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Webeti e moralizzatori da campagna elettorale

rafsitorossa

Si rischia una pessima campagna elettorale a più livelli, sia Nazionale sia locale, di certo nel Fermano. Per il Nazionale bastano i botta e risposta di questi giorni. Chi dà dell'incompetente all'altro, chi sostiene programmi ambiziosi, chi si affida a ricette fantasiose, in una gara che sembra più tra chef stellati, che cercano di stupire, che tra leader del futuro. Per questo però siamo abituati, quello che preoccupa è il locale dove bisognerà fare grande attenzione all'uso dei social network, all'uso delle parole senza mai dimenticare che hanno un peso anche se scritte su Facebook.

Hanno un peso se auguri la morte a un sindaco. Bisogna fare attenzione perché le parole non sono mai totalmente sconnesse dal contesto in cui si vive, i messaggi restano nel tempo e poi l'uso che se ne farà mica lo sappiamo già. Basti pensare a quello che è successo sempre a Porto Sant'Elpidio dove a un candidato è stato rinfacciato un post in cui citava Hitler, cinque anni fa.

Detto ciò non esistono i moralizzatori, anche se sulla costa ce ne sono di ogni colore, a cominciare da quello di governo. Don Sturzo è morto da un pezzo e le dinamiche nella seconda città della Provincia, non certo un borgo tra i Sibillini, stanno a dimostrarlo.

Il dilemma a questo punto diventa anche giornalistico: scrivere di un webete dandogli risalto e scrivere della scomposta reazione di chi ricopre un ruolo politico, o non scrivere? Lunga è la strada fino al voto. Per ora, meglio fermarsi a riflettere.

 

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Portarsi il meglio nel 2018, tra volti e parole

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Quando inizia un nuovo anno, bisogna sempre trovare qualcosa di buono da portarsi da quello vecchio. Soprattutto sapendo che il 2018 sarà un anno particolare, perché segnato dalle elezioni. Questo significa mesi di stallo, di finte promesse, di progetti ambiziosi e di tante strette di mano o selfie con chi conta. E mai come questa volta ne vedremo con sassi e casette di legno.

Se una cosa dobbiamo portarci nel 2018 è la risposta solidale che c’è stata al terremoto. Milioni di euro donati, migliaia di iniziative per lenire, nel breve, le sofferenze di chi ha perso tutto. Porteremo la memoria, quella che deve ricordarci cosa non funziona, e non è solo una caldaia congelata, e cosa invece potrebbe far cambiare marcia al territorio, pensiamo al Tavolo per lo Sviluppo, primo esempio di coesione territoriale tra forze economiche e politiche.

L’Italia sbanderà nei prossimi mesi e così bisogna attaccarsi alle certezze. Anche se nuove. o forse proprio per quello, perché cariche di entusiasmo e di voglia di fare. Ce ne è per tutti i gusti: laici, con il prefetto D’Alessandro che avrà in mano la nuova Questura e un riassetto da pianificare per aumentare la sicurezza; religiosi, con il vescovo Pennacchio, accolto con l’entusiasmo dei grandi per un semplice motivo: sorride e parla come fosse il parroco di famiglia, solo che la sua famiglia è ferita, dalle scosse e da troppi anni di silenzi; politici con il sindaco Calcinaro, guida del capoluogo e simbolo dei combattivi sindaci che uniscono costa e Sibillini, che superata la metà mandato nel 2018 deve decidere il suo futuro: se essere il perno del riscatto Fermano o se diventare il volano di se stesso per posti migliori.

parolechiavefuturoA loro tre che ricoprono incarichi riconosciuti, si somma la Provincia. Il 2018 potrebbe rilanciarla, economicamente e politicamente. E con i comuni sempre più poveri e piccoli, con i suoi uffici e peso politico, giocherà un ruolo chiave con la presidente Canigola.

Il 2018 sarà anche l’anno senza ritorno per il calzaturiero, motore economico della piccola provincia. Se ripartiranno i consumi interni, in fin dei conti il Pil è in crescita, ci saranno speranze, altrimenti il destino di tanti imprenditori è segnato. La Russia non è più tornata al passato ricco e glorioso e in pochi hanno trovato l’alternativa. Chissà se dall’area di crisi, che verrà chiesta a gennaio dalla Regione, usciranno migliaia di ordini.

Infine, panem et circensen, ci sono cultura e sport. Sono questi i due settori che nel 2017 hanno trovato il loro paradiso. La Fermana in serie C, la Poderosa in serie A, il tennis sangiorgese ai vertici nazionali e via dicendo. E che dire di Macchini, che ha sdoganato il provincialotto fermano rendendolo un personaggio nazionale, o Montanini, star in tv. E poi Di Bonaventura e Di Rosa, musicisti da esportazione.

Insomma, superiamo il trauma fantozziano della lavatrice lanciata dalla finestra che cade sull’auto distruggendola, perché più che buttare, solo gli stupidi non sbagliano mai, è meglio rielaborare e superare i problemi, partendo dalle parole chiave scelte dagli imprenditori per credere che il 2018 sarà migliore: coraggio, creatività, curiosità, crescita e futuro.

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Una sola parola nella letterina di Natale: dialogo

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Ci sarebbero tante cose da scrivere nella letterina di Natale. Ci sono gli ammortizzatori sociali, ci sono le strade, ci sono i nuovi ospedali, ci sono scuole migliori, ci sono i Sibillini da rilanciare, ci sono i bilanci da far quadrare, ci sono i problemi quotidiani e ci sono le speranze che per molti diventano preghiere.

Ma una sola cosa non dovrebbe mai mancare. Ed è quella che musulmani e cristiani hanno ricordato con un microfono in mano parlando davanti a trecento ragazzi davanti all’ingresso dell’Ipsia, la scuola che sforna artisti di ogni livello e tipologia. “Caro babbo Natale, donaci il dialogo”. O forse la forza di dialogare, o la pazienza, o il desiderio, o la necessità. Si può declinare in diversi modi dialogare e si può abbinare con tante parole il sostantivo dialogo.

