadino, e non è il primo che lo fa. Poi, la morte e il corpo portato all’obitorio. Qui, invece, aria fresca. Paradosso obbligato, legato alla necessità di evitare che la temperatura elevata crei problemi.

Pensando ai 70milioni per la nuova struttura, pensando ai 18 per rimettere in sesto l’ospedale di Amandola, ai milioni investiti tra le case di cura di Sant’Elpidio e Montegiorgio, forse centomila euro per un sistema di condizionamento o la metà per dotare le stanze di ventilatori sarebbero il minimo per garantire ai vivi quello che si deve ai defunti.

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Altro che desideri, la notte serve solo a nascondere

Raffaele auricolari

È passata la notte dei desideri. E cosa resta? Nel Fermano, nel Piceno e nel Maceratese molto poco, forse solo qualche giorno di lacrime in più.

Ma cosa attendersi dalla notte? Sono le ore del buio, quelle in cui è più facile nascondere, celare, dimenticare. Ma sono anche quelle dei pensieri le ore notturne. Perché spesso, quando non si corre da un posto all’altro, quando non si lavora, quando non si ha qualcuno con cui parlare, ci si ferma a riflettere. E così restano i desideri. Che sono ben diversi da quelli che si vogliono esaudire con una notte di divertimento.

I desideri delle Marche, di tutte le Marche, dovrebbero essere pochi e precisi. Il primo è ricostruire questa terra devastata dal terremoto e farlo magari in silenzio, ma farlo. Il che significa, semplicemente, che non si possono costruire priorità parallele all’unica vera: ridare un tetto alle persone. Non si possono costruire ciclabili, quando invece sarebbe un progetto straordinario, se poi si passa tra le macerie. Non si possono fare concerti, meravigliosi appuntamenti di evasione, se poi non ci si sposta in un paese vicino. Non si può presentare la notte dei desideri, che a Fermo addirittura diventa delle meraviglie, se poi al mattino ti svegli e davanti hai lo stesso paesaggio, triste quanto bello, di una terra orgogliosa ma, come dicono a Roma, incredibilmente indietro nella pianificazione della ricostruzione.

Ecco cosa ci ha lasciato la Notte dei desideri. Quel senso di velata tristezza che solo una cosa farebbe passare. Vedere colonne di camion, lunghe colonne di camion, che arrivano vuote da ogni angolo della regione e ripartono piene, ognuna con un carico di massi, pietre, alberi spezzati. Questo sarebbe un bel giorno per le Marche. Ma vivere la notte è molto più semplice, anche se non bastano lanterne cinesi per illuminarla.

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Fusioni, non imposizioni: Economia 1 - Politica 0

Raffaele auricolari

Il mondo dell’economia, ancora una volta, si conferma più pronto di quello della politica. In poche settimane Fermano e Piceno, i due territori del sud delle Marche, hanno dimostrato di avere una visione che va oltre i confini. E di averlo nonostante le imposizioni della politica. In contemporanea, la politica ha dimostrato la sua miopia, frutto della convinzione di avere ragione, forte di una visione in teoria collettiva in pratica segnata da convinzioni non supportate dal confronto.

Il sud delle Marche prima ha dato vista a una importante fusione bancaria, mettendo insieme un centinaio di anni storia, clienti e la caratteristica attenzione alla piccola comunità locale. È nata così la Banca di Ripatransone e del Fermano. Poche settimane dopo ecco concretizzarsi la fusione di Confindustria Fermo e Ascoli. Un processo aggregativo nato da una riforma voluta da Roma ma reso possibile dalla volontà delle imprese che hanno scelto quale fosse il partener migliore per crescere. Fermano una aggregazione unica dannosa, ma avviando il percorso voluto dalle imprese.

E la politica? Anziché prendere appunti ha scelto di non ascoltare e di premiare una strada con soldi e possibili vantaggi finendo per trovare lo scontro con probabile ricorso al Tar e stallo di un sistema che invece dalla politica ha bisogno di sostegno e soprattutto di qualcuno che ascolti non per favorire, ma per comprendere e agire di conseguenza. Se fosse stato fatto, anche per l’istituzione di area di crisi si sarebbe riflettuto con chi la crisi la vive e magari anziché otto comuni fermani, dentro ce ne sarebbero finiti molti di più, magari con l’appendice del calzaturiero dove ci sono imprese che volano e potrebbero investire, grazie agli sgravi, e che invece restano al polo, almeno fino a quando non delocalizzeranno.

