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La burocrazia resta senza tetto

raffondinocolori

* Caccia al responsabile. Ma per favore, evitiamo prese di posizioni politiche. Il punto è molto semplice: capire come fa un tetto nel 2018 a crollare sopra i banchi di una classe. Probabilmente emergeranno responsabilità multiple, basta che tutto non venga riassunto in un “non si poteva capire”. Perché ormai esistono strumentazioni che sono in grado di trovare una pulce sotto tre metri di macerie, figuriamoci se non rileva la staticità di una trave, che però non aveva mai dato segnali visibili.

La questione è diversa e deve far riflettere, ma pare che non sia la prima qualità di chi sta in Parlamento, sulla questione manutenzione. Oggi la “non tragedia” fa riemergere il problema degli istituti scolastici. Sicuri o non sicuri, sono edifici che se nuovi hanno 50 anni, altrimenti oltre un secolo come nel caso del Montani, glorioso istituto tra i primi d’Italia.

Il post sisma aveva fatto accendere un faro su tutte le strutture. Il Governo aveva stanziato centinaia di milioni di euro per poterle rifare, ancora prima che rinforzare. Ma quella pioggia di milioni è stata seppellita sotto la burocrazia e pure chi corre perché bravo, come la Provincia di Fermo che ha già chiuso un paio di definitivi, a quasi due anni è ancora lontano dal via dei lavori. Figuriamoci altre realtà. Non è questo il modo di affrontare l’emergenza: dare soldi, ma poi bloccare gli strumenti è quanto di peggio si possa fare. Si illudono studenti e famiglie e poi si lasciano in un limbo fatto di insicura sicurezza.

vigilecrolloDopo questo nuovo crollo, con l’immagine delle macerie che schiacciano sedie e banchi che ha fatto il giro dell’Italia, ripartiranno i controlli, gli allarmi, le promesse. Ma sempre in quelle aule ci entreranno gli alunni, i docenti e il personale Ata, quel che questa mattina è rimasto saldo al suo posto, al contrario di tutti gli altri spostati in aree più sicure.

Servono garanzie, servono certezze, serve un Governo che sblocchi le norme e serve che almeno quanto finanziato sia costruito. Dal liceo Classico nuovo alla Betti. Per non parlare del Montani e dello Scientifico per cui la Provincia ha chiesto e ottenuto dieci milioni di euro per il miglioramento sismico, che avrebbe significato anche un nuovo tetto.

Se poi, invece, emergerà che chi ha redatto le schede Aedes un anno fa e chi fa i sopralluoghi ogni anno non si è accorto di un problema già in essere, allora si punisca. Ma siccome la caccia alle streghe non ha mai portato a nulla fuorché roghi improvvisati, la politica faccia il suo dovere e senza attaccarsi si compatti e blocchi le norme. Riceveranno solo applausi, anche dalle imprese pronte a lavorare. Se del territorio ancora meglio. Ma qui saremmo al colpo di genio e forse è chiedere troppo. Come chiedere troppo è ridare personale e risorse alle Province dopo avergli lasciato le funzioni.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali


Turismo possibile: sconfiggere la logica del bar

raffondinocolori

* “Ma quanti appuntamenti. Incredibile, da noi non c’era nulla per questo lungo ponte”. Parole da turista, ma anche semplicemente da ascolano, se non ci si vuole spostare fino a Pesaro. Parole dette da chi, cercando online qualcosa da fare a cavallo del Primo maggio, si è imbattuto negli appuntamenti della piccola provincia. A memoria, difficile ricordare tante iniziative concentrate in così pochi giorni. Intelligente la scelta, perché questo è stato il primo vero ponte e sarà anche l’ultimo così lungo in vista dell’estate. I turisti, i curiosi, andavano conquistati subito. Il Fermano si è tirato a lucido. Tanti e diversificati gli eventi organizzati, tanti e sempre più spesso apprezzati da chi vive al di fuori dei confini locali.

Solo così, raccontando il territorio e caratterizzandolo, si può vincere la sfida del rilancio di questa fetta di territorio che viene segnata ogni settimana da una scossa o da una tragedia. Si passa da un omicidio al suicidio di uno sfollato, che a problemi personali aveva sommato il dramma del vivere senza la sua casa e la sua attività. Li chiamano ‘omicidi di Stato’ sui Sibillini, di uno Stato che a quasi due anni dal sisma non ha ancora alzato un muro nelle case danneggiate e ancora sta consegnando casette di legno.

Il Fermano, in questo contesto complicato e pieno di salite, cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista. Non ha molto più di altri posti da offrire, per cui può solo cercare di farlo in maniera migliore. Se l’arte è ormai di casa a Fermo, il divertimento deve trovare nella costa il suo degno luogo. L’emblema è Porto Sant’Elpidio, una città di 27mila abitanti che il primo maggio triplica i suoi residenti ma che riesce a incassare critiche perché un angolo della città non è stato invaso come il centro. È la logica del bar, quella in cui tutto deve essere a portata di mano. In un angolo il caffè, nell’altro l’amaro, sulla sedia il giornale, a due metri il bagno e magari il posacenere.

La logica del ‘mio bar’. Perché poi tutto questo lo offre anche il locale a due chilometri, ma il mio è più bello. Solo che una città non è un bar. Ha dei punti di forza e su quelli costruisce il futuro. Ma è difficile farlo capire a chi trasforma tutto in bagarre politica, in un semplicistico ‘io farei meglio’. Che poi il meglio non lo ha ancora mai raccontato nessuno. Figuriamoci creato.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

L'area è di crisi, ma l'aria è di crescita. Se Della Valle dice no però è dura

raffondinocolori

* Parte da Diego Della Valle la rivoluzione del sistema di produzione del distretto calzaturiero. Mister Tod’s non fa altro che mettere in pratica quello di cui molto imprenditori discutono da almeno un paio d’anni: la destagionalizzazione. Le migliori scarpe nascono nel territorio tra i fiumi nel cuore delle Marche, tra paesi che sono divisi da una curva, come Montegranaro e Monte San Giusto, o magari da una piccola valle, come accade tra Sant’Elpidio e Torre San Patrizio o Monte San Pietrangeli. Un polo produttivo che vive da sempre sulle sue certezze, che non significano solo Russia.

Certezze sono i fornitori, sono i piccoli laboratori artigianali, sono quelli che producono le scatole e chi invece il calzante. Certezze di un sistema che sa di dover preparare due collezioni all’anno. Le parole di Della Valle, “stiamo cambiando il nostro calendario produttivo per offrire prodotti nuovi ogni mese", si ripercuotono su tutto il sistema. Perché questo significa modificare il modo di lavorare dentro ogni azienda, con gli operai, ma anche chi cura la logistica, che deve essere pronto a rispondere a una domanda diversa di mercato.