Il risultato è sempre lo stesso: conoscenza e integrazione. Che alla fine significa accoglienza e pace. Che parole grosse e abusate, direte. Ma che parole sincere quelle dette dai rappresentanti dell’Imam, Mohammed El Fanni e Hassan Srhir, e dal parroco don Giordano, che rappresentava in tutto e per tutto il nuovo vescovo Pennacchio. Sentirle pronunciare nel cortile di una scuola superiore, da dove escono gli elettori di oggi e i lavoratori di domani, è un bel segnale.

Perché tornando a casa, fosse anche solo per il sole che li ha baciati mentre stavano seduti, tutti loro ricorderanno che Maometto e Gesù sono figli della stessa luce e che la diversità è la base della conoscenza e dell’amore. Insomma, babbo Natale, che dialogo sia. Se poi porti anche strade, scuole, palestre, posti di lavoro e magari anche una redazione bella e piena di bravi giornalisti con cui lavorare, nessuno si lamenterà. 

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Non si lasci da solo Della Valle

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Ce l’ha fatta Diego Della Valle. E non si dica che è merito dei soldi. Perché è evidente davanti agli occhi di ogni cittadino dei Sibillini che non sono le risorse il vero motore della ricostruzione. Quelle aiutano, ma serve l’efficienza progettuale, burocratica, esecutiva.

Tutto questo in Diego Della Valle ha trovato lo spot ideale, quello da mandare in giro per il mondo. Ed è il motivo per cui il premier Paolo Gentiloni taglierà il nastro insieme al patron della Tod’s. Un nastro che sarà simbolico, visto che è già da qualche giorno che i nuovi operai lavorano all’interno.

Sarà importante il ruolo dell’informazione in questa occasione, perché ci son due piani comunicativi. Il primo è “si può fare”, l’altro è “si sta facendo poco”. Due piani che si possono osservare a pochi metri di distanza. Perché se da un lato c’è la nuova Arquata delle casette, alzando lo sguardo c’è l’Arquata distrutta.

E Arquata, per certi versi, è anche uno dei comuni più fortunati. Ma questo non deve stupire, perché è anche quello che ha pagato il prezzo più alto in vite umane. L’apertura dell’azienda con la sua cinquantina di dipendenti, tutti i macchinari necessari e la struttura per far uscire una scarpa completa deve essere la protagonista indiscussa. Perché serve emulazione. Della Valle pensava di avvicinare con più convinzione altri grandi imprenditori, ma il richiamo che ha usato non ha toccato i cuori giusti. E dire che il Governo ci ha messo dei maxi incentivi per convincerli ad aprire imprese lungo quel tratto di Salaria. Con che logica?

Nessuna, se uno pensa al luogo, che sarà anche centrale, ma privo di una viabilità degna di una impresa che vuole raggiungere il mondo con i suoi prodotti. Ma se vincesse per una volta il fine, il rilancio del territorio devastato dal sisma abbinato alla montagna di risorse che il Governo e l’Europa stanziano e che con un polo industriale sicuramente saranno usate meglio, non si dovrebbe tagliare il nastro della Tod’s, ma scrivere un elenco di nomi di imprese con business plan davanti e posti di lavoro garantiti.

A Gentiloni, in questi pochi mesi, a chi verrà, nel 2018, il compito di riuscirci. A Della Valle, ora, il compito a lui più consono: far funzionare l’azienda e far uscire Hogan e Tod’s, con un occhio al mocassino con i gommini da sempre marchio del gruppo, da mandare sui mercati internazionali perfette come quelle di comunanza o Casette d’Ete, storici stabilimenti, in cui ha fatto formare i nuovi operai, tutti rigorosamente nati nei Comuni colpiti dal sisma e che mai avevano preso in mano una forma e un pezzo di pelle. 

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Tra Neri e solidarietà, se tutto è dato per scontato

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Neri Marcorè con in mano il picchio d’oro è l’immagine con cui si chiude il 2017 delle Marche. Giusto, sbagliato? Sgomberiamo il campo dai dubbi: giusto. È ricco Neri, è famoso Neri, ma non per questo era scontato che fosse anche impegnato socialmente. Cosa c’entra l’attore di Porto San t’Elpidio con le Sae, alias casette, non consegnate? Cosa c’entra con le ruspe che ancora non abbattono gli edifici destinati a diventare macerie? Cosa c’entra con le norme sulla ricostruzione post sisma scritte da Errani, modificate dalla De Micheli e applicate a corrente alternata dalle Marche?

Questo è uno dei problemi delle Marche. Plurali e invidiose, sospettose e poco inclini a farsi valere fuori dai quattro confini, corti e impervi che la caratterizzano. L’incapacità di trasformare una occasione in un volano, incapaci di realizzare che l’immagine oggi conta quanto la sostanza, almeno in certi campi. E Marcorè di immagine ne ha portata tanta. Prima low cost con i suoi corti che hanno promosso lo slogan #destinazionemarche dopo la campagna mondiale di Dustin Hoffman. Poi con RisorgiMarche. Facile, dicono alcuni, tanto conosce tutti. E allora, poteva andarci a mangiare una pizza e invece ha portato Fabi e Silvestri, Mannoia e Gazzè a spasso per i Sibillini. Quelli devastati dal terremoto, ma sempre splendidi.

Ha creato un format che poteva limitarsi a essere una campagna mono spot per la regione, e magari anche per il suo ego, e che invece verrà bissatà il prossimo anno. E quello dopo ancora. Perché per risorgere serve tempo, sta alla politica ridurlo, non certo a Marcorè che non ha in mano una cazzuola e non guida un motopicco, ma se guardiamo bene dietro quel sorriso beffardo con cui sa imitare i personaggi più strani c’è nascosta una parola che in troppi, soprattutto i webeti, dimenticano: solidarietà. Il che significa dare quel che si può per le proprie possibilità. Lui è famoso, è un attore, è un conduttore e porta spettacolo. Che è gioia, che è coinvolgimento, che è immagine. Che è, come le luci di Natale accese in paesini terremotati, vedi Falerone, il simbolo di quella resurrezione cristiana che poi in fondo piace a tutti. Proprio a tutti.