Le ultime fusioni hanno dimostrato che la leggenda del sud litigioso e incapace di collaborare non regge più. E non vale solo per il mondo economico, visto che a compattare ancora di più queste terre è arrivato anche il terremoto. Che ha spaventato, distrutto ma anche cementato comunità che da quel cratere devono e vogliono uscire insieme.

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Ricostruzione, quando a vincere è il più 'svelto'

Raffaele auricolari

Possibile che la Regione Marche riesca a far infuriare tutti anche quando riempie i territori di soldi? Possibile se i criteri di azione sono comprensibili solo a chi li ha scritti. Possibile soprattutto se giochi sempre in difesa, subendo la comunicazione e non riuscendo a guidare il messaggio.

È accaduto spesso nell’ultimo terribile anno e accade con costanza quando si parla di terremoto e ricostruzione. L’apoteosi è stata raggiunta, dopo il disastro stalle e il nulla da un punto di vista di ricostruzione, con il piano opere pubbliche. Almeno nel Fermano, come anticipato dalla provinciadifermo.com. Perché nel Maceratese la chicca, anticipata da cronachemaceratesi, è legata all’uso degli sms solidali per fare piste ciclabili, un progetto di cui è evidente che neppure Ceriscioli era convinto visto che dopo 36 ore di polemiche l’ha cancellato.

In linea di pensiero nessuno avrebbe da ridire sul “dar il via ai lavori per un’opera prioritaria per un comune che ha subito danni dal sisma”. Ma in tanti hanno dubbi quando si leggono le scelte. Perché con il criterio dell’equità si è combinato un pasticcio trasformando una buona azione in un aiuto ai più ‘svelti’. Che poi spesso sono anche i più capaci.

Ci sono aree in cui non si può ragionare per singole azioni, ma serve un’azione corale. I paesi dei Sibillini., ma anche i primi scendendo lungo le valli, sono piccoli e spesso privi di palazzi sontuosi e mastodontici. Ma magari hanno strutture pubbliche danneggiate a più livelli e necessitano quindi di un intervento massiccio e globale. E invece no, bisognava scegliere un solo palazzo, tanto per cominciare.

Ecco che spunta chi è più ‘sveglio’ e più capace nell’intercettare fondi. Solo così si spiega il milione e duecentomila euro per Porto Sant’Elpidio. Un comune dove sono stati andati in sicurezza i terremotati e che invece, con questa decisione regionale, si scopre essere insicuro come e più di Amandola. Come più ‘sveglio’ è stato il sindaco di Massa Fermana che incasserà tre milioni di euro per un edificio in disuso da decenni. O il sindaco di Montegranaro, che dopo le scosse ha prontamente chiuso il comune per qualche giorno, e il palazzo con enormi problemi che si protraggono da anni diventa uno danneggiato solo dal sisma.

Ecco, questo è il problema per cui anche quando arrivano i soldi tutti si arrabbiano. Perché è giusto dar ripartire tutti, ma non è detto che debba essere questa la prima mossa in una terra lacerata dal sisma, ma ancora di più dall’inefficienza di una macchina iper burocratica che il 31 luglio dovrebbe chiudere i progetti di ricostruzione e che invece se ne troverà in mano ben pochi, perché i professionisti hanno paura a firmare progetti senza le dovute certezze.

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C'era una volta Palmiro Togliatti

Raffaele auricolari

C'è una grande differenza tra il passato e il presente della sinistra. Quanto accaduto nelle ultime 36 ore a Fermo non può passare sotto silenzio. C’è chi crede di avere in mano la verità, chi crede di essere l'unico deputato a dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi crede che la scelta migliore sia la sua e lo sia per tutti. Peccato che di Migliore nella storia della sinistra ce ne sia stato solo uno e si chiamava Palmiro Togliatti. Dovrebbero ristudiare quella pagina di storia molti esponenti della sinistra fermana e ricordarsi cosa decise di fare Togliatti dopo l'attentato subito.