È in grado il distretto di rispondere a questa esigenza dettata, in primis, dalla velocità del web che ha cambiato anche i tempi della moda? Difficile dirlo, lo stesso Della Valle deve affrontare il mondo attorno a sé che vive di ferie ad agosto e non è pronto a cambiare ottica.

Un distretto che tra l’altro va in cerca del riconoscimento di area di crisi complessa, ma ha già incassato il primo “a noi non serve” proprio da mister Tod’s. E questo è un male, perché, Ascoli insegna, l’area di crisi serve proprio alle grandi imprese che hanno possibilità di fare ingenti investimenti, accrescendo l’occupazione, a fronte di grandi vantaggi fiscali. Ma si parla di oltre un milione di euro come base di azione. “Se è uno strumento che serve a dare una mano alle piccole imprese che in questo momento soffrono, ben venga, certamente non lo useremo noi” ha ribadito. Un assist al distretto? Tutt’altro, ma l’imprenditore ha tempo per ripensarci visto che l’iter è ancora in corso ed è bloccato in Regione per delle modifiche richieste dal Governo, che tra l’altro sta per cadere e quindi c’è anche il rischio che si riparta da zero.

Non c’è ripresa se a guidarla non è chi corre più di altri. Della Valle ha parlato di “ottimismo” pensando al futuro perché lui non guarda ai conti delle trimestrali, negative da un paio d’anni, ma al progetto di cambiamento e sviluppo in corso. Solo che per far diventare il suo percorso un ottimismo collettivo deve giocare da protagonista investendo e così facendo trascinando con sé i piccoli che solo unendosi, le famose reti, possono utilizzare i benefit dell’area di crisi. E magari sapendo che unendosi possono comprare macchinari che poi useranno per la crescita della Tod’s lo faranno con più convinzione. Si parla sempre di sistema Paese, qui serve un sistema fermano (maceratese) in cui Tod’s non dica “lo strumento area di crisi non lo useremo” ma, come accaduto ad Ascoli con Sabelli, Fainplast e tanti altri i migliori diventino proprio quelli che ne fanno un mezzo di sviluppo.

* direttore www.laprovinciadifermo.com - presidente Cronisti Marche - @raffaelevitali - redazione@laprovinciadifermo.com - facebook/raffaelevitali

Un popolo di meticci depressi ed entusiasti

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* E Pasqua sia. Poi uno sceglie, in base allo stato d’animo, se fermarsi alla morte o puntare sulla resurrezione. Guardando attorno a ognuno di noi, si assiste a un mix di depressione ed entusiasmo.

Depressi sono i calzaturieri che non trovano la via di uscita dalla crisi del mercato russo. Ma entusiasmo c’è per un progetto che vuole fare di Fermo la vetrina delle loro scarpe.

Depressi sono i vecchi alunni del classico di Fermo che stanno raccogliendo firme per non spostare la scuola, ma entusiasti sono i genitori e i politici che hanno ottenuto milioni di euro per fare un nuovo polo antisismico.

Depressione viene quando si parla di immigrazione, con il refrain ‘immigrato delinquente’ che riempie la bocca di grandi e, purtroppo, piccini. Le strade sono state riempite di manifesti in cui troneggiano un bianco e un nero che corrono. Sul bianco c’è scritto corre, sul nero scappa. Il punto interrogativo che segue prova a salvare tutto, la pubblicità è pro integrazione, ma la realtà è che la percezione insita in ognuno è negativa. Difficile quindi trovare il lato entusiasta di questa storia, ma c’è se si pensa a un fatto molto semplice: ormai siamo tutti meticci. In Europa è una questione genetica, visto che il mix di razze è realtà da decenni se non secoli, in Italia invece la contaminazione è arrivata grazie ai mezzi di comunicazione e al mercato. Siamo tutti immersi in un mondo internazionale, ma ancora pensiamo di poter parlare di Italia e di non italiani. Visione miope di chi neppure capisce che comprando un capo o cambiando pettinatura, per non parlare dell’uso dei social, è già meticcio dentro, se non nel colore della pelle, perché guidato da altri.

Buona Pasqua quindi, con la speranza che duri un po’ di più di un paio di giorni il senso di estasi che deve pervadere tutti, in primis chi occupa ruoli di comando. Ma non solo, sia chiaro, perché uno dei grandi problemi che viviamo è la non partecipazione. Il comandante provinciale dei carabinieri Niglio, uno che arriva da Campania e Calabria, ha parlato di omertà, intesa come scarsa voglia di essere parte di un miglioramento, il Prefetto parla di autoprotezione e necessità di tenere gli occhi aperti. Modi diversi per chiedere partecipazione, quella che va oltre un click sui gruppi social. Perché un conto è pigiare un tasto, un conto è aiutare l’altro, che è più uguale a noi di quanto pensiamo. Non ci credete? Guardategli le scarpe, se proprio non riuscite a guardagli gli occhi.

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Le partite da non perdere

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* Dopo essere finito nello shaker elettorale, il Fermano deve ritrovare la lucidità. Ci sono numerose partite aperte che vanno necessariamente chiuse. C’è la possibilità di farlo da qui a un mese, con il governo Gentiloni ancora in sella. Ma tanto si dovrà fare dopo, sempre che Mattarella riesca a far quadrare i conti post elezioni.

La questione principale è quella dell’area di crisi complessa che era partita come una Ferrari e che ora procede su una Fiat Panda a metano. Perché Teresa Bellanova, viceministro, ha studiato i report, poi li ha rimandati al mittente per le limature e le ulteriori integrazioni. Sono passate preziose settimane e solo nelle ultime ore il corriere ha raggiunto Roma con il plico. Se salta la Bellanova, non dovrebbe però cambiare il funzionario Calabrò che al Ministero segue la pratica, si riparte da capo, senza una mediazione diretta del senatore Verducci, anche se la Lega, in special modo, ha promesso attenzione.

Ci sono poi le maxi partite, come quella della ricostruzione. Si continua a parlare di strade di collegamento nel maceratese, sicuramente più danneggiato, ma nulla si dice invece di mare monti e di intervalliva nel Fermano. Tolti milioni, pochi, per raddrizzare un paio di curve nell’amandolese come promesso dalla Regione, ma rimasti senza atti ufficiali.

Infine, se le Marche sono ormai risucchiate verso il sud dell’Italia, se non ci sarà un boom di reddito di cittadinanza, tornerà con forza la richiesta di ammortizzatori speciali prolungati e specifici. A qualcuno andranno chiesti. E per questo ora nessuno sorriderà più pensando al presidente dei calzaturieri Ciccola che in campagna elettorale si è seduto al tavolo con tutti i partiti e movimenti consegnando richieste e dossier.