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Due classifiche, una certezza: i turisti a Fermo non spendono

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Ma come si può pensare di far crescere l’Italia, non dico il Fermano, se anche i due principali quotidiani economici, Sole 24 Ore e Italia Oggi, escono lo stesso giorno con due indagini sulla qualità della vita dando chiavi di lettura e posizionamenti completamente diversi? È lì l’ultima fotografia di un Paese fatto di personalismi e di ricerche di vetrine personali. Un Paese, tornando al Fermano, in cui tutti si dicono di interessarsi alla crisi del calzaturiero e poi nello stesso giorno si organizzano due convegni sullo stesso tema in due città distanti dieci chilometri. Lo stesso Paese in cui per fare un ponte per cui si hanno soldi, vedi Fermo e Porto San Giorgio, si preferisce attendere ipotetici fondi europei, rinviando ancora una priorità, anche se almeno intanto si firma l’accordo di programma, per una costa che non conosce mobilità dolce ma solo auto e traffico congestionato.

Un Paese in cui, grazie alla folle contemporaneità di pubblicazione, si dirà che le due classifiche non sono attendibili, quando invece, almeno per Fermo, su un dato bisognerebbe riflettere, consci che la banda larga è in arrivo entro il 2018: la spesa media di un turista straniero. Dopo i dati regionali sul turismo che hanno evidenziato un calo di presenze sul territorio, ecco l‘ulteriore spunto: chi viene a Fermo spende poco (fotne Sole 24 Ore). Solo 102 euro contro, ad esempio, i 2.857 di Firenze, i 1449 di Siena, i 278 di Ancona, i 263 di Pesaro o i 180 di Teramo.

Tante potrebbero essere le spiegazioni, a cominciare dall’assenza di strutture ricettive moderne (75esimo posto su 110 per Italia Oggi), ma una balza agli occhi: Fermo ha pochissimi negozi. E senza negozi, tolti i musei che attraggono, non dà motivo per fermarsi in città. E se uno non si ferma, poi non mangia e se non mangia non fa girare l’economia dei locali e figuriamoci se dorme. Insomma, Fermo deve far crescere il suo appeal commerciale, aiutando gli eroici titolari che continuano a credere nella bellezza del capoluogo, se vuole andare oltre al titolo di città museo.

Come riuscirci? La prima giustificazione per l’assenza dei grandi marchi è stata la mancanza di luoghi ampi. Bene, siamo certi che spendere milioni di euro per il mercato coperto mettendoci cervelli pensanti, alias incubatore di imprese, sia la soluzione per il rilancio? Un pensiero sul portare Zara o chi per lei non sarebbe stato male. Altrimenti, avanti con i 102,9 euro di spesa media e l’amaro orgoglio di avere sorpassato mete ambite come Avellino e Barletta.

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Tra made in e posti di lavoro, come è lontana Roma dal mondo reale

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Cosa resta del viaggio a Roma degli imprenditori calzaturieri? Se uno la guardasse con l’occhio freddo dell’osservatore, la prima impressione sarebbe il distacco del palazzo dal mondo reale. Che poi è quello che tiene in piedi il palazzo. Basta una immagine: delegazione di imprenditori, tra cui diversi presidenti di Confindustria e Cna, lasciati per un’ora fuori dal Senato perché il protocollo non prevede l’ingresso in anticipo in una sala vuota.

Se poi uno guardasse sempre con lo stesso occhio la discussione, si renderebbe conto che a Roma, tolti gli onorevoli made in Marche, non sanno cosa siano i problemi di un settore che vale 460mila posti di lavoro. Se non ci credete, andate sul sito del Senato e guardate lo streaming.

Se poi allo sguardo dell’osservatore esterno si abbina quello dell’imprenditore, c’è la speranza che essendoci entrati in Senato almeno un semino possa attecchire. L’indagine presentata dal prorettore della Politecnica Gregori è un buon lavoro fatto di interviste e numeri più o meno conosciuti. Manca di quello che, come sempre, ha avuto il coraggio di dire Paolo Petrini: “In Europa il made in non passa se parliamo di tutela della nostra produzione, dobbiamo puntare sulla tutela del consumatore”. Ma questo dallo studio dei calzaturieri non emerge. È un buco da coprire in fretta, per non vanificare anche il poco di buono che si sono riportati da Roma gli imprenditori.

Sapere che la riduzione del cuneo fiscale per il settore potrebbe convincere i calzaturieri a riportare la produzione interamente in Italia aumentando di 20mila persone la forza lavoro è un segnale che gli onorevoli non possono dimenticare. Come la cruda analisi della presidente Pilotti, che dei calzaturieri è la numero uno: “Meglio fare uno sforzo oggi o avere un settore azzerato che peserà sugli ammortizzatori sociali?”. Una domanda che, come chiesto anche dall’anima della battaglia sul Made in, Enrico Ciccola, avrebbe meritato risposta. Ma forse gli onorevoli non la conoscevano e di certo il dibattito, incentrato dal moderatore su temi politici più che economici, non ha aiutato facendo perdere di vista l’obiettivo e dando al viaggio romano, di un territorio finalmente compatto, il sapore amaro dell’occasione, se non sprecata, non sfruttata.

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Vade retro barbone

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Verso che società stiamo andando? Quanto sta accadendo a Porto San Giorgio è una bella fotografia della realtà che abbiamo davanti agli occhi. Si chiude una porta prima di avere pensato a una soluzione. La decisione di blindare la sala d’attesa durante la notte è un po’ come quando uno fa le pulizie e non trovando la paletta butta tutto sotto il tappeto.

Solo pochi giorni fa, dopo le passeggiate – ronde di un gruppo di militanti di Casa Pound, si era parlato di un paio di senzatetto che dormivano sotto i portici di una galleria in pieno centro. Apriti cielo: degrado e preoccupazione. Confondendo così il disagio sociale con l’insicurezza e la delinquenza, guidata da spacciatori e rissaioli.