Il Migliore capì che per il bene collettivo la soluzione non era quella di attaccare e alzare barriere ma era quella di partire dal basso, puntando sulla formazione di una cultura diversa. Invece la sinistra fermana ha fatto una scelta diversa dopo la morte di Emmanuel scaturita dopo un insulto razzista. La sinistra voleva un nemico e l’ha fatto crescere. Ma forse oltre che la storia a tutti farebbe bene rileggersi Jung e studiarsi il suo concetto di ombra. Che può essere personale o collettiva. Una parte del nostro inconscio che crea, spesso senza neppure che ce ne accorgiamo, qualcosa che è necessario per la nostra esistenza. Qualcosa che deve essere negativo in modo da poter far emergere l’aspetto positivo.

L’esistenza del nemico come ragione del proprio essere. Un classico che ritorna, soprattutto in chi non sa guardarsi dentro. “Ognuno di noi è inseguito da un’ombra e meno questa è integrata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa” diceva Jung. Ma è più facile dire che le ombre ce le hanno solo gli altri. È più facile alzare il livello di scontro e spargere odio. Togliatti scelse di lavorare per migliorare il collettivo, la sinistra fermana sceglie di attaccare quello che ritiene nemico perché la pensa diversamente da loro, non certo dai valori di cui parlano.

Se oggi ci sono ragazzini che su facebook mettono foto con il braccio alzato, tanto lo si deve a questa ricerca dei fronti contrapposti. Quando invece sarebbe bastato parlare, confrontarsi, educare. Non lo si fa con un cartello, non lo si fa generalizzando. È questa l’ipocrisia, non quella di chi scrive che un territorio ha bisogno di altro per combattere il razzismo che di un semplice cartello che scatena le tifoserie e non serve a educare. Ma questo lo pensava il Migliore, non quelli che si sentono migliori di altri.

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Quote rosa e Province, i fallimenti delle riforme targate Delrio

Raffaele auricolari

* Chissà se il ministro Delrio si rende conto del fallimento di due sue leggi. Chissà se qualcuno a Roma glielo ricorda, a cominciare dagli onorevoli Pd, stesso partito del ministro, Verducci e Petrini. Chissà, perché il disastro è davanti agli occhi di tutti. Chissà, altrimenti gli basta fare una passeggiata nel Fermano.

La riforma che voleva sopprimere le Province porta il nome del Ministro. Ma è una riforma cancellata dal referendum. Solo sulla carta cancellata, perché il Governo non ha mai modificato i provvedimenti presi che hanno strozzato economicamente, e anche nella dignità, gli enti sovracomunali. Che aspetta il ministro Delrio a modificarla, visto che sta al Governo e non avrebbe difficoltà? E 100milioni in più stanziati dal Governo nelle ultime ore diventano solo un contentino in attesa della vera controriforma che ridia pari dignità all’Ente.

C’è poi la legge sulla parità di genere. Quella legge che dedica due righe al rapporto tra uomo e donna all’interno dei vertici istituzionali. Un semplice numero è scritto in modo chiaro: uno dei due generi deve essere rappresentato almeno con il 40% di posti. E che succede invece? Che i Comuni fanno come gli pare e nominano Giunte mono sesso. Come accade da tempo nel Fermano. Ha iniziato il capoluogo Fermo seguito da due giunte di centrosinistra, quella di Sant’Elpidio a Mare e quella di Porto San Giorgio.

Una sola donna in Giunta per “equilibri politici”, la semplice motivazione con cui si cerca di eludere la legge. Inaccettabile, soprattutto a Porto San Giorgio dove comanda un sindaco del Pd, che ha addirittura la questione di genere nel suo statuto. Come finirà? Ricorso al Tar se non provvederà da solo il primo cittadino a cambiare un assessore e rischio di vedersi resettare tutta la squadra e perdere importanti mesi di attività.

Resta un fatto, la legge c’è e poi si dà la possibilità di non rispettarla se si dimostra che non ci sono più donne, o uomini, pronti a ricoprire il ruolo. Se questa è l’idea d’Italia, se neppure questo provoca un sussulto civico e di Governo, avanti tutta con le monche riforme Delrio.