Ci sono poi le sfide sanitarie. Il novo ospedale di Fermo non convince i 5 Stelle, lo hanno ribadito più volte in campagna elettorale. Ma in Regione non ci sono loro. Ecco che, se il Governo sarà pentastellato, un occhio di riguardo al capitolo fondi ministeriali per potenziare quanto già finanziato, ma mai partito nella sua costruzione, si potrà valutare.

Con un solo referente territoriale, diventeranno ancora più importanti le capacità dei sindaci, uniche voci che hanno la possibilità di bussare a Roma, insieme alla presidente della Provincia. Che continua a convocare il Tavolo per lo sviluppo, perché mai come ora una voce unica per questo piccolo, e potenzialmente dominante, pezzo di Marche deve essere forte e compatta.

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Un voto per il territorio

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* E voto sia. Con la speranza che almeno vadano in tanti al seggio. Pare banale dirlo in un Paese che a livello europeo era invidiato per la sua partecipazione, ma la disaffezione alla politica ha sempre più allontanato le persone dalle urne. E dire che il voto è una delle poche vere maniere che ha un cittadino per incidere sul suo futuro, decidendo chi merita di rappresentarlo nelle stanze dei bottoni.

Se vale a livello italiano, vale ancora di più dal punto di vista locale. Restare senza rappresentanza sarebbe una perdita enorme per questa piccola provincia. Guardando la composizione delle liste elettorali, infatti, chi ha più da perdere dal punto di vista della rappresentanza è proprio il Fermano. Perché, da un punto di vista di reali possibilità, sono solo tre i nomi locali che potrebbero finire a Roma. Uno è certo, il senatore Francesco Verducci, due se la giocano sapendo di dover prendere un voto più del proprio avversario: Paolo Petrini, Pd Camera, e Graziella Ciriaci, Forza Italia Senato. Per il resto, è un trionfo di maceratesi e piceni. Che sarà anche vero che le Marche sono una regione al plurale, ma poi quando bisogna fare i conti, la carta d’identità, con comune e provincia di appartenenza, pesa eccome.

Il Fermano, del resto, lo ha provato negli ultimi due anni, da quando è riuscito a mettere un esponente di peso dentro la Giunta della Regione Marche, garantendosi con Fabrizio Cesetti l’assessorato al Bilancio. Pioggia di milioni per la provincia, e tanti altri da incassare, se solo si votasse più spesso.

Ora, ritrovarsi con il solo Verducci sarebbe un suicidio politico. Quindi il voto è libero, ma mai come questa volta potrebbe avere una logica territoriale. Che è anche quella di dire, speriamo che la Lega vada così bene che alla fine entrerà pure Mauro Lucentini. Ma qui, come nel caso di Buondonno al Senato, della Ricciatti alla Camera per LeU e della Andrenacci tra i 5 Stelle, entriamo nel calcolo quasi impossibile del mondo proporzionale.

Quando il sindaco di Fermo dice ‘rischiamo un impoverimento territoriale’ avrebbe dovuto avere la forza di dire qualcosa di più e sbilanciarsi in un votiamo per il territorio. Avrebbe mantenuto la sua indipendenza di colore, ma avrebbe dato un messaggio di possibilità e non di rassegnazione a una legge, e alla scelta delle candidature, che palesemente penalizza il Fermano, già duramente colpito dall’organizzazione dei collegi che l’hanno smembrato, come se in realtà la provincia di Fermo neppure esistesse.

Una prova difficile per gli elettori fermani, mai come questa volta indecisi tra le proprie idee e il possibile vantaggio collettivo. Sempre che poi, chi va a Roma, rappresenti davvero chi lo ha eletto. E su questo i parlamentari uscenti in campagna elettorale un esame di coscienza in più se lo sarebbero anche potuti fare. Ma prima di ammettere un errore, in politica si preferisce finire fuori dai binari. E a quel punto, non deraglia solo lo scranno, ma anche chi si rappresentava.

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Prostituzioni

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Se non ci si fermasse alla goliardica critica, l’iniziativa di Nazareno Franchellucci, sindaco trentenne di Porto Sant’Elpidio, verrebbe letta in modo più profondo. Il primo cittadino ha deciso di pubblicare su Facebook le immagini delle auto su cui salgono le lucciole che riempiono la statale adriatica elpidiense.

Più ironia e critiche che supporto a un sindaco che in questo modo mette sul tavolo non la sua debolezza, ma quella dello Stato. La discussione non è solo se è giusto o no che una donna venda il suo corpo, ma è sul come e il dove. È sul fatto che dietro una prostituta c’è spesso un mondo fatto di prevaricazione di violenza, di costrizione, di sfruttamento. Che dietro ogni peripatetica ci sono Istituzioni incapaci di decidere, di capire e governare il fenomeno finendo così per diventare delle ProstItuzioni.

Il momentaneo piacere del cliente godurioso è la parte bohémien della vicenda che si cerca di rappresentare a più livelli. La realtà poi è che spesso con il mercato del sesso fiorisce quello delle droghe. Come combatterlo? I mezzi non ci sono. Le istituzioni sono impotenti, come molti dei clienti che cercano il miracolo dalle esperte signorine.

Il gesto eclatante di Franchellucci, che ora deve però portarlo a compimento per non far sembrare l’operazione un vuoto slogan elettorale, è il grido scomposto di chi vorrebbe provare a fare qualcosa. Rimedierà un paio di denunce, produrrà solo insulti sui social? Chissà. Quel che stupisce è che in un momento in cui tutti si sentono paladini della legalità, in cui si pubblicano foto di buche, di auto parcheggiate male, di sacchetti di rifiuti abbandonati, di fronte a chi favorisce il mercato del sesso il cittadino riscopre il pudore, torna a parlare di privacy. Non resta che arrendersi alla ProstItuzione, quella che non affronta il problema, voltando lo sguardo dall’altra parte. 

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Non è mai troppo tardi per chiedere

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Chiede finalmente il Fermano, chiede finalmente la base del Pd al suo leader. Chiede finalmente e non fa diventare l’arrivo, a due settimane dal voto, di Paolo Gentiloni una passerella elettorale. Chiede e ottiene la conferma della questura la piccola Fermo, e buon merito va al sindaco Calcinaro e all’onorevole Petrini. Chiede e ottiene attenzione per il Montani, che vuole tornare a essere la scuola tecnica d’Italia.