Serviva però un segnale forte, non di contenuto ma di immagine, e così a Porto San Giorgio si è deciso di chiudere la stazione di notte. Mentre in altre città dove la questione senzatetto (sempre se non molesti)  è una cosa seria, decine di persone ogni notte a Bologna, si creano help center in stazione pronti a offrire un ricovero e una soluzione, nella cittadina sangiorgese, amministrazione di centrosinistra, si sceglie la polvere sotto il tappeto.

Questo in attesa di novità, che potrebbe essere un centro di prima accoglienza in cui abbinare profughi e senzatetto di passaggio da realizzare a due passi dalla chiesa di San Giorgio. Attesa gelata, perché la scelta di chiudere le porte arriva in pieno inverno, quando le temperature scendono. Dove andranno quei due senzatetto? Chi lo sa, magari in uno degli oltre mille appartamenti sfitti che ha la cittadina sangiorgese, leader delle seconde case e degli affitti astronomici. Oppure, la speranza che cambino città con un movimento osmotico del disagio.

Occhio non vede, coscienza non duole, almeno tra i sangiorgesi. “Ignorare il povero è disprezzare Dio” dice Papa Francesco. Che piace a tutti, ma non sempre.

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E dopo le passeggiate, che succede?

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“Se da qui a una settimana non interverranno il sindaco o le forze dell’ordine, scenderemo noi in campo”. È questa la frase che chiude il video pubblicato dagli esponenti fermani di Casa Pound che hanno dato il via alle loro ‘passeggiate’ in giro per la città di Porto San Giorgio.

Passeggiate notturne, che non si possono chiamare ronde perché è un termine che ormai ha un significato negativo. E così, meglio il passeggiare, termine che gli esponenti dell’estrema destra fermana provano a riabilitare. Del resto, se si passeggiava a Porto Sant’Elpidio, città del Pd, contro le prostitute, perché non farlo contro i senzatetto? Perché tutto è partito dalla presenza di un paio di persone che dormivano dentro una galleria. A questo si è abbinato il ritorno dei lavavetri, che per una volta non sono africani e quindi la repulsione razziale viene mene ma resta quella del fastidio, con storie strappa lacrime di anziane signore vessate ai semafori. Tutto sembra normale, tutto sembra giusto se uno decide di scendere in strada e dire basta.

Ma quella frase inziale, dopo che si erano presentati come quelli del dialogo che passeggiano per capire, apre a un futuro pieno di dubbi e di timori. Cosa faranno se il sindaco, a detta loro, non interverrà? Se lo dovrebbero domandare le forze dell’ordine in primis, che sono le uniche deputate a garantire la sicurezza dei cittadini. Magari se lo chiederà il nuovo prefetto che, come in altre parti d’Italia, dovrà affrontare il risorgere di spinte di destra che avanzano senza proclami fascisti o razzisti ma facendo quello che la gente vorrebbe ogni giorno dallo Stato: vicinanza con un pacco alimentare e sostegno di fronte alla paura. Che poi, detto così, alle elezioni potrebbero vincere Caritas e poliziotti. Ma la storia è sempre diversa, c’è sempre chi crede di potersi se non sostituire quantomeno affiancare allo Stato, soprattutto nei momenti di crisi economica e sociale presentandosi come la soluzione. Se poi lo fanno per capire, come detto a inzio video pubblicato sui social, difficle dirgli di no.

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Caro Fermano, non si vive di progetti

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Quando sono stato in vacanza a Berlino, ho passato un paio di giorni con un amico che insegna all’università. Passeggiando lungo il fiume, mi raccontava i giovani seduti ai bar, tanti i bar e tanti i giovani, che danno una idea di Berlino dinamica. “Se gli chiedi cosa fanno, ti rispondono ho un progetto. Se gli chiedi quale? Ribadiscono che è un progetto, interessante”. Niente più. E così, uno dopo l’altro. Sognatori pieni di speranze che confidano nella ricca Germania sapendo di avere un punto a favore: l’essere giovani.

Spostandosi di qualche migliaia di chilometri, si arriva a Fermo. Che è sempre più la provincia dei progetti. Ne è piena questa terra di lavoratori. Sono di ogni genere e spesso sono anche accompagnati da belle cartine. Il primo, il più grande, è quello dell’ospedale. Un progetto presentato con tanto di plastico, ma tale è rimasto. Ogni volta c’è un problema e mentre a Fermo si progetta come aprire un cantiere, a Macerata, pochi chilometri più in là è stato presentato il piano per il loro nuovo ospedale con tanto di 150milioni di investimenti in viabilità.

Progetto è quello per la mare – monti, da sempre una visione più che una certezza. Progetto è l’ampliamento dell’alta Valdaso, che salverebbe forse la permanenza di una multinazionale che dà lavoro a qualche centinaia di persone. Progetto è il far fermare i treni veloci nel Fermano per favorire il distretto calzaturiero delle Marche. Progetto è lo sviluppo della banda larga, ancora drammaticamente indietro. Progetto è il ponte tra Fermo e Porto San Giorgio, come progetto è quello tra Pedaso e Altidona, anelli mancanti di una regione che sogna di essere attraversata in bicicletta, dimenticando che le bici si fermano poco più a sud di Pesaro. Per non parlare del ponte crollato 4 anni fa a Rubbianello, che è un progetto finanziato e mai trasformato in cantiere.

Progetto è il lungomare di Porto San Giorgio, che si sente regina turistica e che invece sta subendo l’inesorabile sorpasso di Porto Sant’Elpidio che i progetti, magari non condivisi, li sta facendo diventare realtà mattone dopo mattone ma così lentamente che Civitanova scappa. Progetto è quello che vuole il Fermano al centro dei pensieri nazionali di un Governo che è entrato nel ‘miglio verde’.

Progetti, tanti e belli. Chissà se fanno la fine di quelli dei berlinesi, con i protagonisti che alla fine servono a un bar, ma a Berlino fa figo, o se diventeranno realtà, come una scarpa o un compound che dalla provincia senza collegamenti riescono comunque a raggiungere il mondo.