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Crescita, fratture e sviluppo nel futuro post terremoto

Raffaele auricolari

Non resta che appellarsi a lui, a Giorgio Fuà. L’economista che ha segnato la seconda metà del 900, l’uomo che ha reso le Marche un modello fuori dai propri confini. Tante idee, tante teorie, tante analisi per il professore, ma soprattutto una frase che la presidente della provincia di Fermo, Moira Canigola, con la sua voce soffusa ha rilanciato riempiendo di contenuti il convegno sulle Marche nel 2023 (LEGGI): rischiamo di trovarci in mezzo a fratture senza sviluppo, mentre a noi serve lo sviluppo senza fratture.

Non è una banalità quella sottolineata, non lo è ancora di più oggi in cui ognuno sembra voler provare a correre da solo. Si cerca la crescita, che è diversa dallo sviluppo, che invece ingloba dentro di sé anche il benessere e, spesso, il bene comune.

Le fratture sono tante nel Fermano, come quelle che caratterizzano le Marche. Ascoltando la politica confrontarsi emerge un punto fermo: lo sviluppo non può fare a meno delle fratture, quelle del terremoto. Ogni passaggio, ogni prospettiva, ogni risorsa passa per le macerie.

Una visione miope di questa terra, che dimentica in questo modo quanto funziona. Una visione che rischia di ingessare ancor prima dello sviluppo la stessa crescita creando un sistema assistenzialistico fatto di attesa dell’incentivo, del contributo.

Non può permetterselo la regione di Fuà, non può perché attorno corrono. Sviluppo è tecnologia, sviluppo è formazione, sviluppo è innovazione. Ma soprattutto sviluppo, in questa terra, è manifatturiero. Che non può diventare 4.0, perché non ci sarà mai macchina che sostituisca mani e mente, ma che deve inserire tecnologia al suo interno, da quella per comunicare a quella logistica, da quella produttiva a quella di vendita, cercando uno sviluppo senza fratture con il territorio.

E per questo serve la politica, quella che si siede e ascolta, non certo quella che accentra togliendo punti di riferimento a territori feriti dimenticando in fretta le parole di Fuà: “La caratteristica di un imprenditore è dare un senso ed uno scopo al lavoro altrui”. Mai come oggi, con i milioni della ricostruzione in mano da gestire, il politico è l’imprenditore che deve pensare allo sviluppo senza fratture.

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Turismo, collaborazione e il bla bla bla post elettorale

Raffaele auricolari

* Bla bla bla. Manca il 'car' ma lo sostituisce la parola 'turismo'. Ed è un classico. Appena eletti, sarà per l’emozione, i sindaci vedono tutto rosa e soprattutto si sentono uomini squadra. Poi, però, arriva la realtà e il ‘lavoriamo insieme con i vicini’, si trasforma in un ‘mors tua vita mea’.

Solo che Porto San Giorgio, rispetto agli altri, ha un problema e quindi deve davvero provare a fare rete. Altrimenti rischia di fare la fine della noce, schiacciata tra Porto Sant’Elpidio, che con la Civitanova – Foligno ha ritrovato vigore e fiducia nel futuro, e Fermo, che è capoluogo e vuole giocare da protagonista in ogni settore.

E così, leggere Loira dire “faremo incontri con le due amministrazioni” non suscita alcuna emozione. Lo ha detto per cinque anni assieme al suo assessore. E ha così funzionato che il Carnevale del Mare Fermo quest’anno lo fa con Porto Sant’Elpidio.

Parlare non serve a nulla, servono idee concrete e servizi condivisi. Servono progetti turistici davvero unificanti, come quello di 17 comuni della piccola provincia di Fermo che dietro Servigliano stanno per incassare fondi dalla Regione. O servono progetti come quello che unirà le aree archeologiche della provincia per una promozione unica in cui, con intelligenza, ha saputo all’ultimo inserirsi Fermo grazie alle tombe di torre di Palme.