Ha avuto coraggio Moira Canigola nel ribadire a Gentiloni che la Provincia esiste, ma che così non è rispettoso tenerla in vita. Ha avuto coraggio nel ribadire che l’accentramento in atto non è funzionale, che gli enti locali meritano rispetto e indipendenza, in cambio di responsabilità ed efficienza.

Hanno avuto coraggio gli imprenditori nel ricordare a Gentiloni che ci sono battaglie mai combattute, come quella per il made in Italy e per la riduzione del cuneo fiscale, che vanno affrontate. E che le Marche, e quindi il Fermano, meritano infrastrutture degne di questo nome.

E hanno avuto coraggio gli esponenti della montagna terremotata nel dire che non tutto è sbagliato, quando sarebbe più facile accodarsi a chi critica la gestione. Sentire il vicesindaco di Arquata dire grazie non è un dettaglio per chi incassa insulti da mesi. È questo che Gentiloni si riporta a Roma, dove spera di tornare da premier tra due settimane o dove comunque giocherà da protagonista come onorevole e come leader obbligato di un Pd in difficoltà ma non sconfitto.

Campagna elettorale? Può essere, di certo è stata di ascolto visto il format pensato da Verducci che ha fatto parlare il territorio prima del premier. Sempre meglio esserci, far parlare di sé, dire all’Italia, visto che c’erano tutte le tv nazionali e le agenzie di stampa, che il palazzo dei Priori con i suoi libri antichi e il maxi mappamondo sarà pronto per l’estate e che quindi Fermo è bella, come il territorio. Ma servono treni e aerei. E anche questo Gentiloni ora sa.

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Macerata History X

rafsitorossa

C’è poco da ridere. Qui non c’è più Alberto Sordi che parla dei ‘maccheroni’ e sogna l’America. Degli Stati Uniti stiamo cercando di prendere il peggio: dai dazi, dimenticando che noi siamo un paese che ha il saldo commerciale a favore dell’export, alla giustizia fai da te del Texas.

Non dobbiamo stupirci, dobbiamo riflettere sul come la situazione sociale stia sfuggendo di mano a tutti. A chi governa il Paese, che vive di certezze nelle scelte e sta perdendo il controllo di chi magari vive in realtà considerate serene e invece segnate da una propria crisi. A chi vuole essere protagonista del Paese partendo dalla convinzione di essere superiore ad altri. Sentir parlare di ‘razza’ e non sentire la condanna unanime, non può far stupire quando un 28enne, bianco e con la testa rasata, come direbbero gli americani, si è sentito in dovere di eliminare qualcuno che è di una ‘razza’ diversa.

‘Macerata History X’ è il titolo di quel che accade, richiamando uno straordinario film che andrebbe, tutt’oggi, proiettato nelle scuole. Un film che faceva riflettere su come le idee abbiano la forza di entrare nelle menti delle persone, nel creare quella convinzione che dà il coraggio di compiere atti che non possiamo più definire folli. Nel film il protagonista arrivò a sfondare la testa di un ragazzo nero che aveva rubato una radio, qui un ragazzo, a 28 anni, ha iniziato a sparare ad altezza d’uomo ferendo sei persone di colore.

Qui siamo di fronte a una lucida strategia politica che si è incuneata nella mente labile di un 28enne forse mosso dalla rabbia per la brutale uccisione della giovane Pamela, ritrovata a pezzi dentro delle valigie. Siamo allo scontro tra buoni e cattivi, tra bianchi e neri, tra poveri e più poveri. C’è una parte del Paese, in molti paesi, che non sogna più come Sordi, ma dell’America vuole portare le armi libere, i muri, “l’America first” soffiando su paure che la politica non dovrebbe fomentare, ma governare.

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Il mercato (elettorale) del pesce

rafsitorossa

Magari si credevano come i broker di una volta, quelli che alzavano le mani e urlavano, con strategia, dal centro della piazza della Borsa per avere il prodotto migliore. Ma l’impressione, oggi, è di stare al mercato del pesce, uno di quelli in cui le cassette sono ancora di legno, neppure di polistirolo. Solo che dentro non ci sono branzini o scampi, ma persone. Di livello diverso, come si conviene al pescato, che non piace mai a tutti nello stesso modo.

La definizione delle liste per le elezioni del 4 marzo ha toccato uno dei livelli più bassi da almeno tre lustri. Ai cittadini è stata venduta per mesi la possibilità di determinare il proprio rappresentante e oggi si ritrovano con candidati scelti dall’alto, senza una logica se non quella di fare contento il leader. Che si chiami Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Pietro Grasso o Luigi Di Maio. Poco cambia quando si arriva al dunque, l’obiettivo è solo uno: vincere. E che per farlo si rinunci alla voce del territorio è un altro discorso.

Non si guarda più in faccia a nessuno, neppure a chi fino a pochi giorni prima si era lasciato in mano lo scettro del comando, vedi Remigio Ceroni che da coordinatore regionale e senatore di Forza Italia si ritrova in poche ore semplice sindaco di Rapagnano, visto che ha anche rassegnato le dimissioni insieme alla sua vice Cacciolari. La sua colpa? Troppo Berlusconi e poco Tajani, o forse poco Baldelli e di certo Marcozzi. Di certo in queste scelte si è consumata la battaglia per il futuro della Regione con il sindaco di Ascoli Guido Castelli che dà le carte azzurre, lasciando in silenzio il suo alter ego Piero Celani, e con quello di Pesaro Matteo Ricci che ha minato le basi del governatore Ceriscioli, che replica stizzito aprendo una pericolosa frattura in tempo di ricostruzione.

Le colpe di tutto ciò hanno un solo nome: legge elettorale. Brutta, complicata e soprattutto lontanissima dal ridare voce ai cittadini. I listini li preparano i partiti, il collegio uninominale è deciso dal partito e l’elettore non può scegliere un nome, ma solo la forza che lo sostiene per un ipotetico peso proporzionale utile per i resti, che poi sarebbero gli scartati dal voto.

Le Marche vorrebbero sentirsi forti, ma si dimostrano quello che sono: una regione al plurale con troppe voci al proprio intento. Il Fermano potrebbe esultare per la parte di centrosinistra, almeno un senatore è certo, ma poi si ritrova senza candidato 5 Stelle, almeno non militante, e non si sa ancora se con un possibile onorevole di centrodestra locale o maceratese. Insomma, alla chiusura del mercato del pesce il bancone di Harrods con ostriche e orate extra lusso è molto lontano ma di urla e imprecazioni il territorio è molto ricco.