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Più tavoli sulla crisi? No grazie: praticità e celerità

rafsitorossa

È tutta una questione di tempi. Ci sono quelli economici e ci sono quelli politici. In mezzo c’è il tempo che corre e non lascia tregua agli imprenditori. Si è chiusa una lunga settimana per i calzaturieri del distretto fermano maceratese che, va ricordato, è il primo della regione e sul podio a livello italiano per quanto riguarda il settore moda.

Un distretto che inanella performance negative che neanche il Milan di Montella sta riuscendo a imitare. Ma è pur sempre un settore che dà lavoro a migliaia di persone. Da qui l’attenzione che cresce, soprattutto in vista delle elezioni. Lo sanno bene gli imprenditori che per una volta, anziché infuriarsi di fronte a questo improvviso interesse, provano a cavalcarlo.

Ma non sono pronti a prendersi tutto quello che la politica dà. La richiesta che hanno fatto Confindustria Cna e company è semplice: un tavolo nazionale sulla crisi del distretto calzaturiero. Non sulle Marche, non sulla moda, ma sul distretto. Perché è un modo per ragionare poi su politiche attive differenti che portino magari all’area di crisi complessa. Che porterebbe benefici, ma stanerebbe anche gli imprenditori chiamati a investire in cambio di importanti contributi dallo Stato.

Non serve un tavolo sul made in Italy. Per quello basta andare in Europa e lottare, basta sedersi, come ha detto Renzi, davanti alla Merkel e piazzare sul piatto della bilancia qualcosa che interessa ai tedeschi. Basta, insomma, fare il proprio dovere di politici visto che il 23 novembre lo studio realizzato dalle Università Politecnica e Luiss darà ai senatori lo strumento d’azione senza faticare.

Il punto è che, come dice il numero uno di Confindustria Fermo Giampietro Melchiorri, “gli imprenditori chiedono praticità e celerità”. Niente altro che azione, magari partendo dai tre punti nazionali toccati dalla Pilotti, numero uno di Assocalzaturifici: cuneo fiscale, defiscalizzazione, sanzioni.

Il piano è chiaro, aprire più tavoli, già nel locale basta e avanza quello provinciale, sarebbe un dividere le forze, aumentando obiettivi con il solo scopo di annunciare fittizi passi avanti. Ne basta uno sulla crisi e per il resto spazio alla politica senza bisogno di coinvolgere chissà chi in troppe chiacchiere. Del resto, i tavoli non si annunciano: prima si costruiscono e poi si aprono ai commensali. Sempre che resti qualcosa da mangiare da metterci sopra.

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E Renzi scoprì che per il Fermano il 'regionale' non è un treno, ma un obbligo

rafsitorossa

Non poteva che prendere un regionale Matteo Renzi per venire ad ascoltare i problemi del distretto calzaturiero delle Marche. Mentre starà seduto sul seggiolino profumato dei cinque vagoni che il Partito Democratico gli ha messo a disposizione, l’ex premier potrà pensare a tante cose.

Il suo è un viaggio “per ascoltare, per prendere appunti”. Il problema è poi cosa ci fa con i taccuini. Ne usiamo tanti anche noi giornalisti e spesso a forza di scrivere ci dimentichiamo anche di quello che c’era nella pagina prima e che magari non è diventato un articolo.

Ma ha una fortuna Renzi: viaggia in regionale. Come la maggior parte degli italiani. Solo che il suo treno non tarderà come quelli degli altri. Ma il suo treno gli permette di fermarsi a Civitanova e a Porto Sant’Elpidio. Se avesse preso un Frecciabianca, invece, si sarebbe ritrovato a Pescara. Perché questa è una delle cose che il premier si deve segnare sul taccuino: le Marche sono drammaticamente indietro rispetto al resto del Paese a livello di infrastrutture viarie.

Renzi, appena arrivato a Civitanova, dovrà salire in macchina e farsi venti minuti di strada per arrivare nella fabbrica di un calzaturiero. E deve sentirsi fortunato, perché normalmente un russo deve scendere a Milano, trovare un volo per Ancona, o magari un treno, pregare che l’imprenditore lo vada a prendere con un’auto privata e dopo un’ora e mezza sedersi per fare un ordine. Che poi, anche se chiede meno paia, lo devi solo ringraziare pensando al viaggio che ha fatto per raggiungerti.

Una volta sceso da quel treno che lambisce il mare, ma va come uno a vapore, Renzi inizierà a parlare con i calzaturieri. E prenderà appunti e scoprirà che la manovra di Bilancio non ha regalato quanto speravano, ma magari la prossima lo farà. Cuneo fiscale? Eh sì, ancora lui. Made in Italy? Eh sì, ancora e sempre di più lui. Area di crisi complessa? Questa è nuova, ma alla fine neanche troppo.

Poi, risalirà in macchina, arriverà al treno che lo aspetta puntuale come una carrozza, e rifletterà senza neppure fare il biglietto, altrimenti scoprirebbe che le stazioni del sud delle Marche hanno macchinette che non accettano banconote ma solo monete, e ogni tanto uno si scorda di rompere il maialino, e che spesso sono rotte, ma questo ai controllori di Trenitalia non interessa: multa e zitto. Tanti appunti per Renzi, ma quante risposte per le Marche?

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Un nuovo modo di vivere lo sport

Raffaele auricolari

L’occasione è ghiotta. Trasformare una mancanza nel punto di forza. La Poderosa Xl Extralight è una squadra senza tifo organizzato. Ovvero non ha ultras che si siedono in curva e passano il tempo a incitare i compagni e a mettere in difficoltà gli avversari. Come superare questo gap che per due anni ha reso la Bombonera di Montegranaro un teatro e che diventerebbe una copia del deserto dentro il PalaSavelli?

C’era una sola soluzione, inventarsi un pubblico nuovo, partire dal basso, provare a educare i bambini allo sport e alla pallacanestro. Quello che è successo domenica 8 ottobre resterà nell’immaginario di Porto San Giorgio. Una intera curva, un tempo regno delle tifoserie organizzate, diventa la casa dei più piccoli. Di bambini che non conoscono il concetto di nemico, ma hanno ben chiaro quello di amico.