Gli incontri servono per le foto con i sindaci vicini, ma poi se non si mette insieme la programmazione teatrale, non si realizza davvero un connubio costa - collina, non si uniscono servizi nero su bianco, siamo solo al solito bla bla bla di inizio mandato. Che è ancora più ‘leggero’ non essendoci un assessore che poi, lui (lei) sì rispetto al sindaco, deve rispondere ai commercianti, agli albergatori, ai cittadini che delle collaborazioni si disinteressano se i viali alberati restano vuoti.

È meglio avere qualcosa in mano, un piano, un business plan o quantomeno una convenzione prima di usare le parole. Lo ha capito anche il sindaco di Fermo Calcinaro che infatti per l’estate non ha detto venite a Fermo e Porto San Giorgio, ma venite a Fermo, Lido e Marina Palmense. Poi chissà, magari uno per sbaglio si ferma al Mc Donald’s e tutti restano contenti.

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Errani e Ceriscioli, portereste gli amici in vacanza sui Sibillini?

Raffaele auricolari

Il 24 agosto cascò la prima pietra, il primo coppo da quel tetto. Sono passati dieci mesi e quella pietra e quel coppo sono sempre lì, in compagnia di tanti altri che si sono uniti dopo il 30 ottobre. Questa è la fotografia del post terremoto sui Sibillini. Questo che si cammini per Montegallo, Pescara del Tronto, Montefortino o Pieve Torina. Ma passeggiate anche per Comunanza, crocevia per chi saliva verso l'alto e che oggi ha i bar quasi sempre vuoti.

Se uno la guarda dal punto di vista sentimentale, si fermerebbe in un angolo a piangere guardando le montagne in cui è cresciuto, in cui passava le vacanze, ferite. Se uno la guarda dal punto di vista politico vede solo il fallimento di un sistema che ha scelto nell’immediato di spostare tutti i cittadini e poi, a quel punto, dimenticarsi della montagna.

Perché è bello il mare. L’aria è buona, il rumore è poco, il cielo è spesso sereno. Ma la montagna è diversa. È l’anima delle persone che sono state strappate via in quelle notti tremanti. Un’anima che forse i politici non riescono a comprendere.

montegallo pietreMa basterebbe poco. Caricate in auto una famiglia che oggi sta sulla costa e passeggiate con loro. Lo faccia Vasco Errani, scomparso dal territorio, lo faccia il presidente della regione Luca Ceriscioli, che è vicecommissario ma soprattutto marchigiano. E quindi, anche se viene dalla ridente Pesaro, sa cosa significhi essere nato in montagna, essere abituato a tornarci per un mese d’estate.

Quella pietra caduta e mai raccolta è la fotografia di una finta ripresa, che si vuole raccontare attraverso la promozione turistica e i concerti. Ho fatto una semplice domanda ai miei amici sparsi per l’Italia con figli: voi verreste in vacanza sui Sibillini a sentir cantare la Mannoia o De Gregori? Voi verreste a mangiarvi un gelato ad Amandola sapendo che a cinque chilometri ci sono montagne di macerie tra montagne meravigliose? Errani e Ceriscioli ponete questa domanda anche voi alle persone che incontrate in Italia e scoprirete che la risposta è la stessa: no. E ponetevela anche voi stessi e come tutti gli altri rispondereste.

Il motivo? Quella pietra, ferma come se il 24 agosto i Sibillini si fossero fermati e non mossi, spaventa e dà un senso di abbandono. Questa è la vostra, condivisa con il sistema, responsabilità: aver sepolto quella terra di burocrazia, dopo che la natura l’aveva già fatto con terra e massi.

Fatevela una passeggiata con i giovani di Montegallo, fatela con chi vorrebbe mangiare un primo al Tiglio ad Altino di Montemonaco e non sul mare, fatevela con la vecchietta che ama passare le ore piegata a raccogliere erbe di montagna e non fare la maglia su una sdraia. Fatevela, poi fermatevi in un angolo e potrete dire una cosa sola: bello il mare, ma la montagna… e forse quelle macerie inizierete davvero a toglierle e la favola delle casette in arrivo sarà più credibile.

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Terremoto, un anno dopo ho i corpi davanti agli occhi

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