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Webeti e moralizzatori da campagna elettorale

rafsitorossa

Si rischia una pessima campagna elettorale a più livelli, sia Nazionale sia locale, di certo nel Fermano. Per il Nazionale bastano i botta e risposta di questi giorni. Chi dà dell'incompetente all'altro, chi sostiene programmi ambiziosi, chi si affida a ricette fantasiose, in una gara che sembra più tra chef stellati, che cercano di stupire, che tra leader del futuro. Per questo però siamo abituati, quello che preoccupa è il locale dove bisognerà fare grande attenzione all'uso dei social network, all'uso delle parole senza mai dimenticare che hanno un peso anche se scritte su Facebook.

Hanno un peso se auguri la morte a un sindaco. Bisogna fare attenzione perché le parole non sono mai totalmente sconnesse dal contesto in cui si vive, i messaggi restano nel tempo e poi l'uso che se ne farà mica lo sappiamo già. Basti pensare a quello che è successo sempre a Porto Sant'Elpidio dove a un candidato è stato rinfacciato un post in cui citava Hitler, cinque anni fa.

Detto ciò non esistono i moralizzatori, anche se sulla costa ce ne sono di ogni colore, a cominciare da quello di governo. Don Sturzo è morto da un pezzo e le dinamiche nella seconda città della Provincia, non certo un borgo tra i Sibillini, stanno a dimostrarlo.

Il dilemma a questo punto diventa anche giornalistico: scrivere di un webete dandogli risalto e scrivere della scomposta reazione di chi ricopre un ruolo politico, o non scrivere? Lunga è la strada fino al voto. Per ora, meglio fermarsi a riflettere.

 

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Portarsi il meglio nel 2018, tra volti e parole

rafsitorossa

Quando inizia un nuovo anno, bisogna sempre trovare qualcosa di buono da portarsi da quello vecchio. Soprattutto sapendo che il 2018 sarà un anno particolare, perché segnato dalle elezioni. Questo significa mesi di stallo, di finte promesse, di progetti ambiziosi e di tante strette di mano o selfie con chi conta. E mai come questa volta ne vedremo con sassi e casette di legno.

Se una cosa dobbiamo portarci nel 2018 è la risposta solidale che c’è stata al terremoto. Milioni di euro donati, migliaia di iniziative per lenire, nel breve, le sofferenze di chi ha perso tutto. Porteremo la memoria, quella che deve ricordarci cosa non funziona, e non è solo una caldaia congelata, e cosa invece potrebbe far cambiare marcia al territorio, pensiamo al Tavolo per lo Sviluppo, primo esempio di coesione territoriale tra forze economiche e politiche.

L’Italia sbanderà nei prossimi mesi e così bisogna attaccarsi alle certezze. Anche se nuove. o forse proprio per quello, perché cariche di entusiasmo e di voglia di fare. Ce ne è per tutti i gusti: laici, con il prefetto D’Alessandro che avrà in mano la nuova Questura e un riassetto da pianificare per aumentare la sicurezza; religiosi, con il vescovo Pennacchio, accolto con l’entusiasmo dei grandi per un semplice motivo: sorride e parla come fosse il parroco di famiglia, solo che la sua famiglia è ferita, dalle scosse e da troppi anni di silenzi; politici con il sindaco Calcinaro, guida del capoluogo e simbolo dei combattivi sindaci che uniscono costa e Sibillini, che superata la metà mandato nel 2018 deve decidere il suo futuro: se essere il perno del riscatto Fermano o se diventare il volano di se stesso per posti migliori.

parolechiavefuturoA loro tre che ricoprono incarichi riconosciuti, si somma la Provincia. Il 2018 potrebbe rilanciarla, economicamente e politicamente. E con i comuni sempre più poveri e piccoli, con i suoi uffici e peso politico, giocherà un ruolo chiave con la presidente Canigola.

Il 2018 sarà anche l’anno senza ritorno per il calzaturiero, motore economico della piccola provincia. Se ripartiranno i consumi interni, in fin dei conti il Pil è in crescita, ci saranno speranze, altrimenti il destino di tanti imprenditori è segnato. La Russia non è più tornata al passato ricco e glorioso e in pochi hanno trovato l’alternativa. Chissà se dall’area di crisi, che verrà chiesta a gennaio dalla Regione, usciranno migliaia di ordini.

Infine, panem et circensen, ci sono cultura e sport. Sono questi i due settori che nel 2017 hanno trovato il loro paradiso. La Fermana in serie C, la Poderosa in serie A, il tennis sangiorgese ai vertici nazionali e via dicendo. E che dire di Macchini, che ha sdoganato il provincialotto fermano rendendolo un personaggio nazionale, o Montanini, star in tv. E poi Di Bonaventura e Di Rosa, musicisti da esportazione.

Insomma, superiamo il trauma fantozziano della lavatrice lanciata dalla finestra che cade sull’auto distruggendola, perché più che buttare, solo gli stupidi non sbagliano mai, è meglio rielaborare e superare i problemi, partendo dalle parole chiave scelte dagli imprenditori per credere che il 2018 sarà migliore: coraggio, creatività, curiosità, crescita e futuro.

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Una sola parola nella letterina di Natale: dialogo

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Ci sarebbero tante cose da scrivere nella letterina di Natale. Ci sono gli ammortizzatori sociali, ci sono le strade, ci sono i nuovi ospedali, ci sono scuole migliori, ci sono i Sibillini da rilanciare, ci sono i bilanci da far quadrare, ci sono i problemi quotidiani e ci sono le speranze che per molti diventano preghiere.

Ma una sola cosa non dovrebbe mai mancare. Ed è quella che musulmani e cristiani hanno ricordato con un microfono in mano parlando davanti a trecento ragazzi davanti all’ingresso dell’Ipsia, la scuola che sforna artisti di ogni livello e tipologia. “Caro babbo Natale, donaci il dialogo”. O forse la forza di dialogare, o la pazienza, o il desiderio, o la necessità. Si può declinare in diversi modi dialogare e si può abbinare con tante parole il sostantivo dialogo.

Il risultato è sempre lo stesso: conoscenza e integrazione. Che alla fine significa accoglienza e pace. Che parole grosse e abusate, direte. Ma che parole sincere quelle dette dai rappresentanti dell’Imam, Mohammed El Fanni e Hassan Srhir, e dal parroco don Giordano, che rappresentava in tutto e per tutto il nuovo vescovo Pennacchio. Sentirle pronunciare nel cortile di una scuola superiore, da dove escono gli elettori di oggi e i lavoratori di domani, è un bel segnale.

Perché tornando a casa, fosse anche solo per il sole che li ha baciati mentre stavano seduti, tutti loro ricorderanno che Maometto e Gesù sono figli della stessa luce e che la diversità è la base della conoscenza e dell’amore. Insomma, babbo Natale, che dialogo sia. Se poi porti anche strade, scuole, palestre, posti di lavoro e magari anche una redazione bella e piena di bravi giornalisti con cui lavorare, nessuno si lamenterà. 