Per loro Corbett, stella della Poderosa, è già un idolo. Perché salta, corre, esulta in modo buffo guardandoli e soprattutto segna. E loro non possono fare altro che alzarsi in piedi all’improvviso e urlare. Non è un vero tifo, ma è coinvolgente, è divertente, è, anche per chi sta in campo, rasserenante. Ed è pure contagioso. Visto che anche i 400 tifosi di Roseto, belli colorati e organizzati, scelgono la strada del tifo e non dell’insulto, salvo una parentesi a Corbett, lecita visto che aveva appena segnato il suo 29esimo punto.

Con i bambini entrano anche genitori vergini da basket. Gente che chiede perché l’arbitro ha fischiato, perché Powell ha sbagliato, perché i giocatori si fermano e si siedono in panchina per un minuto. È tutto nuovo per molti dei 2822 del PalaSavelli.

La Poderosa ha un nuovo pubblico, l’ha fatto divertire ed entusiasmare. Soprattutto ha conquistato i più piccoli. Certo, un paio di tamburi e striscioni piacciono e servono. Ma se quella sarà la curva anche in futuro, l’energia e l’entusiasmo saranno più contagiose di un vecchio coro. Il futuro ha bisogno del passato, ma il futuro deve esserne diverso, altrimenti non si cresce. E chissà che almeno in questo il basket non possa diventare un modello.

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poderosabimbi

Dal carpe diem al bianconiglio, la disintermediazione della realtà

Raffaele auricolari

Non c’è tempo per parlare nell’era dei social. Non c’è tempo, perché si sceglie la strada più corta per far arrivare un messaggio. A ogni livello siamo di fronte a un processo di disintermediazione che sembra ormai inarrestabile.

Sono stati definiti “inopportuni” gli alunni del Carducci di Fermo che hanno protocollato una lettera sullo stato in cui versa il tetto della scuola. Inopportuni perché quella lettera nel giro di pochi minuti l’hanno fatta finire sui giornali, web e cartacei. Hanno scelto di non dialogare, di non dare tempo. Ma hanno raggiunto lo scopo, i lavori, per cui difficile pensare a un ripensamento per il futuro. Saranno anche stati inopportuni, ma in fin dei conti non fanno che seguire gli esempi, proprio come si impara a scuola, dove ci si forma una propria coscienza civica, e i ragazzi l’hanno dimostrata mettendoci la faccia e non muovendosi in maniera anonima.

Esempi arrivano dalla politica, di ogni livello, dove la disintermediazione porta i sindaci a parlare direttamente con i cittadini sui social, bypassando i media e quindi il tempo della riflessione. Disintermediazione è la piazza virtuale in cui tutti si sentono liberi di dire quel che vogliono perché non c’è confronto, c’è solo affermazione. Quella che ti fa alzare dalla tastiera con l’impressione di avere contribuito. Ma a chi o a cosa se non al proprio ego, non è chiaro.

Ma c’è disintermediazione anche nel mondo economico dove si organizzano tavoli istituzionali e di sviluppo, dove si prendono appuntamenti con le associazioni di categoria, dove si dovrebbe affrontare compiutamente un problema enorme come la crisi del calzaturiero, poi però si sceglie il titolo di giornale, la chiusura di uno stabilimento o quella di tanti altri, annunciata senza dettagli, ma pensando al semplice ‘almeno lo diciamo noi e non un altro’, che aiutino a capire. Non può essere questo il ruolo del sindacato, che deve proteggere il lavoratore e non allarmarlo togliendo certezze senza avere una strada concreta di soluzione che vada oltre le macroeconomie nazionali.

Per non parlare dell'informazione con l'online che fa volare contenuti non sempre verificati, ma soprattutto con i social che fanno credere di sapere senza in realtà capire cosa si ha davanti, visto che il sistema ci profila e ci dà quello che ci piace, per farci sentre protagonisti anche di quello che leggiamo. 

Tutto e subito, possibilmente senza qualcuno che ci faccia pensare e riflettere. Tempus fugit al posto del carpe diem che non era la ricerca della velocità, ma il valore dato al tempo che non andava sprecato. Qui siamo più ad Alice nel paese delle meraviglie con il bianconiglio che ha fretta e dimentica troppe cose. Cose che per i disintermediatori sono i cittadini, quelli che si abbeverano da questa comunicazione drogata di velocità che dimentica l’informazione.

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megafono

No manifattura, no futuro: non si vive di sole start up

Raffaele auricolari

L’Italia apre finalmente gli occhi: senza manifattura non c’è futuro. Lo hanno capito perfino dalla lontana Bruxelles: “L’Europa non ha una vera politica industriale e così si lascia al singolo Stato l’azione che spesso porta al pesce grande che mangia il pesce piccolo per sfamarsi”. Questo per un motivo molto semplice: “Non ci sono start up e ingegneri che da soli possono sfamare 500milioni di europei. “Serve un rilancio della produzione internazionale, servono gli operai, serve la manifattura”. Se a dirlo come in questo caso è il segretario del presidente dell’Europarlamento tuto sembra logico. Peccato che è quanto vanno dicendo da anni gli imprenditori, soprattutto quelli del distretto calzaturiero.

Oggi la sveglia collettiva che ha coinvolto il premier Gentiloni, “manifattura come base della ripresa”, il presidente delle Marche Ceriscioli, “nulla crea il lavoro come il manifatturiero”, e l’onorevole Petrini, “ridurre il cuneo fiscale, ma non solo per i giovani”.

Passi avanti, senza dubbio, che devono diventare scatti. Hanno chiuso 80 aziende in sei mesi, una enormità. E l’export che torna a crescere non potrà mai compensare l’assenza di mercato italiano, in stallo nei consumi. Non lo dice la vicina di casa, ma la presidente di Assocalzaturifici: “Servono misure e servono adesso. Noi continueremo a metterci creatività, investimenti, fiducia, capacità”.

Se si gioca ad armi pari, poi decide il mercato. E di solito premia il distretto calzaturiero. Della Valle e NeroGiardini sono gli esempi più virtuosi come produttori, ma se solo si pensa ai terzisti del lusso come Paniccià a Ciccola è difficile trovare di meglio. “Ad armi pari non abbiamo rivali” ribadisce mister Tod’s. Ora lo sa anche Gentiloni.

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cerimanifattura

Erosione, sanità e strade: il terremoto non sia usato per rinviare tutto

Raffaele auricolari

* La pioggia, la vendemmia, il traffico direzione nord in autostrada: l’autunno è arrivato. Normalmente porta con sé anche le discussioni, i problemi, le strategie, il desiderio di trovare soluzioni. E ce n’è davvero bisogno perché le criticità da affrontare sono numerose.

Durante l’estate di tante cose si è parlato, dai pachi delle feste con i politici alle riflessioni sotto l’ombrellone degli imprenditori ‘costretti’ alle solite ferie agostano perché tutto si ferma. Ora però le parole dovranno avere un seguito, perché di promesse ne sono state fatte tante.

La prima, la madre di tutte le promesse, è l’apertura del cantiere del nuovo ospedale di Fermo. Chi mette i paletti, dalla Sovrintendenza alla politica regionale, sembra concorde sull’avvio dei lavori.

Poi c’è la viabilità: milioni di euro per la Valdaso e ora altri dieci milioni di euro per la Mare-monti nel tratto Amandola San Ruffino. Opera attesa, anche questa propedeutica, in futuro, al nuovo ospedale.

Spostandosi sula costa c’è l’erosione da combattere. Milioni pronti a Porto Sant’Elpidio, si spera vengano usati, come anche a Porto San Grigio, dove tra porto che si riempie di sabbia e parte centrale erosa entro gennaio bisogna decidere come agire.

E poi c’è l’economia, con il distretto calzaturiero che riparte. Si spera, almeno. Ma che chiede misure mirate, promesse durante i dibattiti estivi: che sia un’area di crisi o una zona franca, che sia una detassazione di certe tipologie di lavoro.

Ma come, dirà qualcuno, non si parla di terremoto? Non oggi, perché il timore autunnale è che a ogni richiesta, o meglio attesa dovuta, di altre zone si risponda ‘ma il terremoto’. In un Paese che si considera tra le potenze mondiali non si può ragionare per compartimenti stagni. Lo Sviluppo economico ha più facce e se non si vuole aggiungere un dramma sociale, con perdita di migliaia di posti di lavoro, a quello naturale bisogna fare e non solo dire, come insegnano i privati (LEGGI)

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 lessprovincia

Terremoto, se ci si affida a Dio...

Raffaele auricolari

Ma cosa resta davvero un anno dopo il terremoto del 24 agosto? Tre le certezze: macerie, impegno privato, fede.

Si incrociano tra di loro, perché le macerie sono il filo conduttore, il simbolo di un pubblico che sta camminando e non riesce a correre. Anche se, almeno, ha liberato le strade proprio per permettere il movimento. Il lato negativo del lavoro fatto è che non arriva al cuore, non dà serenità a chi quel giorno c’era e a chi guarda dalla tv, perché i paesi distrutti tali erano e tali sono rimasti.

Le macerie le vogliono spostare anche i privati. C’è chi lo ha fatto riaprendo la propria azienda, chi costruendo una scuola come gli Agnelli, chi lo fa realizzando una nuova fabbrica. Diego Della Valle è l’esempio da seguire, lo dicono tutti. Ma a mesi dal suo impegno, nessun imprenditore, anche gli amici, per ora hanno imitato mister Tod’s. Che ha fiducia, parola che richiamano sempre Errani e Ceriscioli, ma che diversamente da loro vuole fatti concreti, vuole vedere cantieri aperti, vuole che come per il Colosseo, che ha mosso coscienze civiche inaspettate, in tanti facciano qualcosa per l’Italia ferita.

Infine, c’è Dio. Che è la parte più pura di questo anno del terremoto, ma è anche la parte più preoccupante. Perché quando ti ritrovi ad affidarti solo a chi sta lassù, significa che qualcosa non va. Soprattutto se lo si fa a un anno dalla tragedia quando invece dovrebbe essere l’uomo a dar certezze. La veglia di Pescara del Tronto, come la processione della Madonna dell’Addolorata a Castro di Montegallo, ha lasciato un grande senso di impotenza. Ore passate tra canti di chiesa e brani di vangelo o racconti infarciti di preghiere senza una sola parola per il futuro e la ricostruzione. Ben venga Dio, ma da alleato, non da protagonista.

Questo c’è un anno dopo, insieme a migliaia di sfollati che sognano di tornare nelle proprie case. Anche davanti alle macerie, come a Piedilama, ma dentro una casa e non un albergo. Avverrà entro Natale per tutti, dicono i politici. Ma solo in Dio, un anno dopo, in tanti credono davvero.

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MADONNAMGALLO

Non è obbligatorio esprimere un'opinione

Raffaele auricolari

Non è un obbligo esprimere una opinione. Un tempo, almeno, era così. Ci si fermava ad ascoltare, a capire, a cercare di apprendere da chi, inevitabilmente, ne sapeva più di noi. Oggi no, c’è la convinzione, nel pubblico, di essere già pronti a dissertare ed esprimere un giudizio su quello che accade.

Nascono così le campagne piene di odio sui social network. Nascono con un post, nascono con un tweet, nascono semplicemente perché quello che si direbbe davanti a un bicchiere di vino al bar lo si scrive dove centinaia, migliaia e forse più di persone possono leggere.

La gente pontifica e, inevitabilmente, giudica. Difficile trovare pensieri di analisi geopolitica anche dopo un attentato. Tutto diventa solo un banale “chiudiamo le frontiere”, “ammazziamoli tutti”, “basta con l’accoglienza”. È l’anima nera dentro di noi che torna fuori, forte di una certezza: l’altro da noi è il nemico. Ancora di più se non è un cristiano. Giudizi che diventano attacchi e insulti. Giudizi che fanno sentire chi esprime un’opinione uno dei migliori analisti.