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Non si lasci da solo Della Valle

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Ce l’ha fatta Diego Della Valle. E non si dica che è merito dei soldi. Perché è evidente davanti agli occhi di ogni cittadino dei Sibillini che non sono le risorse il vero motore della ricostruzione. Quelle aiutano, ma serve l’efficienza progettuale, burocratica, esecutiva.

Tutto questo in Diego Della Valle ha trovato lo spot ideale, quello da mandare in giro per il mondo. Ed è il motivo per cui il premier Paolo Gentiloni taglierà il nastro insieme al patron della Tod’s. Un nastro che sarà simbolico, visto che è già da qualche giorno che i nuovi operai lavorano all’interno.

Sarà importante il ruolo dell’informazione in questa occasione, perché ci son due piani comunicativi. Il primo è “si può fare”, l’altro è “si sta facendo poco”. Due piani che si possono osservare a pochi metri di distanza. Perché se da un lato c’è la nuova Arquata delle casette, alzando lo sguardo c’è l’Arquata distrutta.

E Arquata, per certi versi, è anche uno dei comuni più fortunati. Ma questo non deve stupire, perché è anche quello che ha pagato il prezzo più alto in vite umane. L’apertura dell’azienda con la sua cinquantina di dipendenti, tutti i macchinari necessari e la struttura per far uscire una scarpa completa deve essere la protagonista indiscussa. Perché serve emulazione. Della Valle pensava di avvicinare con più convinzione altri grandi imprenditori, ma il richiamo che ha usato non ha toccato i cuori giusti. E dire che il Governo ci ha messo dei maxi incentivi per convincerli ad aprire imprese lungo quel tratto di Salaria. Con che logica?

Nessuna, se uno pensa al luogo, che sarà anche centrale, ma privo di una viabilità degna di una impresa che vuole raggiungere il mondo con i suoi prodotti. Ma se vincesse per una volta il fine, il rilancio del territorio devastato dal sisma abbinato alla montagna di risorse che il Governo e l’Europa stanziano e che con un polo industriale sicuramente saranno usate meglio, non si dovrebbe tagliare il nastro della Tod’s, ma scrivere un elenco di nomi di imprese con business plan davanti e posti di lavoro garantiti.

A Gentiloni, in questi pochi mesi, a chi verrà, nel 2018, il compito di riuscirci. A Della Valle, ora, il compito a lui più consono: far funzionare l’azienda e far uscire Hogan e Tod’s, con un occhio al mocassino con i gommini da sempre marchio del gruppo, da mandare sui mercati internazionali perfette come quelle di comunanza o Casette d’Ete, storici stabilimenti, in cui ha fatto formare i nuovi operai, tutti rigorosamente nati nei Comuni colpiti dal sisma e che mai avevano preso in mano una forma e un pezzo di pelle. 

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Tra Neri e solidarietà, se tutto è dato per scontato

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Neri Marcorè con in mano il picchio d’oro è l’immagine con cui si chiude il 2017 delle Marche. Giusto, sbagliato? Sgomberiamo il campo dai dubbi: giusto. È ricco Neri, è famoso Neri, ma non per questo era scontato che fosse anche impegnato socialmente. Cosa c’entra l’attore di Porto San t’Elpidio con le Sae, alias casette, non consegnate? Cosa c’entra con le ruspe che ancora non abbattono gli edifici destinati a diventare macerie? Cosa c’entra con le norme sulla ricostruzione post sisma scritte da Errani, modificate dalla De Micheli e applicate a corrente alternata dalle Marche?

Questo è uno dei problemi delle Marche. Plurali e invidiose, sospettose e poco inclini a farsi valere fuori dai quattro confini, corti e impervi che la caratterizzano. L’incapacità di trasformare una occasione in un volano, incapaci di realizzare che l’immagine oggi conta quanto la sostanza, almeno in certi campi. E Marcorè di immagine ne ha portata tanta. Prima low cost con i suoi corti che hanno promosso lo slogan #destinazionemarche dopo la campagna mondiale di Dustin Hoffman. Poi con RisorgiMarche. Facile, dicono alcuni, tanto conosce tutti. E allora, poteva andarci a mangiare una pizza e invece ha portato Fabi e Silvestri, Mannoia e Gazzè a spasso per i Sibillini. Quelli devastati dal terremoto, ma sempre splendidi.

Ha creato un format che poteva limitarsi a essere una campagna mono spot per la regione, e magari anche per il suo ego, e che invece verrà bissatà il prossimo anno. E quello dopo ancora. Perché per risorgere serve tempo, sta alla politica ridurlo, non certo a Marcorè che non ha in mano una cazzuola e non guida un motopicco, ma se guardiamo bene dietro quel sorriso beffardo con cui sa imitare i personaggi più strani c’è nascosta una parola che in troppi, soprattutto i webeti, dimenticano: solidarietà. Il che significa dare quel che si può per le proprie possibilità. Lui è famoso, è un attore, è un conduttore e porta spettacolo. Che è gioia, che è coinvolgimento, che è immagine. Che è, come le luci di Natale accese in paesini terremotati, vedi Falerone, il simbolo di quella resurrezione cristiana che poi in fondo piace a tutti. Proprio a tutti.

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Due classifiche, una certezza: i turisti a Fermo non spendono

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Ma come si può pensare di far crescere l’Italia, non dico il Fermano, se anche i due principali quotidiani economici, Sole 24 Ore e Italia Oggi, escono lo stesso giorno con due indagini sulla qualità della vita dando chiavi di lettura e posizionamenti completamente diversi? È lì l’ultima fotografia di un Paese fatto di personalismi e di ricerche di vetrine personali. Un Paese, tornando al Fermano, in cui tutti si dicono di interessarsi alla crisi del calzaturiero e poi nello stesso giorno si organizzano due convegni sullo stesso tema in due città distanti dieci chilometri. Lo stesso Paese in cui per fare un ponte per cui si hanno soldi, vedi Fermo e Porto San Giorgio, si preferisce attendere ipotetici fondi europei, rinviando ancora una priorità, anche se almeno intanto si firma l’accordo di programma, per una costa che non conosce mobilità dolce ma solo auto e traffico congestionato.