In America Trump licenzia Bannon, lo stratega legato alla destra bianca e razzista, in Italia, invece, Facebook dovrebbe cancellare, piuttosto che la mostra di Sgarbi su nudi d'autore, decine di normali cittadini, semplice lavoratori o studenti, presi dal raptus del tasto che rischiano di minare anche i buoni equilibri di integrazione, primo tassello contro il terrorismo, di un Paese, e nel piccolo del Fermano, che ha una intelligence strutturata e un livello di integrazione, checché ne dicano gli anti immigrati, ben sviluppato. Tranne che sui social.

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Via Renzi, dentro Gentiloni: restano macerie e pesanti divisioni

Raffaele auricolari

C’era una volta Matteo Renzi. L’uomo del ‘risolviamo tutto subito, quello che in tre, massimo sei mesi avrebbe ricostruito Amatrice e Arquata, quello del ‘non vi preoccupate facciamo tutto noi’, quello che aveva tagliato fuori i sindaci dalla gestione dell’emergenza, quello che ha ‘decapitato’ la protezione civile creando più dipartimenti e dividendo i poteri. Insomma, c’era il premier delle promesse in mezzo alle macerie.

Un anno dopo c’è Paolo Gentiloni, il premier che cammina con la testa rivolta verso il basso, sempre un po’ inclinata, senza il piglio del chief in commander toscano. È l’uomo del ‘stiamo facendo, ma se possiamo fare meglio ci proveremo’, è quello che non promette tempi ma alza le spalle di fronte alle parole dei terremotati che chiedono la propria casa entro 7 anni, è quello che ‘via le macerie, prima di tutto’ e che ha chiesto aiuto all’esercito.

stradaautomacerieDue modi diversi, e il secondo è un bel passo avanti, uniti da due sole cose: le macerie, che lì erano e lì sono rimaste, “anche se le strade sono state liberate” come ricorda il presidente della regione Marche Ceriscioli; la poca considerazione delle Istituzioni inferiori, in particolare per quella che in un momento come questo dovrebbe fare da cerniera: la Provincia.

E invece, i premier si alternano e le Province restano fuori dai giochi, oltre che povere. E con loro il problema delle scuole e, soprattutto, delle strade che da sempre sono il primo tassello per lo sviluppo della civiltà. Neppure invitati il presidente di Ascoli D’Erasmo e quella di Fermo Canigola alla visita tra le macerie, neppure mai chiamati. Niente. Meglio fare da soli, spingendo così ogni sindaco a combattere per se stesso, in una guerra tra poveri che invece insieme si condurrebbe meglio.

Altro che Mare-monti o Pedemontana. Dividi et impera dicevano i romani. Ma per conquistare gli avversari, non per far sviluppare casa propria.

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Ospedale, futuro radioso. Ma il presente è caldo e senza ventilatore

Raffaele auricolari

Fermiamoci un attimo a riflettere su quello che abbiamo, prima di pensare a quello che avremo. Ancora di più quando si parla di sanità. Una telefonata e lo sfogo di un fermano: è morto mio padre. Di per sé potrebbe rientrare nei drammi umani personali, ma gli ultimi giorni della sua vita si sono intrecciati con la sanità.

Che vive di due parti: la prima è strutturale, la seconda è umana. Perché è innegabile, anche il miglior medico non può trasformare un posto angusto in un paradiso. È andata così nel reparto di medicina, dove dottori e infermieri hanno svolto il loro lavoro, incessantemente. Non c’era più nulla da fare per quella persona, ma passare ore dentro un reparto in cui le stanze superano i 30 gradi è inaccettabile.

Niente aria condizionata, ma neppure dei ventilatori. Se ne è comprati tre il cittadino, e non è il primo che lo fa. Poi, la morte e il corpo portato all’obitorio. Qui, invece, aria fresca. Paradosso obbligato, legato alla necessità di evitare che la temperatura elevata crei problemi.

Pensando ai 70milioni per la nuova struttura, pensando ai 18 per rimettere in sesto l’ospedale di Amandola, ai milioni investiti tra le case di cura di Sant’Elpidio e Montegiorgio, forse centomila euro per un sistema di condizionamento o la metà per dotare le stanze di ventilatori sarebbero il minimo per garantire ai vivi quello che si deve ai defunti.

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Altro che desideri, la notte serve solo a nascondere

Raffaele auricolari

È passata la notte dei desideri. E cosa resta? Nel Fermano, nel Piceno e nel Maceratese molto poco, forse solo qualche giorno di lacrime in più.

Ma cosa attendersi dalla notte? Sono le ore del buio, quelle in cui è più facile nascondere, celare, dimenticare. Ma sono anche quelle dei pensieri le ore notturne. Perché spesso, quando non si corre da un posto all’altro, quando non si lavora, quando non si ha qualcuno con cui parlare, ci si ferma a riflettere. E così restano i desideri. Che sono ben diversi da quelli che si vogliono esaudire con una notte di divertimento.

I desideri delle Marche, di tutte le Marche, dovrebbero essere pochi e precisi. Il primo è ricostruire questa terra devastata dal terremoto e farlo magari in silenzio, ma farlo. Il che significa, semplicemente, che non si possono costruire priorità parallele all’unica vera: ridare un tetto alle persone. Non si possono costruire ciclabili, quando invece sarebbe un progetto straordinario, se poi si passa tra le macerie. Non si possono fare concerti, meravigliosi appuntamenti di evasione, se poi non ci si sposta in un paese vicino. Non si può presentare la notte dei desideri, che a Fermo addirittura diventa delle meraviglie, se poi al mattino ti svegli e davanti hai lo stesso paesaggio, triste quanto bello, di una terra orgogliosa ma, come dicono a Roma, incredibilmente indietro nella pianificazione della ricostruzione.

Ecco cosa ci ha lasciato la Notte dei desideri. Quel senso di velata tristezza che solo una cosa farebbe passare. Vedere colonne di camion, lunghe colonne di camion, che arrivano vuote da ogni angolo della regione e ripartono piene, ognuna con un carico di massi, pietre, alberi spezzati. Questo sarebbe un bel giorno per le Marche. Ma vivere la notte è molto più semplice, anche se non bastano lanterne cinesi per illuminarla.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


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Fede, giovani e integrazione: i primi pensieri fermani di monsignor Pennacchio

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