Un Paese in cui, grazie alla folle contemporaneità di pubblicazione, si dirà che le due classifiche non sono attendibili, quando invece, almeno per Fermo, su un dato bisognerebbe riflettere, consci che la banda larga è in arrivo entro il 2018: la spesa media di un turista straniero. Dopo i dati regionali sul turismo che hanno evidenziato un calo di presenze sul territorio, ecco l‘ulteriore spunto: chi viene a Fermo spende poco (fotne Sole 24 Ore). Solo 102 euro contro, ad esempio, i 2.857 di Firenze, i 1449 di Siena, i 278 di Ancona, i 263 di Pesaro o i 180 di Teramo.

Tante potrebbero essere le spiegazioni, a cominciare dall’assenza di strutture ricettive moderne (75esimo posto su 110 per Italia Oggi), ma una balza agli occhi: Fermo ha pochissimi negozi. E senza negozi, tolti i musei che attraggono, non dà motivo per fermarsi in città. E se uno non si ferma, poi non mangia e se non mangia non fa girare l’economia dei locali e figuriamoci se dorme. Insomma, Fermo deve far crescere il suo appeal commerciale, aiutando gli eroici titolari che continuano a credere nella bellezza del capoluogo, se vuole andare oltre al titolo di città museo.

Come riuscirci? La prima giustificazione per l’assenza dei grandi marchi è stata la mancanza di luoghi ampi. Bene, siamo certi che spendere milioni di euro per il mercato coperto mettendoci cervelli pensanti, alias incubatore di imprese, sia la soluzione per il rilancio? Un pensiero sul portare Zara o chi per lei non sarebbe stato male. Altrimenti, avanti con i 102,9 euro di spesa media e l’amaro orgoglio di avere sorpassato mete ambite come Avellino e Barletta.

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Tra made in e posti di lavoro, come è lontana Roma dal mondo reale

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Cosa resta del viaggio a Roma degli imprenditori calzaturieri? Se uno la guardasse con l’occhio freddo dell’osservatore, la prima impressione sarebbe il distacco del palazzo dal mondo reale. Che poi è quello che tiene in piedi il palazzo. Basta una immagine: delegazione di imprenditori, tra cui diversi presidenti di Confindustria e Cna, lasciati per un’ora fuori dal Senato perché il protocollo non prevede l’ingresso in anticipo in una sala vuota.

Se poi uno guardasse sempre con lo stesso occhio la discussione, si renderebbe conto che a Roma, tolti gli onorevoli made in Marche, non sanno cosa siano i problemi di un settore che vale 460mila posti di lavoro. Se non ci credete, andate sul sito del Senato e guardate lo streaming.

Se poi allo sguardo dell’osservatore esterno si abbina quello dell’imprenditore, c’è la speranza che essendoci entrati in Senato almeno un semino possa attecchire. L’indagine presentata dal prorettore della Politecnica Gregori è un buon lavoro fatto di interviste e numeri più o meno conosciuti. Manca di quello che, come sempre, ha avuto il coraggio di dire Paolo Petrini: “In Europa il made in non passa se parliamo di tutela della nostra produzione, dobbiamo puntare sulla tutela del consumatore”. Ma questo dallo studio dei calzaturieri non emerge. È un buco da coprire in fretta, per non vanificare anche il poco di buono che si sono riportati da Roma gli imprenditori.

Sapere che la riduzione del cuneo fiscale per il settore potrebbe convincere i calzaturieri a riportare la produzione interamente in Italia aumentando di 20mila persone la forza lavoro è un segnale che gli onorevoli non possono dimenticare. Come la cruda analisi della presidente Pilotti, che dei calzaturieri è la numero uno: “Meglio fare uno sforzo oggi o avere un settore azzerato che peserà sugli ammortizzatori sociali?”. Una domanda che, come chiesto anche dall’anima della battaglia sul Made in, Enrico Ciccola, avrebbe meritato risposta. Ma forse gli onorevoli non la conoscevano e di certo il dibattito, incentrato dal moderatore su temi politici più che economici, non ha aiutato facendo perdere di vista l’obiettivo e dando al viaggio romano, di un territorio finalmente compatto, il sapore amaro dell’occasione, se non sprecata, non sfruttata.

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Vade retro barbone

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Verso che società stiamo andando? Quanto sta accadendo a Porto San Giorgio è una bella fotografia della realtà che abbiamo davanti agli occhi. Si chiude una porta prima di avere pensato a una soluzione. La decisione di blindare la sala d’attesa durante la notte è un po’ come quando uno fa le pulizie e non trovando la paletta butta tutto sotto il tappeto.

Solo pochi giorni fa, dopo le passeggiate – ronde di un gruppo di militanti di Casa Pound, si era parlato di un paio di senzatetto che dormivano sotto i portici di una galleria in pieno centro. Apriti cielo: degrado e preoccupazione. Confondendo così il disagio sociale con l’insicurezza e la delinquenza, guidata da spacciatori e rissaioli.

Serviva però un segnale forte, non di contenuto ma di immagine, e così a Porto San Giorgio si è deciso di chiudere la stazione di notte. Mentre in altre città dove la questione senzatetto (sempre se non molesti)  è una cosa seria, decine di persone ogni notte a Bologna, si creano help center in stazione pronti a offrire un ricovero e una soluzione, nella cittadina sangiorgese, amministrazione di centrosinistra, si sceglie la polvere sotto il tappeto.

Questo in attesa di novità, che potrebbe essere un centro di prima accoglienza in cui abbinare profughi e senzatetto di passaggio da realizzare a due passi dalla chiesa di San Giorgio. Attesa gelata, perché la scelta di chiudere le porte arriva in pieno inverno, quando le temperature scendono. Dove andranno quei due senzatetto? Chi lo sa, magari in uno degli oltre mille appartamenti sfitti che ha la cittadina sangiorgese, leader delle seconde case e degli affitti astronomici. Oppure, la speranza che cambino città con un movimento osmotico del disagio.

Occhio non vede, coscienza non duole, almeno tra i sangiorgesi. “Ignorare il povero è disprezzare Dio” dice Papa Francesco. Che piace a tutti, ma non sempre.

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E dopo le passeggiate, che succede?

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“Se da qui a una settimana non interverranno il sindaco o le forze dell’ordine, scenderemo noi in campo”. È questa la frase che chiude il video pubblicato dagli esponenti fermani di Casa Pound che hanno dato il via alle loro ‘passeggiate’ in giro per la città di Porto San Giorgio.

Passeggiate notturne, che non si possono chiamare ronde perché è un termine che ormai ha un significato negativo. E così, meglio il passeggiare, termine che gli esponenti dell’estrema destra fermana provano a riabilitare. Del resto, se si passeggiava a Porto Sant’Elpidio, città del Pd, contro le prostitute, perché non farlo contro i senzatetto? Perché tutto è partito dalla presenza di un paio di persone che dormivano dentro una galleria. A questo si è abbinato il ritorno dei lavavetri, che per una volta non sono africani e quindi la repulsione razziale viene mene ma resta quella del fastidio, con storie strappa lacrime di anziane signore vessate ai semafori. Tutto sembra normale, tutto sembra giusto se uno decide di scendere in strada e dire basta.

Ma quella frase inziale, dopo che si erano presentati come quelli del dialogo che passeggiano per capire, apre a un futuro pieno di dubbi e di timori. Cosa faranno se il sindaco, a detta loro, non interverrà? Se lo dovrebbero domandare le forze dell’ordine in primis, che sono le uniche deputate a garantire la sicurezza dei cittadini. Magari se lo chiederà il nuovo prefetto che, come in altre parti d’Italia, dovrà affrontare il risorgere di spinte di destra che avanzano senza proclami fascisti o razzisti ma facendo quello che la gente vorrebbe ogni giorno dallo Stato: vicinanza con un pacco alimentare e sostegno di fronte alla paura. Che poi, detto così, alle elezioni potrebbero vincere Caritas e poliziotti. Ma la storia è sempre diversa, c’è sempre chi crede di potersi se non sostituire quantomeno affiancare allo Stato, soprattutto nei momenti di crisi economica e sociale presentandosi come la soluzione. Se poi lo fanno per capire, come detto a inzio video pubblicato sui social, difficle dirgli di no.

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Caro Fermano, non si vive di progetti

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Quando sono stato in vacanza a Berlino, ho passato un paio di giorni con un amico che insegna all’università. Passeggiando lungo il fiume, mi raccontava i giovani seduti ai bar, tanti i bar e tanti i giovani, che danno una idea di Berlino dinamica. “Se gli chiedi cosa fanno, ti rispondono ho un progetto. Se gli chiedi quale? Ribadiscono che è un progetto, interessante”. Niente più. E così, uno dopo l’altro. Sognatori pieni di speranze che confidano nella ricca Germania sapendo di avere un punto a favore: l’essere giovani.

Spostandosi di qualche migliaia di chilometri, si arriva a Fermo. Che è sempre più la provincia dei progetti. Ne è piena questa terra di lavoratori. Sono di ogni genere e spesso sono anche accompagnati da belle cartine. Il primo, il più grande, è quello dell’ospedale. Un progetto presentato con tanto di plastico, ma tale è rimasto. Ogni volta c’è un problema e mentre a Fermo si progetta come aprire un cantiere, a Macerata, pochi chilometri più in là è stato presentato il piano per il loro nuovo ospedale con tanto di 150milioni di investimenti in viabilità.

Progetto è quello per la mare – monti, da sempre una visione più che una certezza. Progetto è l’ampliamento dell’alta Valdaso, che salverebbe forse la permanenza di una multinazionale che dà lavoro a qualche centinaia di persone. Progetto è il far fermare i treni veloci nel Fermano per favorire il distretto calzaturiero delle Marche. Progetto è lo sviluppo della banda larga, ancora drammaticamente indietro. Progetto è il ponte tra Fermo e Porto San Giorgio, come progetto è quello tra Pedaso e Altidona, anelli mancanti di una regione che sogna di essere attraversata in bicicletta, dimenticando che le bici si fermano poco più a sud di Pesaro. Per non parlare del ponte crollato 4 anni fa a Rubbianello, che è un progetto finanziato e mai trasformato in cantiere.

Progetto è il lungomare di Porto San Giorgio, che si sente regina turistica e che invece sta subendo l’inesorabile sorpasso di Porto Sant’Elpidio che i progetti, magari non condivisi, li sta facendo diventare realtà mattone dopo mattone ma così lentamente che Civitanova scappa. Progetto è quello che vuole il Fermano al centro dei pensieri nazionali di un Governo che è entrato nel ‘miglio verde’.

Progetti, tanti e belli. Chissà se fanno la fine di quelli dei berlinesi, con i protagonisti che alla fine servono a un bar, ma a Berlino fa figo, o se diventeranno realtà, come una scarpa o un compound che dalla provincia senza collegamenti riescono comunque a raggiungere il mondo.

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Più tavoli sulla crisi? No grazie: praticità e celerità

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È tutta una questione di tempi. Ci sono quelli economici e ci sono quelli politici. In mezzo c’è il tempo che corre e non lascia tregua agli imprenditori. Si è chiusa una lunga settimana per i calzaturieri del distretto fermano maceratese che, va ricordato, è il primo della regione e sul podio a livello italiano per quanto riguarda il settore moda.

Un distretto che inanella performance negative che neanche il Milan di Montella sta riuscendo a imitare. Ma è pur sempre un settore che dà lavoro a migliaia di persone. Da qui l’attenzione che cresce, soprattutto in vista delle elezioni. Lo sanno bene gli imprenditori che per una volta, anziché infuriarsi di fronte a questo improvviso interesse, provano a cavalcarlo.

Ma non sono pronti a prendersi tutto quello che la politica dà. La richiesta che hanno fatto Confindustria Cna e company è semplice: un tavolo nazionale sulla crisi del distretto calzaturiero. Non sulle Marche, non sulla moda, ma sul distretto. Perché è un modo per ragionare poi su politiche attive differenti che portino magari all’area di crisi complessa. Che porterebbe benefici, ma stanerebbe anche gli imprenditori chiamati a investire in cambio di importanti contributi dallo Stato.

Non serve un tavolo sul made in Italy. Per quello basta andare in Europa e lottare, basta sedersi, come ha detto Renzi, davanti alla Merkel e piazzare sul piatto della bilancia qualcosa che interessa ai tedeschi. Basta, insomma, fare il proprio dovere di politici visto che il 23 novembre lo studio realizzato dalle Università Politecnica e Luiss darà ai senatori lo strumento d’azione senza faticare.

Il punto è che, come dice il numero uno di Confindustria Fermo Giampietro Melchiorri, “gli imprenditori chiedono praticità e celerità”. Niente altro che azione, magari partendo dai tre punti nazionali toccati dalla Pilotti, numero uno di Assocalzaturifici: cuneo fiscale, defiscalizzazione, sanzioni.

Il piano è chiaro, aprire più tavoli, già nel locale basta e avanza quello provinciale, sarebbe un dividere le forze, aumentando obiettivi con il solo scopo di annunciare fittizi passi avanti. Ne basta uno sulla crisi e per il resto spazio alla politica senza bisogno di coinvolgere chissà chi in troppe chiacchiere. Del resto, i tavoli non si annunciano: prima si costruiscono e poi si aprono ai commensali. Sempre che resti qualcosa da mangiare da metterci sopra.

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